#16 – Specchio

Vorrei essere spregiudicata, intollerante, senza pietà. Davanti allo specchio mi osservo e mi chiedo come sarò da vecchia. Vorrei fare della saggezza fermezza, della vulnerabilità atarassia. Provo a indurire lo sguardo, lo svuoto di tutto, delle parole sentite e dette, dei sorrisi ancora addosso, dei gesti generosi, della malinconia del tuo volto, della compassione verso l’umano errore. Desidero che tu possa sentirlo addosso, come una pietra lanciata con forza, che tu possa spaventarti senza poter scappare, vedendola tagliare l’aria verso di te. Continuo a fissare le mie stesse pupille, e no, mi dico, non accadrà ancora, nessuno potrà più ferirmi, nessuno potrà più vedermi debole, rubarmi più parole per esprimere sentimenti che mi sono a lungo sforzata di domare. No, continuo a pensare, camminerò oltre, lascerò alle spalle ogni richiesta di ascolto, ogni tardivo pentimento, ogni silenzio d’imbarazzo. Non indugerò più, non inciamperò più, scalcerò via ogni nuda carne sul mio cammino.

Lo specchio però mi restituisce il rossore della congiuntiva, il tremore delle palpebre, le ciglia che trattengono un inizio di pianto, la gravità delle lacrime che vince, e loro che scivolano lente sugli zigomi. Tracciano un sentiero liquido sulle mie guance. È la via di una fiducia desiderosa di rigorgere, della pietà e dell’indulgenza. Mi chiede spazio, ma la cancello con il dorso della mano. Vorrei continuare a osservarmi come poco prima, lo sguardo da incendiario, i lineamenti impassibili. Ero io, e sono io anche adesso, che ho pianto un nano secondo, quanto basta perché questa immagine racchiuda la mia doppia verità.

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Debbie Macomber

#15 – Sciarpa – Lea Mazzei

di Lea Mazzei

D’inverno è facile. Siamo tutti bravi a camminare sprofondati nei cappotti, coi visi scivolati dentro sciarpe di lana morbida, più o meno voluminose, diversamente avvolte, spesso malinconicamente colorate. Per strada non ci si volta a guardare quanto è coperto chi ci passa accanto.
Il disagio è adesso: 40 gradi esterni, 18 interni in negozi, ristoranti, uffici: tutti passano con disinvoltura dall’estate per strada all’autunno del supermercato o del tavolino del bar. Io no. Io e la mia sciarpa no. Noi restiamo insieme. Cambia vestito anche lei: più leggera, più allegra e colorata, più morbida e disordinata ma sempre accoccolata attorno al collo, rassicurante quanto la coperta per Linus. E diventiamo extraterrestri in terra del sud, dove il sole brucia di più, il mare è il vicino di casa e coprirsi troppo è un pugno nell’occhio.
“Sono entrato in un negozio e ho chiesto qualcosa che assomigliasse ad una carezza”, mi ha detto una volta Qualcuno con un pacchettino in mano. Incartato con la carta assorbente gialla, quella che nei pub fa da tovaglietta ma che è troppo bella per non essere usata altrove, e tenuto insieme da un fiocco fatto con lo spago e molta dolcezza. Dentro c’era una pashmina, morbida, sottile, di un arancio così pieno che veniva voglia di berlo. Che bello, ho pensato, posso toccarla, questa carezza, e portarla con me dove voglio, quando voglio, anche se tu te ne scorderai, sarai lontano o non avrai più voglia di farmela.
Le mie sciarpe solo le carezze di quando cammino sola, di quando qualcuno mi manca in silenzio. E che importa se è ferragosto.

Lea Mazzei (1983) ha studiato giurisprudenza ma le sue passioni più grandi sono la letteratura e fotografia. Quest’ultima diventa di tanto in tanto un lavoro. Ama andare in moto e, dal Salento, tornare a Torino come si torna a Casa. Nel 2014 è stata vincitrice della prima edizione del concorso letterario nazionale “Il colore delle donne”, pubblicando nell’antologia A.A.V.V, Il colore delle donne, Ananke lab 2014.

