Eccetera, eccetera

Ieri sono andata dalla fioraia a comprare dei fiori per mia madre. Ho aspettato in piedi dietro il plexiglass mentre confezionava il mazzo, abbiamo chiacchierato quei cinque minuti necessari a riempire il tempo dell’operazione, poi ho pagato, l’ho salutata sorridendo e sono uscita. Il mio sorriso, però, lei mica l’ha visto. Nemmeno io ho visto il suo, ho potuto soltanto intuirlo.
La stessa cosa era successa due giorni prima. Sono scesa dal tram e un cane al guinzaglio mi è passato accanto, con il suo padrone. Era davvero tenero e mentre mi zampettava vicino alle gambe gli ho sorriso. La mia espressione però è rimasta nascosta dalla mascherina che indossavo e se è vero che gli animali avvertono le nostre emozioni, non avrà potuto capire che non avevo affatto paura di lui, ma che avrei voluto anche accarezzarlo.

Vorrei riuscire a scrivere un racconto, ma da due mesi ormai qualsiasi ispirazione è morta, perché per raccontare una storia ci vuole una sorpresa. Ci vuole l’altro, che è sempre, nel bene o nel male, una sorpresa. Ci vuole la possibilità di riconoscere un sorriso e di mostrare il proprio, nel modo imprevedibile e immediato che l’atto di sorridere conquista. E prima del sorriso, ci va l’incontro. Le storie sono sempre narrazioni di un incontro.

Molti si stanno domandando che mondo sarà quello in cui vivremo dopo la pandemia, come se nel frattempo il mondo non sia sempre stato qui, continuando ad accoglierci, osservarci, ospitarci e godendo del silenzio delle nostre quarantene. Forse dovremmo pensare a come saremo noi, e a cosa siamo durante. Personalmente non trovo alcuna differenza da quello che è sempre stato: c’è chi può fare qualcosa di concreto e chi no, chi ci guadagna e chi ci perde, chi agisce e chi subisce, chi ricatta e chi è ricattato, chi è determinato e chi è confuso, chi ha paura e chi è negazionista, chi è ancora ricco e chi è ancora povero, chi aiuta gli altri e chi non lo fa. E sarà così anche dopo. Come potremmo riconoscere i giusti, se non ci fossero gli ingiusti? In fondo, la storia è sempre quella, così come l’umana natura.

Dal canto mio, mi faccio poche domande e non perché non mi interessi, ma perché l’altro, che non può starmi vicino in questo momento, che devo anzi allontanare, è diventato così distante che mi sfugge e d’altro canto, pensare a me sola, a progetti di vita individuale, a progetti dentro una bolla, senza considerare le variabili dell’interazione, mi pare un bel delirio di onnipotenza. Chi sono io, senza l’altro? Come posso pensare alla mia vita, all’accadere delle cose, alle promesse, se continuo ogni giorno a muovermi da A a B e da B ad A, senza la possibilità che tra quei due punti possa insinuarsi il caso, l’incontro, il sorriso?

Se è vero che stringere il cerchio della nostra socialità ci ha portati a capire chi consideriamo davvero importante e chi no, è pur vero anche che chiunque ora è imprescindibile nella nostra vita – il legame stabile – c’è stato un tempo in cui era uno sconosciuto, poi l’abbiamo visto, riconosciuto come speciale, probabilmente gli abbiamo sorriso, gli abbiamo parlato ed è nata una storia. Un racconto con protagonisti, comparse, luoghi, vicende.

Sono sincera, a me mancano proprio loro: gli sconosciuti. Mi manca tutta quella gente con cui avrei potuto parlare per la prima volta se non avessi dovuto barricarmi in casa e, nell’uscire per necessità, percorrere sempre la stessa identica strada. Mi mancano le deviazioni. Le strade secondarie. Gli inciampi. I locali affollati e “fammene un altro”. L’accendino che mi chiedono per accendere una sigaretta e che sempre presto. Le strette di mano di “piacere lui è amico mio”. Le voci in un concerto che fanno un coro. I “guarda, ti sta benissimo” di chi mi sta servendo in un negozio. I “è bellissimo, ma quanto ha?” alle mamme con un passeggino. Eccetera, eccetera.
Mi mancano loro, sì, tutti loro, gli eccetera. Chi passa e va, o chi magari nel sorriderti ti sta dicendo che vuole restare.

