#15 – Sciarpa – Lea Mazzei

di Lea Mazzei

D’inverno è facile. Siamo tutti bravi a camminare sprofondati nei cappotti, coi visi scivolati dentro sciarpe di lana morbida, più o meno voluminose, diversamente avvolte, spesso malinconicamente colorate. Per strada non ci si volta a guardare quanto è coperto chi ci passa accanto.
Il disagio è adesso: 40 gradi esterni, 18 interni in negozi, ristoranti, uffici: tutti passano con disinvoltura dall’estate per strada all’autunno del supermercato o del tavolino del bar. Io no. Io e la mia sciarpa no. Noi restiamo insieme. Cambia vestito anche lei: più leggera, più allegra e colorata, più morbida e disordinata ma sempre accoccolata attorno al collo, rassicurante quanto la coperta per Linus. E diventiamo extraterrestri in terra del sud, dove il sole brucia di più, il mare è il vicino di casa e coprirsi troppo è un pugno nell’occhio.
“Sono entrato in un negozio e ho chiesto qualcosa che assomigliasse ad una carezza”, mi ha detto una volta Qualcuno con un pacchettino in mano. Incartato con la carta assorbente gialla, quella che nei pub fa da tovaglietta ma che è troppo bella per non essere usata altrove, e tenuto insieme da un fiocco fatto con lo spago e molta dolcezza. Dentro c’era una pashmina, morbida, sottile, di un arancio così pieno che veniva voglia di berlo. Che bello, ho pensato, posso toccarla, questa carezza, e portarla con me dove voglio, quando voglio, anche se tu te ne scorderai, sarai lontano o non avrai più voglia di farmela.
Le mie sciarpe solo le carezze di quando cammino sola, di quando qualcuno mi manca in silenzio. E che importa se è ferragosto.

Lea Mazzei (1983) ha studiato giurisprudenza ma le sue passioni più grandi sono la letteratura e fotografia. Quest’ultima diventa di tanto in tanto un lavoro. Ama andare in moto e, dal Salento, tornare a Torino come si torna a Casa. Nel 2014 è stata vincitrice della prima edizione del concorso letterario nazionale “Il colore delle donne”, pubblicando nell’antologia A.A.V.V, Il colore delle donne, Ananke lab 2014.

 

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Photo credit:
Marino Mannarini

Una buona notizia, lettori! #6

Condivido con voi un’altra bella notizia: la pubblicazione del mio racconto Una al giorno sul numero speciale collage della rivista letteraria «Carie».

Lo trovate a questo link, a p. 30 del numero scaricabile gratuitamente.

