#07 – Scatola

Erano anni che non riapriva la scatola. Aveva sciolto il fiocco di raso che la teneva chiusa e poi l’aveva rovesciata svuotandone il contenuto sul letto. Cartoline, lettere, biglietti d’auguri. Aveva deciso, in un pomeriggio di noia, che avrebbe tenuto soltanto i più importanti, per lasciare spazio. Per cosa, poi? Chissà, nella vita è sempre bene liberare un posto, pensava, presto o tardi qualcosa lo occuperà.
Aveva cominciato dai biglietti di compleanni, natali, pasque: aveva deciso che avrebbe tenuto solo quelli delle persone che ancora considerava importanti. Poi era passata alle lettere, ce n’erano molte che raccontavano il liceo, le amicizie, gli amori, i litigi. Ne aveva aperta una che non si aspettava di trovare. Chissà dov’era, adesso, E. Se lo ricordava, che avevano litigato? Lei stessa faticava a ripescare ogni dettaglio. Eppure, nel silenzio della stanza, aveva richiuso la lettera, l’aveva riposta nella scatola e aveva sentito gli occhi pizzicare di lacrime che fino a qualche istante prima non aveva mai pensato potessero scendere. Sapeva che arrivavano da quei giorni lontani, fino all’oggi, bagnavano il coraggio che spesso manca, ora, di scrivere parole come quelle, con se stessi dentro. Lacrime che dal foglio a quadretti di E., con i buchi ripiegato in quattro, facevano salti fino a tutte le parole che ogni giorno scrive e riceve, che della carta non hanno più bisogno, che sembrano più libere e invece sono ancora più costrette. Come si può dire, senza un foglio di carta, la verità? Per questo non diceva più niente. Le mancava l’illusione, adesso, che spedire significasse confessare.
Aveva buttato gli scarti nel cestino. Aveva chiuso la scatola, le aveva ridato il suo posto. È buffo come tra gli oggetti più importanti ci siano quelli che ne contengono altri. Come le lacrime, svelta se le era asciugata con il polso, che dalla calligrafia di E. erano andate più in là, contenendo tutto quello che aveva avuto un posto e quello che ancora non ce l’ha.

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#06 – Radio

Chiudo la portiera e avvio il motore, premo sul tasto di accensione e qualche istante dopo la pubblicità di un centro commerciale invade l’abitacolo.
Non ascolto mai la radio, se non quando, per sbaglio, non ho altra possibilità migliore di coprire silenzi scomodi. Mi sono convinta negli anni che lei lo abbia capito, e perciò le rare volte che mi capita di accenderla mi fa ascoltare sempre quello che non voglio: musica noiosa, il giornale orario, l’info traffico, i messaggi promozionali. Tanti, troppi messaggi promozionali. E poi non c’è niente da fare, questa cosa che sono gli altri a scegliere cosa devo ascoltare proprio non mi va giù.

Io e la radio siamo figlie di due tempi diversi, ma è proprio lei, come oggetto, a parlarmi della tenera distanza tra me e mio padre. Lui, invece, la radio la ascolta sempre. Come si faceva una volta, ascolta ancora le partite di calcio, alla radio: mentre tutti si adeguano a Sky Sport, lui resiste, indossa le cuffie, si siede sul divano e ascolta. Immagina la partita, sopporta la pubblicità, accetta la musica che arriva quando la ascolta mentre lavora. Non oserebbe cambiare stazione ogni due minuti come faccio io, così come non oserebbe interrompere continuamente qualcuno che parla. Quando la accende e fa girare con il dito la rotellina per cercare la frequenza nel suono gracchiante, gli vedo una pazienza che non conosco, per errore la scambio per resilienza, ma quanto mi sbaglio, forse.

Sono le diciotto e due minuti, bentrovati al giornale orario…

Visto? Con sveltezza, clicco altri due tasti e avvio il lettore USB, lasciando che sia la musica da me selezionata ad accompagnarmi mentre guido. La mia libera scelta deve esprimersi attraverso i file mp3 nella mia autoradio: e lo penso sul serio, tanto vero quanto grottesco – se rileggo questa frase per quello che, è subito dopo averla scritta.

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#05 – Mollette – Chiara Saggese

di Chiara Saggese

I primi ricordi della mia infanzia che non siano condizionati da una foto o da un filmino sono conservati nel tinello di mia nonna, all’ultimo piano di una palazzina dai muri color granata.
Sono convinta di aver imparato a leggere a cinque anni, seduta sul suo tavolo, con in sottofondo le canzoni popolari che intonava in dialetto, mentre con la cucchiarella mescolava il più delle volte o’ rraù, e mi faceva assaggiare come fosse di sale.
Appena arrivavo a casa sua, mi precipitavo sul balcone che affaccia sul cortile interno, e attaccavo con grande cura una molletta verde ai fili del bucato, sempre dalla parte sinistra della ringhiera. Voleva dire “Ci sono”.
Dovevo quindi aspettare solo pochi minuti prima di sentirmi chiamare dalla nipote della vicina di casa, e iniziare così a giocare.
Molletta gialla voleva dire “Ci sono quasi”, molletta rossa significava “Ora non posso”. Perché non suonare direttamente al campanello, mi chiedo adesso. Perché ci piaceva avere un codice segreto, che tre semplici mollette di plastica assumessero un significato solo nostro, in mezzo al resto dei panni stesi, senza bisogno di usare altre parole.
Penso che dovremmo avere tutti tre mollette colorate da portare sempre con noi. Sarebbe più facile comunicare, senza alcun fraintendimento.
Molletta verde: ci sono, sono qui.

