#13 – Caffettiera – Fabrizio Defilippi

di Fabrizio Defilippi

Accendo la piastra elettrica, non so mai come regolarmi. La piccola caffettiera verde è nell’angolo della piastra. Ha lasciato un alone opaco sulla superficie nera, ma nessuno se ne preoccuperà più di tanto in casa.
I primi mesi mi sono disintossicato. Non è la prima volta che vado all’estero e me ne dimentico. Peccato capitale, non si impara mai nulla dal passato. La mattina non era certo la stessa cosa. Di caffè solubile non ho voluto sentire parlare.
Mentre la piastra si scalda e si illumina di rosso, apro la caffettiera per pulirla. Dentro c’è ancora un po’ di caffè del giorno prima. È da due persone o da una, secondo le abitudini. Di solito ne bevo tre quarti. A volte conservo il resto per il latte della colazione. Histoire de ne rien gaspiller.
Pulire il filtro è un’operazione delicata. Non c’è niente di più squallido di un lavandino bianco coperto di caffè in polvere. Lo estraggo e lo sbatto delicatamente contro la caldaia, cercando di non spargere caffè a destra e manca. Operazione riuscita, per una volta il lavandino resterà immacolato.
Il livello del caffè nel barattolo sta scendendo vertiginosamente. Una di queste mattine lo troverò vuoto e mi accorgerò che non ho un pacco nuovo da aprire.
È una sfida all’ultimo granello. La mano trema come se il cucchiaino fosse diventato improvvisamente un bisturi. Il filtro si stringe fino a farsi microscopico. Altro che centro di gravità permanente, le leggi della fisica non valgono più. Il danno è fatto, caffè dappertutto.
In cucina c’è anche una macchina del caffè, di quelle con la caraffa in plastica, all’americana. Sta lì a stagnare, a volte per giorni, una brodaglia sempre più nera. L’ho provato qualche volta, non fa per me.
Chiudo la caffettiera e la riapro subito. Sì, ho messo l’acqua. La piastra è calda e la piazzo su, facendo attenzione a lasciare il manico all’esterno, per evitare che si surriscaldi.
Abbiamo bisogno di rituali, penso. Questo non è certo originale, ma è pur sempre qualcosa. Lancio la caffettiera, torno in camera, metto in ordine velocemente, accendo il pc, apro la finestra per cambiare aria. Il tempo di una caffettiera e la vita riprende. Non è tanto il caffè in sé, ma il gesto. Con la cialda non sarebbe la stessa cosa. Quei tre minuti danno il là a qualcosa, riattivano le connessioni neurali.
Torno in cucina, giusto in tempo. Sposto la caffettiera e spengo la piastra, che resta rossa ancora per un po’. Una zolletta di zucchero e via.
Forse sto invecchiando e tra poco inizierò a mandare immagini di caffettiere di dubbio gusto agli amici. In fondo nemmeno la grande città può davvero cancellare il ricordo di quel ragazzo di paese che ero e che sono. Forse invece ho solo bisogno di un profumo noto da associare a casa, dovunque essa sia. Fa’ niente, a ognuno il suo piccolo rituale.

Fabrizio Defilippi (1991) piemontese, vive a Parigi e cerca nella filosofia le risposte all’imminente apocalisse ecologica. Scrive racconti e recensioni per La Biblioteca di Babele e di cinema per PopEye. Ama la montagna e le letture impegnate sotto l’ombrellone.

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#12 – Plettri – Due Venti Contro [Giacomo Reinero]

di Due Venti Contro [Giacomo Reinero]

Ora ne conto quattro, ma se li guardassi tra cinque minuti potrebbero diventare tre, due o addirittura nessuno: spariti, scomparsi altrove. Li scelgo sempre grigi, sottili, scivolosi, talvolta schivi, quando pretendo da loro note che ancora non so. Si sono fatti posto tra i miei polpastrelli, insistentemente. Come i giovani amori, rigorosamente uno alla volta: giusto il tempo di abituarmici e decidono poi di incrinarsi, screpolarsi e salutare. Triangoli smussati, figure geometriche come lance in movimento, fondamentali per chi come me si rosicchia le punte delle dita. Talmente importanti da determinare, con la loro consistenza, il suono dello strumento.
Tengo i miei plettri nel portafoglio, tra i soldi e il mio corpo, sempre con me e questo vale molto di più di tutto quanto scritto: sono la speranza di un lavoro in cui credo, che s’incrina con loro, ma che in me non si spezza.

Giacomo Reinero (1988), in arte Due Venti Contro, è un cantautore della scena pop torinese. Nel 2014 esordisce con l’album Va bene così, seguito da In fondo, nel 2016. Oggi è in attesa di pubblicare il suo terzo album, anticipato dal nuovo singolo Cornice. Qui, il suo canale YouTube e Spotify.

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#11 – Cuffiette

Tra le ragioni per cui devo ringraziare l’adolescenza, c’è quel fatto di aver scoperto che non devo fidarmi delle cose fatte per tutti: le taglie uniche, per esempio, o gli oggetti universali. All’inizio del liceo, ricordo di aver lottato a lungo contro alcune innovazioni tecnologiche, tra cui il lettore mp3 e le cuffiette, per cui nel mio zaino, ad accompagnare il mio tragitto di circa trenta minuti sul bus, c’era il lettore CD portatile, che ascoltavo con le cuffie grandi. Era tuttavia l’età in cui non esisteva una grande guerra, solo tante battaglie dalla durata breve, e infatti poi mi sono arresa, ho accettato in regalo quella piccola scatoletta da 256 mb dotata di auricolari, come tutti.
È stato lì che ho capito che non tutte le cuffiette per me sono uguali, anche se pretendono di essere universali. Il mio orecchio destro all’interno è più stretto, l’auricolare non ci sta e dopo qualche minuto cade. Ho impiegato anni a trovare il modello giusto, andando a tentoni, senza rivelare a nessuno questo mio ben nascosto difetto, se non a pochi eletti, a quegli amici stretti che in gita volevano sedersi accanto a me e ascoltare la stessa musica sul pullman, e allora dovevo rivelare che dovevano per forza cedermi la loro cuffietta sinistra. Perché?, chiedevano, L’altra non c’entra, rispondevo, e anche se ne ridevo, dentro di me pensavo ma perché a me, ‘sta cosa. Quando finalmente sono riuscita a trovare il modello adatto, l’ho ricomprato uguale ogni volta che si rompevano, fino a che, come tutte le cose belle, anche quella è finita: non le hanno più prodotte, e la ricerca è ripresa inesorabile, silenziosa e speranzosa, continua tutt’ora. In ogni caso, anche quel modello non era perfetto, diciamo che andava meglio di molti altri: mi ero decisa ad accontentarmi, non si può, mi dicevo, andare sempre avanti senza fermarsi mai. È la sottile arte del compromesso, di fronte alla semplificazione dell’universale, che perfino le cuffiette sanno essere una bugia bella e buona, perché ogni giorno si riannodano in maniera diversa.

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Una buona notizia, lettori! #5

Condivido con voi la pubblicazione del mio racconto Tutti i cigni sono bianchi, sul numero d’esordio della rivista online «lunario».
Lo trovate a cliccando qui.

E.

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