Guarda dove vai

“È andata così” gli aveva detto, seduta accanto a lui su quella panchina verde, alzando appena le spalle e accennando un sorriso, di quelli che si stendono come un lenzuolo a coprire la malinconia, la stretta al cuore che invade voce occhi gambe mani, e ti rende burattino dei tuoi pensieri indomabili ridotti in briciole. Aveva guardato fisso davanti a sé: alberi rossi, finestre socchiuse, gente che passeggiava; aveva trattenuto il respiro per non frantumare ancora le sillabe già mutilate, e nascosto le mani tra le ginocchia strette. Aveva detto, è andata così, e sapeva di non poter ancora rispondere al così come così dove ma soprattutto così perché, di non aver saputo rispondere mai a quelle domande che erano gradini di una scala che non va in nessun luogo, che conduce a una porta sbarrata. È andata così, e non si può entrare, vietato l’accesso, e si era chiesta per molto tempo il perché di tutta quella strada per niente, per ritrovarsi a tirare una maniglia che cigola ma non cede. A cedere, alla fine, era stata lei, per un po’ si era seduta a terra, schiena allo stipite, e aveva aspettato, poi se n’era andata. Come vita vuole, come pulsione ordina, ché a camminare avanti con la testa voltata indietro alla lunga viene il torcicollo. Aveva lasciato dietro i silenzi e i rimpianti, quello sguardo umido e smarrito, ed erano passati i giorni i mesi gli anni, i Natali e i compleanni, e quei sogni ricorrenti che al mattino, aprendo gli occhi, si ostinavano a rimanere. Eppure si sopravvive, eccome.
“No, non dire queste cose. A me, le frasi fatte non piacciono” le aveva risposto, cercando, anche lui, con i suoi occhi grandi e blu, quella stessa gente insignificante da guardare, da seguire nei loro avanti e indietro, il filo su cui far camminare, un passo dopo l’altro, il suo sguardo vile, uno due tre e non voltarti, qualsiasi cosa ma non voltarti, non guardarla, non distrarti o cadi giù.
“Adesso, se vuoi, possiamo parlare del presente, di cosa fai, di come stai” aveva aggiunto dopo qualche secondo di silenzio, e si era voltato verso di lei, aveva accennato un sorriso con le sue labbra fini, aveva appoggiato il palmo delle sua mano sul suo ginocchio. Sembrava dirle su, scrolla le spalle, perché lui in questo era bravo, atletico, sciolto, ma lei aveva sempre avuto muscolatura più rigida, e dita come radici, affondate nella terra umida della dedizione. Ecco, aveva pensato; anche questa volta aveva deciso per entrambi, senza rendersene conto. Aveva ricucito, seppur con mano tremante, lo strappo, tappato con stracci arrotolati le fessure delle finestre da cui entravano gli spifferi gelati. Incredibile quanto fosse abile, leggero senza capacitarsene, a evitare le pozzanghere melmose della vita, a sporcarsi sempre così poco le suole. Gli aveva sorriso, perché non poteva fare altro, aveva raccolto le gambe al petto, riavviato con le dita i capelli corvini lucidi di sole, e aveva fatto cosa gli aveva chiesto: riassumere anni di vita in poche frasi, rassicurarlo sul fatto che, senza di lui, aveva comunque continuato a pensare al suo futuro, ad avere progetti. Quelli che lui aveva preferito non veder nascere e crescere, ma di cui ora voleva sapere i risultati. Trarre rapidi bilanci era sapone profumato per la sua coscienza.

L’indomani, non aveva pensato ad altro che a quel pomeriggio, sicura di essere la sola a farlo. Dormici su, dicono, e così era stato, si era buttata nel letto stanca, quella sera, muta dentro, come quando non solo non hai voglia di parlare ma non riesci neppure a pensare, ogni parola nella testa risulta pesante come un’ancora, dentro si arena, si aggancia al diaframma, e non si muove, nonostante il mare mosso. Sveglia latte caffè e acqua fredda sulla faccia, perché l’orologio continua a calcolare la vita in secondi minuti ore, e vai a spiegare agli altri che il ritardo è relativo se per anni aspetti, se sei indietro di un bel po’ perché certe immagini ancora ti rallentano il passo. Quell’incontro, atteso tutto quel tempo, anni che non le sarebbero tornati indietro mai, le aveva ficcato in borsa più domande che risposte, le sarebbe toccato portarle addosso per tutta la giornata, e ancora poi. Forse perché per esaurire i lasciti bisognerebbe avere il coraggio di stanarli con le giuste domande, ma lui, che avrebbe dovuto aiutarla, guidarla, lui che avrebbe dovuto, da sempre, sapere il perché di ogni cosa, si era lasciato risucchiare da quegli stessi fantasmi che credeva di aver esorcizzato, spettri di confusione, rimorsi e colpe cacciate sotto il tappeto, come la polvere che non vuoi aspirare; invaso, senza rendersene conto, pensando che tutto fosse sotto controllo, non vedeva pensando di vedere. Scrollava le spalle e camminava a passo sicuro, lui.
Ripensandoci, mentre girava le chiavi nella toppa e scendeva le scale, si era sorpresa a riderci su, sfogare la rabbia e il senso di fallimento in una risata breve a labbra appena dischiuse, accompagnata da un sospiro di smacco, l’aria che rapida senti uscire dalle narici quando pensi che per davvero ci si può parlare per ore, vicini, senza capirsi. No, non aveva capito niente. Non aveva voluto capire niente, perché la comprensione è sforzo e lo sforzo è dolore. Come sempre, le veniva da dire, come sempre era stato, anni passati a cercare di decifrare un suo gesto pronto a rivelarle che sì, due persone possono proprio diventare una sola, anche se non per sempre, che loro due erano stati una cosa sola, e invece niente, solo parole in aggiunta, strofe scarne che avevano introdotto lo stesso ritornello. Ché l’amore non basta a camuffare certi abissi, a correggere miopia e sordità. Ci si può amare e non capire, ci si ama perché non ci si capisce, altrimenti è devozione.