Chiara Saggese nasce a Torino nel 1990 e cresce nell’amena San Mauro Torinese. Si narra che un giorno disse alla sua maestra d’italiano delle elementari, dopo aver letto Piccole donne, che avrebbe fatto il liceo classico perché da grande voleva scrivere ed essere come Jo March. Con una laurea in Giurisprudenza nel taschino, ha a cuore ogni causa – e soprattutto caso – sociale che incontra sul suo cammino. Potete leggere un suo racconto anche su La Biblioteca di Babele, Dicembre.

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#03 – Dizionario – Davide Astegiano

di Davide Astegiano

Con la testa impegnata a cercare qualche soluzione che abbia un benché minimo senso, lascio che il mio sguardo spazi sul tavolo da lavoro, la mia scrivania, e ti vedo. La mole, le pagine arruffate e sgualcite, la copertina rammendata da pezzi di scotch, sembri quasi la Venere di Urbino adagiata sul letto. Certo, una Venere di seconda mano.
Dicono che sei l’amico del traduttore e in parte è vero, però… però a volte un po’ ti si odia. Capita che manchi proprio quel lemma o quel significante che tanto faticosamente si va cercando, e la bestemmia diventa facile,così come è facile distrarsi quando la parola giusta proprio non ti viene alla mente. Come quando ti capitano espressioni assurde e al limite dell’intraducibile come smudge pots, boyo, o simpatici epiteti gergali dal significato oscuro.
Così ricorri alle armi pesanti. Tiri fuori tutta la famiglia. Quello delle collocazioni, quello analogico, etimologico e chi più ne ha più ne metta. Fai pure una ricerca incrociata su quelli online.
Ed ecco allora che capisci davvero perché il dizionario è tuo amico. Anche se a volte ti fa faticare, anche se a volte non trovi la parola che cercavi, ne trovi una a cui neanche stavi pensando: chi l’avrebbe mai detto che alla mia traduzione mancava proprio quella parola?
Il dizionario è un amico e, come capita con alcuni amici, a volte ti fa sudare un numero di camicie superiore a sette, ma restituisce, sempre.

Davide Astegiano nasce a Torino il 1 settembre. Da sempre, anche durante la laurea in Biologia, coltiva la sua passione per la scrittura e la lettura. Dopo un master in traduzione editoriale apre il blog letterario Radical Ging con l’amico Marco Amici e, qualche mese più tardi, la literary newsletter Firmamento, con Danilo Zagaria. Al momento lavora in Università e nutre vecchi e nuovi progetti legati al mondo editoriale.

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Cose scritte in giro

Negli ultimi tempi, scrivere qui mi sembra difficilissimo. Chi legge scorre lo sguardo su un articolo finito, ma prima che questo accada ci sto io qui a capire cosa scrivere e se può essere mai interessante, e spesso temo che non lo sia. Oggi la mia mente è un po’ occlusa, si dice che si scrive meno quando si è più felici, può darsi, in questo caso è una cazzata, si tratta solo di frenesia quotidiana. Impegni che spesso non vorrei, e che come ognuno su questa terra, mi tocca accettare.

Eppure, qualcuno non poco tempo fa mi ha detto che ho talento, riferendosi alla scrittura e al mestiere che facevo fino a poco tempo fa e che chissà, forse ricomincerò o forse non farò mai più – correggere testi. Diceva che ci va un’attitudine particolare a farlo, anzi diceva proprio “talento”, perché “attitudine” è il vocabolo che ho preferito usare io, in sostituzione. Ho paura del talento. Ti fa sentire così solo.
E quindi, per farla breve, cosa ci sarebbe di difficile nello scrivere, se hai attitudine? Eppure, dicevo, in questo periodo non mi riesce così bene parlare di me, preferisco le storie degli altri. Che poi se sono altri che inventi tu, un po’ parlano di te comunque, ma ti sembra di stancarti di meno. Per questo ho deciso che in questo articolo raccolgo, per chi mi legge e se le fosse perse, le cose migliori che ho scritto in giro ultimamente.

Eccovi la storia di Diego, che preferisce nascondersi tutto intero anziché mettersi in mostra a metà e non sa nemmeno lui quanto coraggio ci va a volte per voler scomparire.

Eccovi la storia di Pietro, che ai fantasmi del passato e ad assomigliare a qualcun altro sceglie se stesso e le sue fragilità, numerose ma luminose come le stelle del cielo.

Eccovi infine la storia di un ragazzo a cui non ho dato un nome, la sua esitazione e il passo lento di piedi di piombo del rivelare la parte di sé più scomoda eppur più preziosa e autentica.

Raccolgo i miei tre racconti migliori, che non parlano degli “ultimi”, ma di chi a volte un po’ “ultimo” si sente. Senza esserlo, perché non ci sono né ultimi né primi. Che poi è quello che avrei scritto in questo articolo di martedì in tutt’altro modo, se avessi avuto più ispirazione. Alla fine però non è andata male, da una storia di me e basta ne sono uscite tre, migliori.

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