#16 – Specchio

Vorrei essere spregiudicata, intollerante, senza pietà. Davanti allo specchio mi osservo e mi chiedo come sarò da vecchia. Vorrei fare della saggezza fermezza, della vulnerabilità atarassia. Provo a indurire lo sguardo, lo svuoto di tutto, delle parole sentite e dette, dei sorrisi ancora addosso, dei gesti generosi, della malinconia del tuo volto, della compassione verso l’umano errore. Desidero che tu possa sentirlo addosso, come una pietra lanciata con forza, che tu possa spaventarti senza poter scappare, vedendola tagliare l’aria verso di te. Continuo a fissare le mie stesse pupille, e no, mi dico, non accadrà ancora, nessuno potrà più ferirmi, nessuno potrà più vedermi debole, rubarmi più parole per esprimere sentimenti che mi sono a lungo sforzata di domare. No, continuo a pensare, camminerò oltre, lascerò alle spalle ogni richiesta di ascolto, ogni tardivo pentimento, ogni silenzio d’imbarazzo. Non indugerò più, non inciamperò più, scalcerò via ogni nuda carne sul mio cammino.

Lo specchio però mi restituisce il rossore della congiuntiva, il tremore delle palpebre, le ciglia che trattengono un inizio di pianto, la gravità delle lacrime che vince, e loro che scivolano lente sugli zigomi. Tracciano un sentiero liquido sulle mie guance. È la via di una fiducia desiderosa di rigorgere, della pietà e dell’indulgenza. Mi chiede spazio, ma la cancello con il dorso della mano. Vorrei continuare a osservarmi come poco prima, lo sguardo da incendiario, i lineamenti impassibili. Ero io, e sono io anche adesso, che ho pianto un nano secondo, quanto basta perché questa immagine racchiuda la mia doppia verità.

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#14 – Ombrello

Mi dici spesso di prendere l’ombrello prima di uscire, perché hai visto le previsioni e sai che alle quattro del pomeriggio pioverà. Io do un’occhiata fuori dalla finestra, vedo un cielo azzurro su cui dorme qualche nuvola e decido che non me lo porterò dietro nemmeno stavolta. Ti ho spiegato che non è una questione di ottimismo, so bene che anche la giornata migliore, d’estate, può trasformarsi in alluvione in pochi secondi. Penso che sia piuttosto il fatto che, semplicemente, al meteo non ci penso quasi mai, per distrazione, quella stessa distrazione quotidiana che ti fa sorvolare sullo scioglimento dei ghiacciai, la scomparsa di alcune specie animali, il surriscaldamento globale. La sveglia, al mattino, suona lo stesso, che piova o ci sia il sole. Come non ho soluzione alcuna per un sacco di catastrofi mondiali, così non ho l’ombrello in borsa. Che c’entra, mi dici. E invece c’entra, perché quella stessa distrazione è quella che fa scorrere tutto in avanti, che mi fa pensare che, sole o pioggia, bene o male, alcune emozioni bisogna comunque sentirle, alcune verità dirle, alcune azioni farle. A volte, se sono fortunata, qualcuno affianco a me, più previdente, apre l’ombrello e mi fa stare sotto. È quella, forse, la vera soluzione a pioggia e male: che non tutti abbiano un ombrello, ma che tutti possano lo stesso ripararsi.

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Una buona notizia, lettori! #7

Ho scritto un racconto breve che parla di respiri, apnea e resistenza.

Si intitola Senza branchie ed è stato pubblicato dall’Agenzia e Rivista letteraria Pastrengo (MI) e potete leggerlo cliccando qui.