Era un giorno come tutti gli altri, un giorno di sole pallido e caldo soltanto se hai la pazienza di fermarti per qualche istante, invitarlo tacitamente ad accarezzarti. Erano sempre gli stessi percorsi, sempre un piede davanti all’altro, le stesse strade, le facciate pallide, i balconi stretti, le finestre introverse. Insinuarvisi a passo lento era sempre la stessa musica, eppure era al contempo tutto diverso, differenti spartiti s’imponevano all’orecchio in ascolto. Stivali cappotto sciarpa e cappello, un passo davanti all’altro, camminava per le vie della sua città che pareva sopportare l’andirivieni della gente con leggerezza austera e silenziosa, come una lieve e scherzosa alzata di spalle. Anche quel giorno occorreva uscire di casa, conservare con forza una quotidianità preziosa, unica arma contro gli imprevisti, contro quell’imprevisto, contro quelle parole, contro le sue unghie che la notte, prima di addormentarsi, premevano sui palmi delle mani, creavano solchi tra quelle linee che, dicono, trattengano il segreto del futuro, la mappa del nostro peregrinare; e le nocche diventavano bianche, fuggivano il sangue che scorre, rigettavano il fluire della vita, imploravano una pausa.
Quei fiochi raggi solari, artefici di un’ombra rada che le camminava accanto, non avrebbero però mai preso il posto del calore di quella stretta di corpi. Quando le parole come acqua inquieta avevano raggiunto la staticità in prossimità della diga, muro di silenziosa protezione, muraglia contro l’invasione, ecco che inaspettatamente si erano trovati muti l’uno tra le braccia dell’altro, petto contro petto, guancia contro guancia e le unghie delle mani affondate sulla sua schiena larga e tra i capelli, una stretta tesa tra il dovere di congedarsi e il desiderio di tornare a quell’età più ingenua, dove molti perché potevano permettersi un letargo lunghissimo. Alla fine, l’aveva guardata come si guarda un esemplare unico nella sua specie, una rarità che si vorrebbe possedere ma che tocca lasciare nelle mani della natura, e se n’era andato. Era ciò che aveva atteso, e che più aveva temuto. Avrebbe di gran lunga preferito un semplice gesto della mano, che si congedasse come quelli con cui hai confidenza ma non hai più in ballo la vita; invece era stato così, incalcolato e improprio, tacito e totalizzante, come tapparsi il naso e stare in apnea. Aveva fatto male, un male che l’aveva raggiunta in ritardo, perché era stato istintivo, rapido e inatteso. L’aveva però sentito subito, e subito l’aveva intuito: non sarebbe accaduto più.