E perciò, aspetto.
Aspetto che torni il tempo degli eventi, il tempo dell’inaspettato. Quel tempo in cui non ero davvero padrona del mio tempo anche se me ne illudevo, in cui non decidevo tutto, in cui la tabella di marcia poteva venire stravolta.
Aspetto che tornino le storie, per poterle raccontare anche e soprattutto a tutti quei miei affetti stabili, che come me sono rimasti solo con pochi, ripetitivi e talvolta tristi resoconti.

State tutti bene.

E.

Scritto dalla stanza

C’è una cosa che, dopo qualche anno e qualche riconoscimento, ho capito di saper fare discretamente: raccontare storie. Se questo fa di me una scrittrice in senso lato non l’ho ancora capito, però quando dalle mie parole un personaggio comincia a scegliere da sé la sua strada relegando il mio compito a mera stesura, mi sento meno sola, più piena, perché quel percorso diventa anche il mio, e mio diventa anche il conforto.

È da un po’ che non scrivo una storia ben riuscita, forse perché ci sono momenti in cui abbiamo bisogno di raccontarci attraverso altri e momenti invece in cui siamo troppo occupati con noi stessi per volerci chiamare con un altro nome. Ci sono poi anche momenti in cui non sappiamo nemmeno più se vogliamo essere noi stessi o qualcun altro, se vogliamo andare di là o restare di qua, se vogliamo star fermi, camminare o correre, e la paura, si sa, immobilizza tutto, anche la penna.
Avevo scelto di non scrivere più in questo blog per qualche tempo, ma in periodi di crisi va in vacca la coerenza. Ho passato giorni col rifiuto di scrivere quello che sento perché significa dargli realtà, mentre se resta dentro ci si illude spesso di poterlo dominare nascondendolo. Oggi però, ho pensato che nei tempi difficili ognuno deve mettere sul piatto il meglio di sé o almeno provarci per darsi fiato e darne agli altri, e il mio meglio – accontentatevi – è questo. 

Ho passato anni a studiare le risposte dei filosofi sul senso della vita, sulla paura della morte, sull’insensatezza del mondo delle cose umane e poi in questi giorni di caos mi sento la testa vuota, come se nulla di quello che ho imparato a menadito possa venirmi davvero in soccorso. Leggere sui libri che la vita è fragile perché naturalmente aperta all’imprevedibile è una cosa – e può essere il bene o il male, po’ esse piuma o po’ esse fero –  ma la verità è che quando succede davvero, quando quell’imprevedibile ti entra in casa senza bussare e manda tutto all’aria, l’inquietudine arriva prima della comprensione e spesso se la mangia.

Non so cosa ci stia dicendo il mondo in queste settimane, perché mi tengo il beneficio del dubbio che a noi, il mondo, non debba dire proprio niente. Che siamo noi umani che gli abbiamo messo le parole in bocca, perché accettare che le cose semplicemente accadono è uno sforzo mica da poco. Ho anche considerato l’idea di pregare, per cercare di capire se il casino può essere un messaggio da decodificare dal basso verso l’Alto, ma chi voglio prendere in giro, come si prega davvero io l’ho dimenticato. Ci ho creduto tanto quando ero bambina e ogni sera prima di addormentarmi pregavo Dio che non si spegnesse il sole; ne avevo una paura nera, poi è passata, e con essa la naturalezza di fidarsi che qualcuno, corporeo o astratto, possa davvero prendersi cura di noi se glielo chiediamo per favore.