#13 – Caffettiera – Fabrizio Defilippi

di Fabrizio Defilippi

Accendo la piastra elettrica, non so mai come regolarmi. La piccola caffettiera verde è nell’angolo della piastra. Ha lasciato un alone opaco sulla superficie nera, ma nessuno se ne preoccuperà più di tanto in casa.
I primi mesi mi sono disintossicato. Non è la prima volta che vado all’estero e me ne dimentico. Peccato capitale, non si impara mai nulla dal passato. La mattina non era certo la stessa cosa. Di caffè solubile non ho voluto sentire parlare.
Mentre la piastra si scalda e si illumina di rosso, apro la caffettiera per pulirla. Dentro c’è ancora un po’ di caffè del giorno prima. È da due persone o da una, secondo le abitudini. Di solito ne bevo tre quarti. A volte conservo il resto per il latte della colazione. Histoire de ne rien gaspiller.
Pulire il filtro è un’operazione delicata. Non c’è niente di più squallido di un lavandino bianco coperto di caffè in polvere. Lo estraggo e lo sbatto delicatamente contro la caldaia, cercando di non spargere caffè a destra e manca. Operazione riuscita, per una volta il lavandino resterà immacolato.
Il livello del caffè nel barattolo sta scendendo vertiginosamente. Una di queste mattine lo troverò vuoto e mi accorgerò che non ho un pacco nuovo da aprire.
È una sfida all’ultimo granello. La mano trema come se il cucchiaino fosse diventato improvvisamente un bisturi. Il filtro si stringe fino a farsi microscopico. Altro che centro di gravità permanente, le leggi della fisica non valgono più. Il danno è fatto, caffè dappertutto.
In cucina c’è anche una macchina del caffè, di quelle con la caraffa in plastica, all’americana. Sta lì a stagnare, a volte per giorni, una brodaglia sempre più nera. L’ho provato qualche volta, non fa per me.
Chiudo la caffettiera e la riapro subito. Sì, ho messo l’acqua. La piastra è calda e la piazzo su, facendo attenzione a lasciare il manico all’esterno, per evitare che si surriscaldi.
Abbiamo bisogno di rituali, penso. Questo non è certo originale, ma è pur sempre qualcosa. Lancio la caffettiera, torno in camera, metto in ordine velocemente, accendo il pc, apro la finestra per cambiare aria. Il tempo di una caffettiera e la vita riprende. Non è tanto il caffè in sé, ma il gesto. Con la cialda non sarebbe la stessa cosa. Quei tre minuti danno il là a qualcosa, riattivano le connessioni neurali.
Torno in cucina, giusto in tempo. Sposto la caffettiera e spengo la piastra, che resta rossa ancora per un po’. Una zolletta di zucchero e via.
Forse sto invecchiando e tra poco inizierò a mandare immagini di caffettiere di dubbio gusto agli amici. In fondo nemmeno la grande città può davvero cancellare il ricordo di quel ragazzo di paese che ero e che sono. Forse invece ho solo bisogno di un profumo noto da associare a casa, dovunque essa sia. Fa’ niente, a ognuno il suo piccolo rituale.

Fabrizio Defilippi (1991) piemontese, vive a Parigi e cerca nella filosofia le risposte all’imminente apocalisse ecologica. Scrive racconti e recensioni per La Biblioteca di Babele e di cinema per PopEye. Ama la montagna e le letture impegnate sotto l’ombrellone.

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#12 – Plettri – Due Venti Contro [Giacomo Reinero]

di Due Venti Contro [Giacomo Reinero]

Ora ne conto quattro, ma se li guardassi tra cinque minuti potrebbero diventare tre, due o addirittura nessuno: spariti, scomparsi altrove. Li scelgo sempre grigi, sottili, scivolosi, talvolta schivi, quando pretendo da loro note che ancora non so. Si sono fatti posto tra i miei polpastrelli, insistentemente. Come i giovani amori, rigorosamente uno alla volta: giusto il tempo di abituarmici e decidono poi di incrinarsi, screpolarsi e salutare. Triangoli smussati, figure geometriche come lance in movimento, fondamentali per chi come me si rosicchia le punte delle dita. Talmente importanti da determinare, con la loro consistenza, il suono dello strumento.
Tengo i miei plettri nel portafoglio, tra i soldi e il mio corpo, sempre con me e questo vale molto di più di tutto quanto scritto: sono la speranza di un lavoro in cui credo, che s’incrina con loro, ma che in me non si spezza.

