#10 – Quaderno – Donata Testa

“Squadernami”
di Donata Testa

Eccolo lì, il quaderno, copertina nera, fogli ingialliti, bordo rosso, appoggiato senza gioia sul ripiano di formica verde del tavolo, in cucina.
L’ha lasciato Giuseppe.
Giuseppe il nonno di Vince, il mio ragazzo.
Ha detto teloregalo tutto attaccato, quasi fosse Natale, quasi fosse ‘sto rettangolo un pacco consegnato dall’Amazon del paradiso.
E che me ne devo fare di un quaderno, Giuseppe? Cioè grazie, grazie mille, però io non uso più carta e penna da quando andavo a scuola, mille anni fa, cioè sarebbero una decina, gli anni, ma per me equivalgono a secoli.
Tranquilla Katia, è solo un vecchio quaderno, un cimelio di un tempo che non è più.
Potresti scriverci i tuoi pensieri.
Eh ma no, Giuseppe, quelli li twitto, li posto su istangram, facebook e gli altri social che frequento; sul mio blog, sulle riviste online con cui collaboro.
Figurati se mi riesce di scrivere un’altra volta a mano, eh no, e poi è lento, tutto estenuantemente lento.
Una perdita di tempo colossale.
E la lista della spesa?
Ma no, dai, nel cellulare c’è l’organizer, io lavoro solo lì.
Va bene signorina, allora strappa i fogli, uno a uno, e fai qualche origami.
O, se non sei capace, costruisci dei semplici aerei e lasciali volare, buttali dalla finestra, ma prima, se vuoi farmi un piccolissimo regalo, prima del lancio, scrivici dentro una parola, una sola.
Regalala all’aria, alla perpendicolare che accompagnerà la sua discesa.
E guardala andare.
E senti il tenue fremito della carta, il peso del suo segreto nascosto tra le ali, scritto nero su giallo.
Immagina qualcuno raccogliere il tuo foglio, la tua unica parola.
Lo vedi?
Bello, no?
Ecco, tieni, prendi la mia stilografica.
È una vecchia Aurora con un pennino d’oro, morbidissimo e tagliente che fa scivolar fuori le parole, una dietro l’altra, una appresso alla successiva, e senza nemmeno che uno se ne accorga.
Inchiostro nero bistro.
Una vera bellezza.
Prova.
Una parola.
Un foglio.
Una stilografica.
Continua da qui, Katia, riparti da qui.

Donata Testa (1955) è nata e vive a Torino. È insegnante e autrice di romanzi e racconti, tra i quali Bagagli a mano (2001), Il luogo del cuore (2006), Le culture intrecciate: Letteratura e migrazione (20017), Italia ama (2007), Sventola l’aquilone (2013), Il gusto di farlo. Raccontarsi senza veli (2015), Certi istanti (2016), Dalla prima all’ultima. Storia di una scolara poi prof (2018).

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jcomp/Freepik

Cose scritte in giro

Negli ultimi tempi, scrivere qui mi sembra difficilissimo. Chi legge scorre lo sguardo su un articolo finito, ma prima che questo accada ci sto io qui a capire cosa scrivere e se può essere mai interessante, e spesso temo che non lo sia. Oggi la mia mente è un po’ occlusa, si dice che si scrive meno quando si è più felici, può darsi, in questo caso è una cazzata, si tratta solo di frenesia quotidiana. Impegni che spesso non vorrei, e che come ognuno su questa terra, mi tocca accettare.

Eppure, qualcuno non poco tempo fa mi ha detto che ho talento, riferendosi alla scrittura e al mestiere che facevo fino a poco tempo fa e che chissà, forse ricomincerò o forse non farò mai più – correggere testi. Diceva che ci va un’attitudine particolare a farlo, anzi diceva proprio “talento”, perché “attitudine” è il vocabolo che ho preferito usare io, in sostituzione. Ho paura del talento. Ti fa sentire così solo.
E quindi, per farla breve, cosa ci sarebbe di difficile nello scrivere, se hai attitudine? Eppure, dicevo, in questo periodo non mi riesce così bene parlare di me, preferisco le storie degli altri. Che poi se sono altri che inventi tu, un po’ parlano di te comunque, ma ti sembra di stancarti di meno. Per questo ho deciso che in questo articolo raccolgo, per chi mi legge e se le fosse perse, le cose migliori che ho scritto in giro ultimamente.

Eccovi la storia di Diego, che preferisce nascondersi tutto intero anziché mettersi in mostra a metà e non sa nemmeno lui quanto coraggio ci va a volte per voler scomparire.

Eccovi la storia di Pietro, che ai fantasmi del passato e ad assomigliare a qualcun altro sceglie se stesso e le sue fragilità, numerose ma luminose come le stelle del cielo.

Eccovi infine la storia di un ragazzo a cui non ho dato un nome, la sua esitazione e il passo lento di piedi di piombo del rivelare la parte di sé più scomoda eppur più preziosa e autentica.

Raccolgo i miei tre racconti migliori, che non parlano degli “ultimi”, ma di chi a volte un po’ “ultimo” si sente. Senza esserlo, perché non ci sono né ultimi né primi. Che poi è quello che avrei scritto in questo articolo di martedì in tutt’altro modo, se avessi avuto più ispirazione. Alla fine però non è andata male, da una storia di me e basta ne sono uscite tre, migliori.

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