 

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Marino Mannarini

#14 – Ombrello

Mi dici spesso di prendere l’ombrello prima di uscire, perché hai visto le previsioni e sai che alle quattro del pomeriggio pioverà. Io do un’occhiata fuori dalla finestra, vedo un cielo azzurro su cui dorme qualche nuvola e decido che non me lo porterò dietro nemmeno stavolta. Ti ho spiegato che non è una questione di ottimismo, so bene che anche la giornata migliore, d’estate, può trasformarsi in alluvione in pochi secondi. Penso che sia piuttosto il fatto che, semplicemente, al meteo non ci penso quasi mai, per distrazione, quella stessa distrazione quotidiana che ti fa sorvolare sullo scioglimento dei ghiacciai, la scomparsa di alcune specie animali, il surriscaldamento globale. La sveglia, al mattino, suona lo stesso, che piova o ci sia il sole. Come non ho soluzione alcuna per un sacco di catastrofi mondiali, così non ho l’ombrello in borsa. Che c’entra, mi dici. E invece c’entra, perché quella stessa distrazione è quella che fa scorrere tutto in avanti, che mi fa pensare che, sole o pioggia, bene o male, alcune emozioni bisogna comunque sentirle, alcune verità dirle, alcune azioni farle. A volte, se sono fortunata, qualcuno affianco a me, più previdente, apre l’ombrello e mi fa stare sotto. È quella, forse, la vera soluzione a pioggia e male: che non tutti abbiano un ombrello, ma che tutti possano lo stesso ripararsi.

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#13 – Caffettiera – Fabrizio Defilippi

di Fabrizio Defilippi

Accendo la piastra elettrica, non so mai come regolarmi. La piccola caffettiera verde è nell’angolo della piastra. Ha lasciato un alone opaco sulla superficie nera, ma nessuno se ne preoccuperà più di tanto in casa.
I primi mesi mi sono disintossicato. Non è la prima volta che vado all’estero e me ne dimentico. Peccato capitale, non si impara mai nulla dal passato. La mattina non era certo la stessa cosa. Di caffè solubile non ho voluto sentire parlare.
Mentre la piastra si scalda e si illumina di rosso, apro la caffettiera per pulirla. Dentro c’è ancora un po’ di caffè del giorno prima. È da due persone o da una, secondo le abitudini. Di solito ne bevo tre quarti. A volte conservo il resto per il latte della colazione. Histoire de ne rien gaspiller.
Pulire il filtro è un’operazione delicata. Non c’è niente di più squallido di un lavandino bianco coperto di caffè in polvere. Lo estraggo e lo sbatto delicatamente contro la caldaia, cercando di non spargere caffè a destra e manca. Operazione riuscita, per una volta il lavandino resterà immacolato.
Il livello del caffè nel barattolo sta scendendo vertiginosamente. Una di queste mattine lo troverò vuoto e mi accorgerò che non ho un pacco nuovo da aprire.
È una sfida all’ultimo granello. La mano trema come se il cucchiaino fosse diventato improvvisamente un bisturi. Il filtro si stringe fino a farsi microscopico. Altro che centro di gravità permanente, le leggi della fisica non valgono più. Il danno è fatto, caffè dappertutto.
In cucina c’è anche una macchina del caffè, di quelle con la caraffa in plastica, all’americana. Sta lì a stagnare, a volte per giorni, una brodaglia sempre più nera. L’ho provato qualche volta, non fa per me.
Chiudo la caffettiera e la riapro subito. Sì, ho messo l’acqua. La piastra è calda e la piazzo su, facendo attenzione a lasciare il manico all’esterno, per evitare che si surriscaldi.
Abbiamo bisogno di rituali, penso. Questo non è certo originale, ma è pur sempre qualcosa. Lancio la caffettiera, torno in camera, metto in ordine velocemente, accendo il pc, apro la finestra per cambiare aria. Il tempo di una caffettiera e la vita riprende. Non è tanto il caffè in sé, ma il gesto. Con la cialda non sarebbe la stessa cosa. Quei tre minuti danno il là a qualcosa, riattivano le connessioni neurali.
Torno in cucina, giusto in tempo. Sposto la caffettiera e spengo la piastra, che resta rossa ancora per un po’. Una zolletta di zucchero e via.
Forse sto invecchiando e tra poco inizierò a mandare immagini di caffettiere di dubbio gusto agli amici. In fondo nemmeno la grande città può davvero cancellare il ricordo di quel ragazzo di paese che ero e che sono. Forse invece ho solo bisogno di un profumo noto da associare a casa, dovunque essa sia. Fa’ niente, a ognuno il suo piccolo rituale.