Continuava a camminare, e le sue mani avevano preso un’iniziativa insolita, avevano frugato nella borsa e avevano estratto una sigaretta dal pacchetto. Non fumava mai prima di pranzo; non sapeva darne una spiegazione razionale, forse ché affrontare il mattino richiedeva già di per sé lo sforzo di una doppia inspirazione, eppure le sue labbra già ne trattenevano il filtro spugnoso. Se l’era accesa come quando qualcun altro lo fa per noi, era così distante da sé che avrebbe quasi potuto ringraziarsi per il gesto.
“Grazie, ma non fumo più. Ho smesso quando ho capito che avevo iniziato per noia” le aveva risposto, quando lei gli aveva offerto una sigaretta dal suo pacchetto. “Bisogna sempre capire perché si inizia a fare qualcosa, ti aiuta molto” ne aveva concluso, e lei aveva annuito senza ricambiare il suo sguardo. Certo, l’inizio. Avrebbe voluto dirgli che forse gli avrebbe fatto piacere sapere quello che già sapeva senza volerlo, che lei aveva iniziato quando lui se n’era andato, sperando che il fumo le corrodesse il male dentro, chiudesse un buco, lui che aveva capito prima di lei l’inizio di ogni cosa, ma che aveva invece trattato la loro fine disastrosa e rumorosa come una pazzia da zittire, da sedare, semplicemente. Un’anomalia da correggere, un’eccezione che conferma la regola. Erano stati lì, seduti una accanto all’altro, quel pomeriggio, e tra loro lo spazio stretto e vuoto della loro fine, un nulla in centimetri che però li rendeva divisi, li rendeva due, uno e uno, insieme e soli.  Com’è possibile, si chiedeva, passarsi attraverso e poi, nel raccontarselo, scoprire che ognuno ha sempre avuto in testa la sua storia. Parlarsi dopo anni di ricordi imbavagliati e doversi arrendere, ancora, alla mancanza di significato, a quell’attimo di pienezza da afferrare, fosse solo per gettarla via, lontano da sé, come un sassolino da far rimbalzare nell’acqua del lago; pensare a quell’intrecciarsi di mani che finiscono poi remissive nelle tasche, o ad additare l’errore dell’altro; piangere lacrime che cadono a terra e la inaridiscono, la bruciano quando invece dovrebbero far crescere piante e promesse. Com’è possibile, soprattutto, lasciare che giorni mesi anni insinuino trame di silenzio tra pelli che prima rabbrividivano al contatto, e che quelle trame diventino strade, lunghe miglia, e che quando un bel giorno s’incrociano per una beffa di probabilità, non succeda mai un confluire ma sempre un sovrapporsi?

Un rumore improvviso aveva investito il suo udito, ma era giunto in ritardo alla coscienza, come una voce estranea che giunge a svegliarci mentre stiamo dormendo. Lo stridere secco e arrogante della gomma sull’asfalto aveva risvegliato i suoi nervi prima dei suoi pensieri. Istantaneamente, i muscoli delle sue gambe si erano irrigidite, le punte dei piedi avevano accusato il peso del suo corpo, le sue braccia si erano sollevate all’altezza delle spalle in segno di resa. Un signore di mezza età dal fisico atletico, a cavallo di una bici, le mani contratte sui freni, le stava di fronte, il viso colto da un’espressione stupita e irritata.
“Il marciapiede è dall’altra parte!” l’aveva rimproverata, facendole segno con il braccio, il tono di voce perentorio e accusatore, e si percepiva che avrebbe voluto aggiungere molto altro. Di rimando, lei era a malapena riuscita a sostenere imbarazzata il suo sguardo, la bocca aperta dallo stupore, la sigaretta per terra, scivolata dalle dita qualche secondo prima, e ancora fumante.
“Mi scusi, io non…” aveva provato a balbettare, e rapidamente aveva lasciato guizzare il suo sguardo smarrito tutt’intorno. Sì, era proprio finita a camminare sulla pista ciclabile, senza volerlo. Si era voltata verso l’altro lato della strada, quello per i pedoni, poi di nuovo verso il ciclista, senza riuscire ad aggiungere altro che potesse discolparla.
“Sveglia! Guarda dove vai!” le aveva gridato, e aveva ripreso subito a pedalare, senza attendere risposta, come quando si scaccia una mosca invadente e si riprende a fare quello che si stava facendo, nonostante serva qualche secondo per sopire il fastidio.
Come aveva fatto a non accorgersene? L’aveva osservato allontanarsi, ferma lì, su quella strada stretta tinteggiata di rosso. Le sembrava di esser sorda, il fluire di persone e macchine pareva non produrre alcun suono. Un leggero pizzicorìo al naso l’aveva raggiunta, e la vista si era annebbiata, gli occhi inumiditi, la gola annodata come un laccio di scarpe e gli incisivi a catturare avidi il labbro inferiore.
Avrebbe voluto avere la forza di gridare. Gridargli che la vita non è come una stupida e banale pista ciclabile, che non c’è un percorso facilitato e unidirezionale segnato con un colore diverso, che cercare di andare avanti non è come pedalare, cambiare strada non è solo una questione di freni gomme e marce. Avrebbe voluto urlargli che per quanto si cerchi di guardare dove si va, a volte non si vede niente, nient’altro che le macerie della città dove abbiamo vissuto, rasa al suolo da terremoti inspiegabili, perché le nostre debolezze e le scelte degli altri pesano sul nostro cammino più di una calamità naturale, decidono il nostro procedere e il nostro fermarci, il nostro inginocchiarci a raspare tra i detriti, il nostro sperare di salvare ancora qualcosa, il nostro soffocare nella polvere, tossire, rialzarci e sporchi allontanarci.