Giacomo Reinero (1988), in arte Due Venti Contro, è un cantautore della scena pop torinese. Nel 2014 esordisce con l’album Va bene così, seguito da In fondo, nel 2016. Oggi è in attesa di pubblicare il suo terzo album, anticipato dal nuovo singolo Cornice. Qui, il suo canale YouTube e Spotify.

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Due Venti Contro

#11 – Cuffiette

Tra le ragioni per cui devo ringraziare l’adolescenza, c’è quel fatto di aver scoperto che non devo fidarmi delle cose fatte per tutti: le taglie uniche, per esempio, o gli oggetti universali. All’inizio del liceo, ricordo di aver lottato a lungo contro alcune innovazioni tecnologiche, tra cui il lettore mp3 e le cuffiette, per cui nel mio zaino, ad accompagnare il mio tragitto di circa trenta minuti sul bus, c’era il lettore CD portatile, che ascoltavo con le cuffie grandi. Era tuttavia l’età in cui non esisteva una grande guerra, solo tante battaglie dalla durata breve, e infatti poi mi sono arresa, ho accettato in regalo quella piccola scatoletta da 256 mb dotata di auricolari, come tutti.
È stato lì che ho capito che non tutte le cuffiette per me sono uguali, anche se pretendono di essere universali. Il mio orecchio destro all’interno è più stretto, l’auricolare non ci sta e dopo qualche minuto cade. Ho impiegato anni a trovare il modello giusto, andando a tentoni, senza rivelare a nessuno questo mio ben nascosto difetto, se non a pochi eletti, a quegli amici stretti che in gita volevano sedersi accanto a me e ascoltare la stessa musica sul pullman, e allora dovevo rivelare che dovevano per forza cedermi la loro cuffietta sinistra. Perché?, chiedevano, L’altra non c’entra, rispondevo, e anche se ne ridevo, dentro di me pensavo ma perché a me, ‘sta cosa. Quando finalmente sono riuscita a trovare il modello adatto, l’ho ricomprato uguale ogni volta che si rompevano, fino a che, come tutte le cose belle, anche quella è finita: non le hanno più prodotte, e la ricerca è ripresa inesorabile, silenziosa e speranzosa, continua tutt’ora. In ogni caso, anche quel modello non era perfetto, diciamo che andava meglio di molti altri: mi ero decisa ad accontentarmi, non si può, mi dicevo, andare sempre avanti senza fermarsi mai. È la sottile arte del compromesso, di fronte alla semplificazione dell’universale, che perfino le cuffiette sanno essere una bugia bella e buona, perché ogni giorno si riannodano in maniera diversa.

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#10 – Quaderno – Donata Testa

“Squadernami”
di Donata Testa

Eccolo lì, il quaderno, copertina nera, fogli ingialliti, bordo rosso, appoggiato senza gioia sul ripiano di formica verde del tavolo, in cucina.
L’ha lasciato Giuseppe.
Giuseppe il nonno di Vince, il mio ragazzo.
Ha detto teloregalo tutto attaccato, quasi fosse Natale, quasi fosse ‘sto rettangolo un pacco consegnato dall’Amazon del paradiso.
E che me ne devo fare di un quaderno, Giuseppe? Cioè grazie, grazie mille, però io non uso più carta e penna da quando andavo a scuola, mille anni fa, cioè sarebbero una decina, gli anni, ma per me equivalgono a secoli.
Tranquilla Katia, è solo un vecchio quaderno, un cimelio di un tempo che non è più.
Potresti scriverci i tuoi pensieri.
Eh ma no, Giuseppe, quelli li twitto, li posto su istangram, facebook e gli altri social che frequento; sul mio blog, sulle riviste online con cui collaboro.
Figurati se mi riesce di scrivere un’altra volta a mano, eh no, e poi è lento, tutto estenuantemente lento.
Una perdita di tempo colossale.
E la lista della spesa?
Ma no, dai, nel cellulare c’è l’organizer, io lavoro solo lì.
Va bene signorina, allora strappa i fogli, uno a uno, e fai qualche origami.
O, se non sei capace, costruisci dei semplici aerei e lasciali volare, buttali dalla finestra, ma prima, se vuoi farmi un piccolissimo regalo, prima del lancio, scrivici dentro una parola, una sola.
Regalala all’aria, alla perpendicolare che accompagnerà la sua discesa.
E guardala andare.
E senti il tenue fremito della carta, il peso del suo segreto nascosto tra le ali, scritto nero su giallo.
Immagina qualcuno raccogliere il tuo foglio, la tua unica parola.
Lo vedi?
Bello, no?
Ecco, tieni, prendi la mia stilografica.
È una vecchia Aurora con un pennino d’oro, morbidissimo e tagliente che fa scivolar fuori le parole, una dietro l’altra, una appresso alla successiva, e senza nemmeno che uno se ne accorga.
Inchiostro nero bistro.
Una vera bellezza.
Prova.
Una parola.
Un foglio.
Una stilografica.
Continua da qui, Katia, riparti da qui.

