#08 – Moschettone – Fabio Soriente

di Fabio Soriente

22 kilonewton sul suo asse maggiore: è la sollecitazione massima che può sopportare un moschettone da alpinismo come quello che ho in mano. Potrebbe reggere il peso di un ippopotamo di medie dimensioni, in teoria, ma se l’ippopotamo vi si dondolasse resisterebbe decisamente meno. Non parliamo poi se la bestia cadesse da un paio di metri scaricandovi tutto suo il peso, ma per un essere umano è più che sufficiente – certo, a patto che il moschettone rimanga verticale, non sbatta contro la roccia e la leva rimanga chiusa: in condizioni ideali insomma.
A tutto questo, comunque, generalmente non penso quando sono in parete e ne attacco uno al chiodo. Può darsi che io ci pensi quando rimango attaccato alla roccia solo per due dita, sulla placchetta che in quell’istante è tutto il mio mondo, e ci resto aggrappato stringendo i denti, con le vene del braccio che esplodono, pur di non cadere. Ma sbaglio, perché il moschettone mi ha insegnato che nella vita bisogna buttarsi. Nel gergo dei climbers, cadere si dice “volare” e la paura di lasciarsi andare nel vuoto è vissuta quasi come una patologia da sconfiggere. A patto di saper come cadere, volare è fortissimo. Questo anellino di metallo smaltato mi ha insegnato che posso avere il controllo su moltissime cose, ma non su tutte, e che buttarsi aiuta a vivere con leggerezza, pur essendo abbastanza pesanti. Catarsi a buon mercato, insomma: 4,99 €.
Da quando l’ho capito, mi affido al moschettone e salgo sempre più su. Salgo per gridare in silenzio e a pieni polmoni quello che a terra non posso dire. Salgo per farmi male, finché mi reggono le gambe e le braccia. Salgo per sentirmi riposato.
Dopodiché scendo, più o meno con grazia, ci pensa lui tanto a insegnarmi anche la lezione della fiducia. Come quando giochi a lanciarti di spalle tra le braccia del partner, è la stessa cosa, anche se non puoi farlo nel salotto di casa.
Tornare alla quotidianità dopo – agli affetti, al lavoro, alle responsabilità – ha un gusto unico e tenere le chiavi di casa in quel moschettone acquista un senso che mi pare, in una parola, giusto.

Fabio Soriente (1990) vive a Torino, dove ha studiato Lettere, e lavora come redattore in uno studio editoriale. È co-founder della rivista letteraria “Lunario”, che vede la luce nel 2018. Alla passione per i libri affianca quella per le montagne e i luoghi incontaminati.

cos’è #istantanee

Tutti gli articoli

Photo credit: Fabio Soriente

#07 – Scatola

Erano anni che non riapriva la scatola. Aveva sciolto il fiocco di raso che la teneva chiusa e poi l’aveva rovesciata svuotandone il contenuto sul letto. Cartoline, lettere, biglietti d’auguri. Aveva deciso, in un pomeriggio di noia, che avrebbe tenuto soltanto i più importanti, per lasciare spazio. Per cosa, poi? Chissà, nella vita è sempre bene liberare un posto, pensava, presto o tardi qualcosa lo occuperà.
Aveva cominciato dai biglietti di compleanni, natali, pasque: aveva deciso che avrebbe tenuto solo quelli delle persone che ancora considerava importanti. Poi era passata alle lettere, ce n’erano molte che raccontavano il liceo, le amicizie, gli amori, i litigi. Ne aveva aperta una che non si aspettava di trovare. Chissà dov’era, adesso, E. Se lo ricordava, che avevano litigato? Lei stessa faticava a ripescare ogni dettaglio. Eppure, nel silenzio della stanza, aveva richiuso la lettera, l’aveva riposta nella scatola e aveva sentito gli occhi pizzicare di lacrime che fino a qualche istante prima non aveva mai pensato potessero scendere. Sapeva che arrivavano da quei giorni lontani, fino all’oggi, bagnavano il coraggio che spesso manca, ora, di scrivere parole come quelle, con se stessi dentro. Lacrime che dal foglio a quadretti di E., con i buchi ripiegato in quattro, facevano salti fino a tutte le parole che ogni giorno scrive e riceve, che della carta non hanno più bisogno, che sembrano più libere e invece sono ancora più costrette. Come si può dire, senza un foglio di carta, la verità? Per questo non diceva più niente. Le mancava l’illusione, adesso, che spedire significasse confessare.
Aveva buttato gli scarti nel cestino. Aveva chiuso la scatola, le aveva ridato il suo posto. È buffo come tra gli oggetti più importanti ci siano quelli che ne contengono altri. Come le lacrime, svelta se le era asciugata con il polso, che dalla calligrafia di E. erano andate più in là, contenendo tutto quello che aveva avuto un posto e quello che ancora non ce l’ha.