Una lacrima s’intrufolava tra le ciglia e si lasciava cadere, disegnando una riga sul suo zigomo che rifletteva la luce del sole e che richiamava sulla sua pelle il freddo dell’aria invernale. Il ciclista era ormai lontano dalla sua visuale. La solitudine del suo stare lì, immobile, a calpestare una strada che la voleva esclusa, le aveva gettato addosso un immenso senso di pesantezza, la sensazione di indossare un cappotto troppo pesante, di due taglie più grande, fradicio di pioggia. Aveva raccolto le poche energie per guardare di fronte a sé, fare quello che quell’uomo le aveva chiesto, banalmente, e quel palazzo giallo a quattro piani sull’angolo della via su cui si posava il suo sguardo confuso era la speranza di capirlo, una speranza spogliata ora di qualsiasi sogno e profondità, utopia e credo, ricondotta alla materialità delle cose, delle forme, delle luci.
Al primo piano, una signora che doveva aver passato la settantina, i capelli bianchi e un grembiule da casa blu elettrico sopra una maglia pesante, stava dando da bere alle piante sul suo balcone. L’inverno le aveva private di fiori e colori brillanti, ma silenziosamente, in quel movimento lento che doveva costarle la fatica della sua vecchia schiena curva, sollevava l’annaffiatoio e lasciava colare giù con premura quel getto d’acqua ben dosato, perché anche e soprattutto ciò che non può ancora rifiorire, ciò che è ancora sopito dalla violenza muta del gelo, deve bere la vita per nutrire e conservare la sua potenziale bellezza, quel dono che la primavera pretenderà puntuale.
Era stata lì a osservarla fino alla fine, quando aveva appoggiato l’annaffiatoio a terra, e una mano all’altezza dei reni e l’altra sul vetro, era rientrata in casa e aveva richiuso la finestra; poi, le mani in tasca, aveva ripreso a camminare, nella direzione opposta alla precedente, aveva attraversato la strada e aveva raggiunto la fermata del pullman sul quale avrebbe dovuto già essere salita da un pezzo.
Guarda dove vai.
Aveva sorriso debolmente, e si era infilata nelle orecchie le cuffie discrete da cui la musica ora confluiva superando i rumori del traffico, come un ospite dalla parlata esuberante seduto a una tavolata di chiacchiere monotone.
Ripensava alla signora, a quel lento prendersi cura di steli secchi di cui immaginava già, probabilmente il fiorire ciclico di petali colorate, promesse esili ma riconcilianti. Chissà se anche lei sarebbe riuscita a invecchiare così.

 

Questo racconto è stato pubblicato
nell’antologia Racconti torinesi, Historica edizioni, 2017.

 

 

Una buona notizia, lettori! #4

Condivido con voi la pubblicazione del mio racconto Il poster, sulla rivista online «Narrandom», selezionato per raccontare una storia che avesse come tema la parola “limite”.
Lo trovate a cliccando qui.

E.

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Quando hai solo diciott’anni, quante cose che non sai
quando hai solo diciott’anni forse invece sai già tutto
non dovresti crescer mai.
Ligabue

Oggi è martedì, come ogni volta che scrivo qui, ma preferisco raccontare della mia domenica sera, anche perché oggi ho passato la mattinata all’ospedale per un prelievo del sangue e non credo che a qualcuno importi avere un resoconto dettagliato della faccenda. Ad ogni modo, domenica, cercando una cosa nel mio armadio bianco delle cianfrusaglie – di cui qui avevo anche scritto – mi sono imbattuta nella mia scatola contenente un mucchio di diari scritti nel periodo adolescenziale – che a volte mi chiedo se è poi davvero finito, ma questo è un altro discorso. Uno dopo l’altro, ho cominciato a sfogliarli e leggerli. Ho cominciato da quello più recente, fino a quello che per me è “il diario della svolta”, scritto tra i 16 e i 17 anni, perché quell’anno nella mia vita sono cambiate un bel po’ di cose.