Donata Testa (1955) è nata e vive a Torino. È insegnante e autrice di romanzi e racconti, tra i quali Bagagli a mano (2001), Il luogo del cuore (2006), Le culture intrecciate: Letteratura e migrazione (20017), Italia ama (2007), Sventola l’aquilone (2013), Il gusto di farlo. Raccontarsi senza veli (2015), Certi istanti (2016), Dalla prima all’ultima. Storia di una scolara poi prof (2018).

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#09 – Calendario

In alto a sinistra, all’altezza della seconda mensola sopra la scrivania, è appeso il calendario. Nel tempo, i muri della stanza hanno subito tanti cambiamenti, ma quel preciso punto è sempre stato suo – seduta lì, mi basta un rapido sguardo verso l’alto per avere sott’occhio i miei impegni mensili. Caselle bianche su sfondo colorato, da contare e riempire: ogni spazio è una possibilità di decidere, dicono.
Non riesco a vivere senza, anche se non mi è mai servito da promemoria. Buffo, visto che è proprio ciò a cui servirebbe. Ci scarabocchio sopra, con colori sempre diversi, orari luoghi ed eventi che ricorderei comunque, ma che mi tranquillizza relazionare gli uni con altri grazie a un’occhiata rapida – tengo sott’occhio me stessa, la me che ha da fare. È per questo che ogni anno compro un calendario, ha a che fare con la vigilanza, la sorveglianza del quotidiano, banale e ricorrente. Caselle da saltarci sopra, una dopo l’altra, quotidianità come il gioco dell’oca, vinci se dal primo del mese arrivi al fondo e non sei troppo stanco.
Non ci scrivo mai però tutte quelle cose che accadono un po’ quando gli pare e che non dipendono da me. Le immagino come le caselle salta un giro, sono quelle che quando ci capiti sopra ti pare di dover cominciare da capo: il ciclo, i sogni che ricorrono, i giorni che mancano a quella cosa di cui ho tanta paura, quella che invece non vedo l’ora arrivi e poi passa troppo in fretta. C’inciampo, però, come tutti, e poi rilancio il dado. Sul mio calendario restano bianche, che non è un colore, ma li contiene tutti. Neutralità che cela complessità, come luce di perdono, silenzio, segreto, armistizio.

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#08 – Moschettone – Fabio Soriente