cos’è #istantanee

Tutti gli articoli

Photo credit (mod. b/w):
Lifefortock / Freepik

#05 – Mollette – Chiara Saggese

di Chiara Saggese

I primi ricordi della mia infanzia che non siano condizionati da una foto o da un filmino sono conservati nel tinello di mia nonna, all’ultimo piano di una palazzina dai muri color granata.
Sono convinta di aver imparato a leggere a cinque anni, seduta sul suo tavolo, con in sottofondo le canzoni popolari che intonava in dialetto, mentre con la cucchiarella mescolava il più delle volte o’ rraù, e mi faceva assaggiare come fosse di sale.
Appena arrivavo a casa sua, mi precipitavo sul balcone che affaccia sul cortile interno, e attaccavo con grande cura una molletta verde ai fili del bucato, sempre dalla parte sinistra della ringhiera. Voleva dire “Ci sono”.
Dovevo quindi aspettare solo pochi minuti prima di sentirmi chiamare dalla nipote della vicina di casa, e iniziare così a giocare.
Molletta gialla voleva dire “Ci sono quasi”, molletta rossa significava “Ora non posso”. Perché non suonare direttamente al campanello, mi chiedo adesso. Perché ci piaceva avere un codice segreto, che tre semplici mollette di plastica assumessero un significato solo nostro, in mezzo al resto dei panni stesi, senza bisogno di usare altre parole.
Penso che dovremmo avere tutti tre mollette colorate da portare sempre con noi. Sarebbe più facile comunicare, senza alcun fraintendimento.
Molletta verde: ci sono, sono qui.

Chiara Saggese nasce a Torino nel 1990 e cresce nell’amena San Mauro Torinese. Si narra che un giorno disse alla sua maestra d’italiano delle elementari, dopo aver letto Piccole donne, che avrebbe fatto il liceo classico perché da grande voleva scrivere ed essere come Jo March. Con una laurea in Giurisprudenza nel taschino, ha a cuore ogni causa – e soprattutto caso – sociale che incontra sul suo cammino. Potete leggere un suo racconto anche su La Biblioteca di Babele, Dicembre.

cos’è #istantanee

Tutti gli articoli

Photo credit: Chiara Saggese

Cose scritte in giro

Negli ultimi tempi, scrivere qui mi sembra difficilissimo. Chi legge scorre lo sguardo su un articolo finito, ma prima che questo accada ci sto io qui a capire cosa scrivere e se può essere mai interessante, e spesso temo che non lo sia. Oggi la mia mente è un po’ occlusa, si dice che si scrive meno quando si è più felici, può darsi, in questo caso è una cazzata, si tratta solo di frenesia quotidiana. Impegni che spesso non vorrei, e che come ognuno su questa terra, mi tocca accettare.

Eppure, qualcuno non poco tempo fa mi ha detto che ho talento, riferendosi alla scrittura e al mestiere che facevo fino a poco tempo fa e che chissà, forse ricomincerò o forse non farò mai più – correggere testi. Diceva che ci va un’attitudine particolare a farlo, anzi diceva proprio “talento”, perché “attitudine” è il vocabolo che ho preferito usare io, in sostituzione. Ho paura del talento. Ti fa sentire così solo.
E quindi, per farla breve, cosa ci sarebbe di difficile nello scrivere, se hai attitudine? Eppure, dicevo, in questo periodo non mi riesce così bene parlare di me, preferisco le storie degli altri. Che poi se sono altri che inventi tu, un po’ parlano di te comunque, ma ti sembra di stancarti di meno. Per questo ho deciso che in questo articolo raccolgo, per chi mi legge e se le fosse perse, le cose migliori che ho scritto in giro ultimamente.

Eccovi la storia di Diego, che preferisce nascondersi tutto intero anziché mettersi in mostra a metà e non sa nemmeno lui quanto coraggio ci va a volte per voler scomparire.

Eccovi la storia di Pietro, che ai fantasmi del passato e ad assomigliare a qualcun altro sceglie se stesso e le sue fragilità, numerose ma luminose come le stelle del cielo.

Eccovi infine la storia di un ragazzo a cui non ho dato un nome, la sua esitazione e il passo lento di piedi di piombo del rivelare la parte di sé più scomoda eppur più preziosa e autentica.

Raccolgo i miei tre racconti migliori, che non parlano degli “ultimi”, ma di chi a volte un po’ “ultimo” si sente. Senza esserlo, perché non ci sono né ultimi né primi. Che poi è quello che avrei scritto in questo articolo di martedì in tutt’altro modo, se avessi avuto più ispirazione. Alla fine però non è andata male, da una storia di me e basta ne sono uscite tre, migliori.

  • Follow Clinamen on WordPress.com
  • Categorie

  • Archivi