Il cosmo intero ci sta chiedendo di abbattere il capitale, quindi? La natura maligna si sta incazzando, per dimostrarci che Leopardi – che al liceo, due palle così – aveva ragione? L’uomo invece ha un’occasione unica nella storia per dimostrare la sua forza d’adattamento e la sua vittoria sulle altre forme di vita? O infine, Dio ci sta punendo, è l’Apocalisse e si salverà solo chi non compra mascherine in maniera compulsiva?
Boh.
Ognuno ne scelga una e ci creda, se lo fa star meglio. Io sono giorni che mi sveglio con un nodo alla gola e un mattone sul petto, perché la mia mania del controllo e la mia tendenza a razionalizzare il tragico sta vacillando non poco e a dubbi esistenziali si sommano inesorabili i disagi della vita pratica, come tenersi stretto un lavoro, non farsi fagocitare dalla depressione generata dalla mancanza degli affetti, scegliere quale sia la necessità più necessaria per dover uscire di casa, ripetersi ogni giorno che andrà tutto bene – non ci credevo nemmeno quando dovevo dare l’esame sapendo di aver studiato, figurati –  capire che ne sarà di tutte quelle cose che stavo cominciando a volere, a fare, dove vanno a finire i sorrisi nuovi per le persone nuove, i desideri grandi e piccoli, i viaggi, i piani.

I piani. Anche i più disorganizzati, i sognatori o gli immaturi ne hanno uno, seppur incompleto, seppur abbozzato, seppur spesso rinnegato, corretto, rivisto. Anche io ne avevo qualcuno, ne ho qualcuno, traballante, e cerco di tenerlo su, di difenderlo come si scongiura il soffio del vento sul castello di carte, affondando le mani arrossate e secche, senza guanti, nella candeggina che uso per lavare parti di casa e di stanza che nemmeno il cambio di stagione mi portava a considerare come esplorabili. Piani diventati ripiani, da spolverare, tenere puliti per tempi migliori. Lo faccio perché pulire e mettere ordine mi illude di poter vincere questa mosca cieca. Se però arriverò a cucinare o a stirare, preoccupatevi.

Non so se questi giorni in cui non possiamo davvero sbrigliare i pensieri oltre le 24 ore riuscirò a scrivere una storia nuova. Intanto, ho scritto questo e già mi sento meglio, e pure qualcuno di voi che lo ha letto, forse. Lascio qui la piccola mappa virtuale dei posti dove potete trovare le mie storie passate,  e qui invece tutto questo posto chiamato Clinamen, perché se siete arrivati al fondo, magari avete voglia di leggere ancora.

La scrittura è il simbolo della nostra umana natura. In forme sempre nuove, non possiamo separarcene. È davvero l’unico motivo per cui penso che l’uomo abbia un po’ di diritto a permanere su questo pianeta. Può tornare utile per curare questi giorni malati, non smettere di scrivere: per gli altri, per noi.

State tutti bene.

E.

#10 – Quaderno – Donata Testa

“Squadernami”
di Donata Testa

Eccolo lì, il quaderno, copertina nera, fogli ingialliti, bordo rosso, appoggiato senza gioia sul ripiano di formica verde del tavolo, in cucina.
L’ha lasciato Giuseppe.
Giuseppe il nonno di Vince, il mio ragazzo.
Ha detto teloregalo tutto attaccato, quasi fosse Natale, quasi fosse ‘sto rettangolo un pacco consegnato dall’Amazon del paradiso.
E che me ne devo fare di un quaderno, Giuseppe? Cioè grazie, grazie mille, però io non uso più carta e penna da quando andavo a scuola, mille anni fa, cioè sarebbero una decina, gli anni, ma per me equivalgono a secoli.
Tranquilla Katia, è solo un vecchio quaderno, un cimelio di un tempo che non è più.
Potresti scriverci i tuoi pensieri.
Eh ma no, Giuseppe, quelli li twitto, li posto su istangram, facebook e gli altri social che frequento; sul mio blog, sulle riviste online con cui collaboro.
Figurati se mi riesce di scrivere un’altra volta a mano, eh no, e poi è lento, tutto estenuantemente lento.
Una perdita di tempo colossale.
E la lista della spesa?
Ma no, dai, nel cellulare c’è l’organizer, io lavoro solo lì.
Va bene signorina, allora strappa i fogli, uno a uno, e fai qualche origami.
O, se non sei capace, costruisci dei semplici aerei e lasciali volare, buttali dalla finestra, ma prima, se vuoi farmi un piccolissimo regalo, prima del lancio, scrivici dentro una parola, una sola.
Regalala all’aria, alla perpendicolare che accompagnerà la sua discesa.
E guardala andare.
E senti il tenue fremito della carta, il peso del suo segreto nascosto tra le ali, scritto nero su giallo.
Immagina qualcuno raccogliere il tuo foglio, la tua unica parola.
Lo vedi?
Bello, no?
Ecco, tieni, prendi la mia stilografica.
È una vecchia Aurora con un pennino d’oro, morbidissimo e tagliente che fa scivolar fuori le parole, una dietro l’altra, una appresso alla successiva, e senza nemmeno che uno se ne accorga.
Inchiostro nero bistro.
Una vera bellezza.
Prova.
Una parola.
Un foglio.
Una stilografica.
Continua da qui, Katia, riparti da qui.

