#12 – Plettri – Due Venti Contro [Giacomo Reinero]

di Due Venti Contro [Giacomo Reinero]

Ora ne conto quattro, ma se li guardassi tra cinque minuti potrebbero diventare tre, due o addirittura nessuno: spariti, scomparsi altrove. Li scelgo sempre grigi, sottili, scivolosi, talvolta schivi, quando pretendo da loro note che ancora non so. Si sono fatti posto tra i miei polpastrelli, insistentemente. Come i giovani amori, rigorosamente uno alla volta: giusto il tempo di abituarmici e decidono poi di incrinarsi, screpolarsi e salutare. Triangoli smussati, figure geometriche come lance in movimento, fondamentali per chi come me si rosicchia le punte delle dita. Talmente importanti da determinare, con la loro consistenza, il suono dello strumento.
Tengo i miei plettri nel portafoglio, tra i soldi e il mio corpo, sempre con me e questo vale molto di più di tutto quanto scritto: sono la speranza di un lavoro in cui credo, che s’incrina con loro, ma che in me non si spezza.

Giacomo Reinero (1988), in arte Due Venti Contro, è un cantautore della scena pop torinese. Nel 2014 esordisce con l’album Va bene così, seguito da In fondo, nel 2016. Oggi è in attesa di pubblicare il suo terzo album, anticipato dal nuovo singolo Cornice. Qui, il suo canale YouTube e Spotify.

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Due Venti Contro

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#11 – Cuffiette

Tra le ragioni per cui devo ringraziare l’adolescenza, c’è quel fatto di aver scoperto che non devo fidarmi delle cose fatte per tutti: le taglie uniche, per esempio, o gli oggetti universali. All’inizio del liceo, ricordo di aver lottato a lungo contro alcune innovazioni tecnologiche, tra cui il lettore mp3 e le cuffiette, per cui nel mio zaino, ad accompagnare il mio tragitto di circa trenta minuti sul bus, c’era il lettore CD portatile, che ascoltavo con le cuffie grandi. Era tuttavia l’età in cui non esisteva una grande guerra, solo tante battaglie dalla durata breve, e infatti poi mi sono arresa, ho accettato in regalo quella piccola scatoletta da 256 mb dotata di auricolari, come tutti.
È stato lì che ho capito che non tutte le cuffiette per me sono uguali, anche se pretendono di essere universali. Il mio orecchio destro all’interno è più stretto, l’auricolare non ci sta e dopo qualche minuto cade. Ho impiegato anni a trovare il modello giusto, andando a tentoni, senza rivelare a nessuno questo mio ben nascosto difetto, se non a pochi eletti, a quegli amici stretti che in gita volevano sedersi accanto a me e ascoltare la stessa musica sul pullman, e allora dovevo rivelare che dovevano per forza cedermi la loro cuffietta sinistra. Perché?, chiedevano, L’altra non c’entra, rispondevo, e anche se ne ridevo, dentro di me pensavo ma perché a me, ‘sta cosa. Quando finalmente sono riuscita a trovare il modello adatto, l’ho ricomprato uguale ogni volta che si rompevano, fino a che, come tutte le cose belle, anche quella è finita: non le hanno più prodotte, e la ricerca è ripresa inesorabile, silenziosa e speranzosa, continua tutt’ora. In ogni caso, anche quel modello non era perfetto, diciamo che andava meglio di molti altri: mi ero decisa ad accontentarmi, non si può, mi dicevo, andare sempre avanti senza fermarsi mai. È la sottile arte del compromesso, di fronte alla semplificazione dell’universale, che perfino le cuffiette sanno essere una bugia bella e buona, perché ogni giorno si riannodano in maniera diversa.

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#06 – Radio

Chiudo la portiera e avvio il motore, premo sul tasto di accensione e qualche istante dopo la pubblicità di un centro commerciale invade l’abitacolo.
Non ascolto mai la radio, se non quando, per sbaglio, non ho altra possibilità migliore di coprire silenzi scomodi. Mi sono convinta negli anni che lei lo abbia capito, e perciò le rare volte che mi capita di accenderla mi fa ascoltare sempre quello che non voglio: musica noiosa, il giornale orario, l’info traffico, i messaggi promozionali. Tanti, troppi messaggi promozionali. E poi non c’è niente da fare, questa cosa che sono gli altri a scegliere cosa devo ascoltare proprio non mi va giù.

Io e la radio siamo figlie di due tempi diversi, ma è proprio lei, come oggetto, a parlarmi della tenera distanza tra me e mio padre. Lui, invece, la radio la ascolta sempre. Come si faceva una volta, ascolta ancora le partite di calcio, alla radio: mentre tutti si adeguano a Sky Sport, lui resiste, indossa le cuffie, si siede sul divano e ascolta. Immagina la partita, sopporta la pubblicità, accetta la musica che arriva quando la ascolta mentre lavora. Non oserebbe cambiare stazione ogni due minuti come faccio io, così come non oserebbe interrompere continuamente qualcuno che parla. Quando la accende e fa girare con il dito la rotellina per cercare la frequenza nel suono gracchiante, gli vedo una pazienza che non conosco, per errore la scambio per resilienza, ma quanto mi sbaglio, forse.

Sono le diciotto e due minuti, bentrovati al giornale orario…

Visto? Con sveltezza, clicco altri due tasti e avvio il lettore USB, lasciando che sia la musica da me selezionata ad accompagnarmi mentre guido. La mia libera scelta deve esprimersi attraverso i file mp3 nella mia autoradio: e lo penso sul serio, tanto vero quanto grottesco – se rileggo questa frase per quello che, è subito dopo averla scritta.

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