di Fabio Soriente

22 kilonewton sul suo asse maggiore: è la sollecitazione massima che può sopportare un moschettone da alpinismo come quello che ho in mano. Potrebbe reggere il peso di un ippopotamo di medie dimensioni, in teoria, ma se l’ippopotamo vi si dondolasse resisterebbe decisamente meno. Non parliamo poi se la bestia cadesse da un paio di metri scaricandovi tutto suo il peso, ma per un essere umano è più che sufficiente – certo, a patto che il moschettone rimanga verticale, non sbatta contro la roccia e la leva rimanga chiusa: in condizioni ideali insomma.
A tutto questo, comunque, generalmente non penso quando sono in parete e ne attacco uno al chiodo. Può darsi che io ci pensi quando rimango attaccato alla roccia solo per due dita, sulla placchetta che in quell’istante è tutto il mio mondo, e ci resto aggrappato stringendo i denti, con le vene del braccio che esplodono, pur di non cadere. Ma sbaglio, perché il moschettone mi ha insegnato che nella vita bisogna buttarsi. Nel gergo dei climbers, cadere si dice “volare” e la paura di lasciarsi andare nel vuoto è vissuta quasi come una patologia da sconfiggere. A patto di saper come cadere, volare è fortissimo. Questo anellino di metallo smaltato mi ha insegnato che posso avere il controllo su moltissime cose, ma non su tutte, e che buttarsi aiuta a vivere con leggerezza, pur essendo abbastanza pesanti. Catarsi a buon mercato, insomma: 4,99 €.
Da quando l’ho capito, mi affido al moschettone e salgo sempre più su. Salgo per gridare in silenzio e a pieni polmoni quello che a terra non posso dire. Salgo per farmi male, finché mi reggono le gambe e le braccia. Salgo per sentirmi riposato.
Dopodiché scendo, più o meno con grazia, ci pensa lui tanto a insegnarmi anche la lezione della fiducia. Come quando giochi a lanciarti di spalle tra le braccia del partner, è la stessa cosa, anche se non puoi farlo nel salotto di casa.
Tornare alla quotidianità dopo – agli affetti, al lavoro, alle responsabilità – ha un gusto unico e tenere le chiavi di casa in quel moschettone acquista un senso che mi pare, in una parola, giusto.

Fabio Soriente (1990) vive a Torino, dove ha studiato Lettere, e lavora come redattore in uno studio editoriale. È co-founder della rivista letteraria “Lunario”, che vede la luce nel 2018. Alla passione per i libri affianca quella per le montagne e i luoghi incontaminati.

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#04 – Occhiali

Non ricordo quando avevo strizzato gli occhi per la prima volta, cercando di leggere quello che la professoressa stava scrivendo alla lavagna, ma avevo tredici anni e per qualche tempo aveva deciso di ignorare la faccenda. Era l’età in cui le felpe large e i pantaloni a cavallo basso si accostavano ai primi ombretti sulle palpebre, nel tentativo di cercare quella nuova me che non capivo dove fosse nascosta e volevo farla uscire allo scoperto, tratteggiarla. Mi guardavo allo specchio e non mi piacevo, non capivo che era tutto normale, era l’inizio dei dubbi e dei forse, dei se e dei perché. Pensavo: Mi ci mancano solo gli occhiali, come se avessi già tutti gli acciacchi del mondo. Un giorno, però, quel fastidio aveva vinto: ero tornata a casa da scuola e l’avevo detto a mia madre, Non ci vedo bene. Mi aveva accompagnata dall’oculista con la rassegnazione di avermi trasmesso quel suo difetto che non mi sarei scacciata mai più. La visita aveva sancito un radicale cambio di abitudini nella mia vita: avrei indossato un paio d’occhiali, da quel giorno in poi, tutti i giorni, finché morte non ci separi, amen.
Fino ai quindici li ho sopportati, poi fino ai diciotto li ho ripudiati, portavo sempre le lenti a contatto. Stavo ancora cercando la mia me nascosta, pensavo che imboscando gli occhiali l’avrei trovata prima. Ho capito che le due cose erano distinte solo all’università, così erano tornati sul mio naso, un anno rettangolari, un anno ovali, l’altro anno rotondi. Un pomeriggio, in biblioteca, avevo alzato gli occhi dal libro e lui mi aveva sorriso e mi aveva detto Sembri un topolino, e io che l’amavo l’ho preso come un complimento.
Ogni tanto le lenti a contatto le metto ancora, sono convinta che non sempre si debba mostrare la propria autenticità, così mi libero dei miei dischi tondi, disegno una linea nera sugli occhi, pettino le ciglia, coloro le labbra. Non cerco più la nascosta me, celo invece quella che ho trovato. Dopo qualche ora, però, mi si appanna la vista, i miei occhi mi chiedono respiro e perdono, per non essere come vorrei che fossero. Io però non me la prendo più, li libero e inforco gli occhiali. Nulla sarebbe peggiore di essere un topolino cieco.

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