Donata Testa (1955) è nata e vive a Torino. È insegnante e autrice di romanzi e racconti, tra i quali Bagagli a mano (2001), Il luogo del cuore (2006), Le culture intrecciate: Letteratura e migrazione (20017), Italia ama (2007), Sventola l’aquilone (2013), Il gusto di farlo. Raccontarsi senza veli (2015), Certi istanti (2016), Dalla prima all’ultima. Storia di una scolara poi prof (2018).

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jcomp/Freepik

Cose scritte in giro

Negli ultimi tempi, scrivere qui mi sembra difficilissimo. Chi legge scorre lo sguardo su un articolo finito, ma prima che questo accada ci sto io qui a capire cosa scrivere e se può essere mai interessante, e spesso temo che non lo sia. Oggi la mia mente è un po’ occlusa, si dice che si scrive meno quando si è più felici, può darsi, in questo caso è una cazzata, si tratta solo di frenesia quotidiana. Impegni che spesso non vorrei, e che come ognuno su questa terra, mi tocca accettare.

Eppure, qualcuno non poco tempo fa mi ha detto che ho talento, riferendosi alla scrittura e al mestiere che facevo fino a poco tempo fa e che chissà, forse ricomincerò o forse non farò mai più – correggere testi. Diceva che ci va un’attitudine particolare a farlo, anzi diceva proprio “talento”, perché “attitudine” è il vocabolo che ho preferito usare io, in sostituzione. Ho paura del talento. Ti fa sentire così solo.
E quindi, per farla breve, cosa ci sarebbe di difficile nello scrivere, se hai attitudine? Eppure, dicevo, in questo periodo non mi riesce così bene parlare di me, preferisco le storie degli altri. Che poi se sono altri che inventi tu, un po’ parlano di te comunque, ma ti sembra di stancarti di meno. Per questo ho deciso che in questo articolo raccolgo, per chi mi legge e se le fosse perse, le cose migliori che ho scritto in giro ultimamente.

Eccovi la storia di Diego, che preferisce nascondersi tutto intero anziché mettersi in mostra a metà e non sa nemmeno lui quanto coraggio ci va a volte per voler scomparire.

Eccovi la storia di Pietro, che ai fantasmi del passato e ad assomigliare a qualcun altro sceglie se stesso e le sue fragilità, numerose ma luminose come le stelle del cielo.

Eccovi infine la storia di un ragazzo a cui non ho dato un nome, la sua esitazione e il passo lento di piedi di piombo del rivelare la parte di sé più scomoda eppur più preziosa e autentica.

Raccolgo i miei tre racconti migliori, che non parlano degli “ultimi”, ma di chi a volte un po’ “ultimo” si sente. Senza esserlo, perché non ci sono né ultimi né primi. Che poi è quello che avrei scritto in questo articolo di martedì in tutt’altro modo, se avessi avuto più ispirazione. Alla fine però non è andata male, da una storia di me e basta ne sono uscite tre, migliori.

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