Cosa ce ne frega dei tuoi diari, direte? E in effetti è un’ottima domanda. Non ho assolutamente intenzione di raccontarne qui il contenuto, però mentre leggevo ringraziavo me stessa per aver scritto così tanta roba apparentemente inutile, ma che a distanza di anni aiuta a ricostruire i pezzi della nostra vita con quella consapevolezza che all’epoca non avevo. Anche perché, se l’avessi avuta, penso che non avrei scritto proprio niente – e non in quel modo, ho beccato ahimè frasi con numeri al posto di lettere e x al posto di per e altre licenze ortografiche nate dall’esigenza tutta anni ’90 di far stare in un messaggio con pochi caratteri tutti i nostri pensieri (che ne sanno i duemila)…

Insomma, discutibili composizioni alfanumeriche a parte, che mi fanno sorridere se penso che “da grande” la mia maggiore occupazione finora è stata ed è in parte ancora quella di fare redazione ovvero di professione la grammar nazi, è stato incredibile rileggermi e ritrovarmi o sorprendermi di molte delle mie parole, alcune così piene di dolore che mi sono chiesta come ho fatto a sopravvivere a quell’età dove tutto è così intenso, dove non solo si impara a farsi delle domande, ma si capisce forse che spesso le risposte giuste non esistono e questo fa malissimo. Mi sono chiesta, ad esempio, per tre diari di fila molto fitti le ragioni di quell’addio, per poi scoprire anni dopo quello che avevo sempre sospettato, ovvero che a quelle vicende i perché razionali non ci sono.

Recentemente la rivista «Lahar magazine» ha pubblicato un mio racconto, I ciliegi, che ricorda la mia adolescenza, in particolare alcuni momenti che non compaiono nei miei diari, perché all’epoca forse ero troppo contrita per rendermi conto di alcune cose che mi hanno fatto bene e che mi hanno salvata. Ho raccontato di alcuni amici che mi avevano accolta tra loro e che mi facevano dimenticare momenti apparentemente impossibili da superare. Nei miei diari, però, il racconto di quelle serate non c’è. Non mi rendevo conto di alcune cose benefiche, come spesso accade a quell’età, quando le possibilità sono girato l’angolo ma non ce ne rendiamo conto.

Tutto questo per dire cosa, esattamente? Beh, innanzitutto grazie. A quelle persone lì e ad altre. E poi per dire che, nostalgia a parte, ripercorrere ogni tanto le proprie vicende personali ci aiuta a capire che siamo stati più forti di quanto pensiamo. Ci aiuta a ritrovare ideologie e speranze che oggi pensiamo vane, ma che invece sono ciò che ci ha portato fino a questo punto e che dobbiamo ricordare per andare avanti.
Nei miei racconti recentemente pubblicati, l’adolescenza è lo scenario privilegiato perché è l’età che non scende a compromessi. Dove finisce la tua libertà, inizia il curriculum vitae, dice una canzone del buon Frah Quintale. A quell’età non eravamo riassunti in un foglio o due, non volevamo esserlo, pretendevamo di non esserlo. In questo senso, guardarci indietro a volte, non può farci che bene.

Una buona notizia, lettori! #3

Annuncio la pubblicazione del mio racconto I ciliegi nella rivista «Lahar Magazine» numero 40, a tema “buio”.

Potete leggere il mio racconto a questo link, mentre se cliccate qui potete leggere anche tutti gli altri.

E.

Una buona notizia, lettori! #2

Cari lettori,
condivido con voi la contentezza di vedere il mio racconto L’imbucato pubblicato sul numero 5 della rivista e newsletter letteraria Firmamento.

Vi invito a seguire la loro attività e a leggere il mio racconto a questo link.

E.

Una buona notizia, lettori! #1

Alla faccia del fatto che il 13 porta sfortuna, sono lieta di annunciare che un mio racconto è stato apprezzato e pubblicato proprio oggi dalla rivista letteraria «Inutile».

Il racconto si intitola Inverno senza neve, e potete trovarlo qui, da leggere oppure ascoltare attraverso il podcast.

La buona editoria è fatta soprattutto di buone riviste letterarie, e di tutti coloro che ne fanno parte. Sono felice di aver conquistato questo piccolo spazio!

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