Io, Tonya

Stai zitta.
Stai ferma.
Come ti vesti.
Come parli.
Che modi sono.

Non conto le volte che ho sentito queste frasi da quando sono al mondo. Verso di me, verso altre. Verso altri, perché intendiamoci, non è che solo noi donne siamo vittime di “rimproveri da galateo”, di quelle etichette che ormai non più sottendono bensì palesano aspettative così sterili da sembrare spesso anche violente. Scrivo accordando al femminile perché sono una donna (e perché odio mettere /o, è proprio graficamente orribile), ma il femminismo, giuro, è fuori da questo articolo. Perché anche il femminismo, ultimamente, ci ha un po’ rotto i coglioni; veramente nel 2018 dobbiamo ancora porci come diverse per essere uguali? Dai.

Ad ogni modo, con quelle frasi lì, voglio in realtà consigliarvi di avvicinarvi a una storia di cui io, poco tempo fa, non sapevo niente, almeno non prima di vedere il film I, Tonya. Un film che già dalle prime scene si preannuncia veritiero come vero è il personaggio di Tonya Harding, pattinatrice sul ghiaccio, atleta americana uscita dalle scene nel 1994 dopo essere stata la prima al mondo a eseguire un triplo axel. Al di là della sua carriera sportiva, Tonya mi ha colpita come donna, per quella forza di non aver mai accettato di fingersi diversa da com’era: una semplice ragazza di periferia che conobbe il pattinaggio in tenera età e non lo abbandonò più, finché le fu concesso. Scoprì però che quel mondo, in realtà, le assomigliava ben poco, perché non bastava essere talentuose come lei di fatto era, ma occorreva rappresentare, sui pattini, un modello di giovane donna che potesse diventare un’icona per gli americani. Eleganza, candore, solidità emotiva, determinazione. Tutte cose che, a parte l’ultima, Tonya non possedeva. Non aveva soldi per comprare costumi pregiati, non aveva finito la scuola, la sua famiglia era disgregata e la sua relazione sentimentale sempre in procinto di finire in tragedia. No, Tonya non era decisamente il modello iconico femminile che l’America voleva, e infatti spesso e volentieri non ottenne i giusti punteggi perché “non basta saper pattinare bene” per vincere. Non si fermò. Cercò di essere sempre se stessa, facendo tesoro delle sole critiche che le arrivavano da chi le voleva bene, come la sua allenatrice, una donna così diversa da lei (iconica, forse) ma quanto più comprensiva.
Non finì bene, per Tonya. Non rimase sui pattini tutta la vita come sperava e non fu per colpa sua. Si fidò delle persone sbagliate, come spesso succede a molti, e la sua vita in pochi istanti si trasformò in quello che di più lontano pensava: una vita senza pattini. Tonya Harding, però, è ancora viva. È madre e moglie felice e credo abbia scoperto di sé stessa la cosa più importante: può essere autentica anche senza pattinare. Perché anche se noi siamo ciò che facciamo e che scegliamo, la vera chiave è saper ricominciare quando tutto va a rotoli. E soprattutto, isolarsi dal rumore di bocche che non ci stanno dando un suggerimento, ma ci stanno violando nel profondo con una superficialità che spesso è l’arma più tagliente.

Perché parlare di Tonya? Molti sono i motivi. Per me alcuni sono personali: la sua storia di determinazione e passione mi ricorda che più che pensare noi stessi per quello che facciamo (un lavoro, ma anche uno sport, un hobby, ecc.) dobbiamo pensarci per quella voglia stessa che ci guida nel farlo, così che quando qualcosa andasse male, quella fiamma ci salverà. E poi perché Tonya diceva un sacco di parolacce. E anche dire le parolacce è qualcosa da donna. La storia di Tonya ci riguarda tutti, indipendentemente da genere e sesso. È una storia che urla.
Non sta zitta.
Non sta ferma.
Si veste come le pare.
Parla come le pare.
E se vuole, ti manda a stendere.

Altri articoli su Tonya:
Doppiozero.com
MarieClaire.it

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