Fabrizio Defilippi (1991) piemontese, vive a Parigi e cerca nella filosofia le risposte all’imminente apocalisse ecologica. Scrive racconti e recensioni per La Biblioteca di Babele e di cinema per PopEye. Ama la montagna e le letture impegnate sotto l’ombrellone.

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#12 – Plettri – Due Venti Contro [Giacomo Reinero]

di Due Venti Contro [Giacomo Reinero]

Ora ne conto quattro, ma se li guardassi tra cinque minuti potrebbero diventare tre, due o addirittura nessuno: spariti, scomparsi altrove. Li scelgo sempre grigi, sottili, scivolosi, talvolta schivi, quando pretendo da loro note che ancora non so. Si sono fatti posto tra i miei polpastrelli, insistentemente. Come i giovani amori, rigorosamente uno alla volta: giusto il tempo di abituarmici e decidono poi di incrinarsi, screpolarsi e salutare. Triangoli smussati, figure geometriche come lance in movimento, fondamentali per chi come me si rosicchia le punte delle dita. Talmente importanti da determinare, con la loro consistenza, il suono dello strumento.
Tengo i miei plettri nel portafoglio, tra i soldi e il mio corpo, sempre con me e questo vale molto di più di tutto quanto scritto: sono la speranza di un lavoro in cui credo, che s’incrina con loro, ma che in me non si spezza.

Giacomo Reinero (1988), in arte Due Venti Contro, è un cantautore della scena pop torinese. Nel 2014 esordisce con l’album Va bene così, seguito da In fondo, nel 2016. Oggi è in attesa di pubblicare il suo terzo album, anticipato dal nuovo singolo Cornice. Qui, il suo canale YouTube e Spotify.

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Due Venti Contro

#11 – Cuffiette

Tra le ragioni per cui devo ringraziare l’adolescenza, c’è quel fatto di aver scoperto che non devo fidarmi delle cose fatte per tutti: le taglie uniche, per esempio, o gli oggetti universali. All’inizio del liceo, ricordo di aver lottato a lungo contro alcune innovazioni tecnologiche, tra cui il lettore mp3 e le cuffiette, per cui nel mio zaino, ad accompagnare il mio tragitto di circa trenta minuti sul bus, c’era il lettore CD portatile, che ascoltavo con le cuffie grandi. Era tuttavia l’età in cui non esisteva una grande guerra, solo tante battaglie dalla durata breve, e infatti poi mi sono arresa, ho accettato in regalo quella piccola scatoletta da 256 mb dotata di auricolari, come tutti.
È stato lì che ho capito che non tutte le cuffiette per me sono uguali, anche se pretendono di essere universali. Il mio orecchio destro all’interno è più stretto, l’auricolare non ci sta e dopo qualche minuto cade. Ho impiegato anni a trovare il modello giusto, andando a tentoni, senza rivelare a nessuno questo mio ben nascosto difetto, se non a pochi eletti, a quegli amici stretti che in gita volevano sedersi accanto a me e ascoltare la stessa musica sul pullman, e allora dovevo rivelare che dovevano per forza cedermi la loro cuffietta sinistra. Perché?, chiedevano, L’altra non c’entra, rispondevo, e anche se ne ridevo, dentro di me pensavo ma perché a me, ‘sta cosa. Quando finalmente sono riuscita a trovare il modello adatto, l’ho ricomprato uguale ogni volta che si rompevano, fino a che, come tutte le cose belle, anche quella è finita: non le hanno più prodotte, e la ricerca è ripresa inesorabile, silenziosa e speranzosa, continua tutt’ora. In ogni caso, anche quel modello non era perfetto, diciamo che andava meglio di molti altri: mi ero decisa ad accontentarmi, non si può, mi dicevo, andare sempre avanti senza fermarsi mai. È la sottile arte del compromesso, di fronte alla semplificazione dell’universale, che perfino le cuffiette sanno essere una bugia bella e buona, perché ogni giorno si riannodano in maniera diversa.

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Una buona notizia, lettori! #5

Condivido con voi la pubblicazione del mio racconto Tutti i cigni sono bianchi, sul numero d’esordio della rivista online «lunario».
Lo trovate a cliccando qui.

E.

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