#05 – Mollette – Chiara Saggese

di Chiara Saggese

I primi ricordi della mia infanzia che non siano condizionati da una foto o da un filmino sono conservati nel tinello di mia nonna, all’ultimo piano di una palazzina dai muri color granata.
Sono convinta di aver imparato a leggere a cinque anni, seduta sul suo tavolo, con in sottofondo le canzoni popolari che intonava in dialetto, mentre con la cucchiarella mescolava il più delle volte o’ rraù, e mi faceva assaggiare come fosse di sale.
Appena arrivavo a casa sua, mi precipitavo sul balcone che affaccia sul cortile interno, e attaccavo con grande cura una molletta verde ai fili del bucato, sempre dalla parte sinistra della ringhiera. Voleva dire “Ci sono”.
Dovevo quindi aspettare solo pochi minuti prima di sentirmi chiamare dalla nipote della vicina di casa, e iniziare così a giocare.
Molletta gialla voleva dire “Ci sono quasi”, molletta rossa significava “Ora non posso”. Perché non suonare direttamente al campanello, mi chiedo adesso. Perché ci piaceva avere un codice segreto, che tre semplici mollette di plastica assumessero un significato solo nostro, in mezzo al resto dei panni stesi, senza bisogno di usare altre parole.
Penso che dovremmo avere tutti tre mollette colorate da portare sempre con noi. Sarebbe più facile comunicare, senza alcun fraintendimento.
Molletta verde: ci sono, sono qui.

Chiara Saggese nasce a Torino nel 1990 e cresce nell’amena San Mauro Torinese. Si narra che un giorno disse alla sua maestra d’italiano delle elementari, dopo aver letto Piccole donne, che avrebbe fatto il liceo classico perché da grande voleva scrivere ed essere come Jo March. Con una laurea in Giurisprudenza nel taschino, ha a cuore ogni causa – e soprattutto caso – sociale che incontra sul suo cammino. Potete leggere un suo racconto anche su La Biblioteca di Babele, Dicembre.

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Photo credit: Chiara Saggese

#04 – Occhiali

Non ricordo quando avevo strizzato gli occhi per la prima volta, cercando di leggere quello che la professoressa stava scrivendo alla lavagna, ma avevo tredici anni e per qualche tempo aveva deciso di ignorare la faccenda. Era l’età in cui le felpe large e i pantaloni a cavallo basso si accostavano ai primi ombretti sulle palpebre, nel tentativo di cercare quella nuova me che non capivo dove fosse nascosta e volevo farla uscire allo scoperto, tratteggiarla. Mi guardavo allo specchio e non mi piacevo, non capivo che era tutto normale, era l’inizio dei dubbi e dei forse, dei se e dei perché. Pensavo: Mi ci mancano solo gli occhiali, come se avessi già tutti gli acciacchi del mondo. Un giorno, però, quel fastidio aveva vinto: ero tornata a casa da scuola e l’avevo detto a mia madre, Non ci vedo bene. Mi aveva accompagnata dall’oculista con la rassegnazione di avermi trasmesso quel suo difetto che non mi sarei scacciata mai più. La visita aveva sancito un radicale cambio di abitudini nella mia vita: avrei indossato un paio d’occhiali, da quel giorno in poi, tutti i giorni, finché morte non ci separi, amen.
Fino ai quindici li ho sopportati, poi fino ai diciotto li ho ripudiati, portavo sempre le lenti a contatto. Stavo ancora cercando la mia me nascosta, pensavo che imboscando gli occhiali l’avrei trovata prima. Ho capito che le due cose erano distinte solo all’università, così erano tornati sul mio naso, un anno rettangolari, un anno ovali, l’altro anno rotondi. Un pomeriggio, in biblioteca, avevo alzato gli occhi dal libro e lui mi aveva sorriso e mi aveva detto Sembri un topolino, e io che l’amavo l’ho preso come un complimento.
Ogni tanto le lenti a contatto le metto ancora, sono convinta che non sempre si debba mostrare la propria autenticità, così mi libero dei miei dischi tondi, disegno una linea nera sugli occhi, pettino le ciglia, coloro le labbra. Non cerco più la nascosta me, celo invece quella che ho trovato. Dopo qualche ora, però, mi si appanna la vista, i miei occhi mi chiedono respiro e perdono, per non essere come vorrei che fossero. Io però non me la prendo più, li libero e inforco gli occhiali. Nulla sarebbe peggiore di essere un topolino cieco.

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#02 – Lampada

C’è stata l’età dei mostri, erano ovunque. Comparivano appena chiudevo gli occhi, di rimando schiudevano dalle bocche un ghigno che m’impediva di addormentarmi. Ogni minimo rumore era per me l’ordine di stare all’erta, di vigilare. Scricchiolii, cigolii – quei bisbigli della notte che entra nelle stanze, nelle case, nei palazzi, che ne accarezza materiali e strutture, alle mie orecchie erano tradimenti di presenze sospette. No, non potevo decisamente dormire al buio. Tenevo la luce sempre accesa, luce azzurra soffusa della mia lampada sul comodino. Eravamo alleate. Quando, vinta dal sonno, le mie palpebre cominciavano a calare pesanti, come i ponti levatoi dei castelli che scendono piano e accolgono i venuti, c’era lei a vegliare su di me. Silente, instancabile e luminosa, cacciava via tutti da sotto il mio letto, dall’interno dell’armadio, da dietro le tende.
E poi succede, cresci, e il tuo ultimo gesto della giornata è la pressione sull’interruttore della luce. Buio ti prego accoglimi, scricchiolii e cigolii accompagnatemi nel momento dell’abbandono e della dimenticanza. Ché i mostri hanno cambiato abitudini. Adesso sono alla luce del giorno, e per qualche ora io vorrei non vederli più.

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Dopo la discesa

Mi ricordo ancora quando sorrisi e cominciai a scivolare giù. E poi quando, prendendo velocità, in discesa, il mio sorriso divertito si trasformò in un urlo, in paura. Una volta a terra, prima di cominciare a piangere per il dolore, ci furono secondi di silenzio. Secondi in cui faticai a realizzare quello che era successo: ero caduta proprio quando non me lo aspettavo. Veramente, dopo essermi lasciata andare con i pattini a rotelle giù per una discesa di cemento con forte pendenza dove ero riuscita a tenermi in equilibrio poi ero caduta come una pera cotta proprio alla fine, quando ormai ero in piano, avevo frenato, e stavo praticamente per fermarmi?

Eppure, così andò. Avevo circa dieci anni e un’incoscienza che avevo proprio voglia di liberare dalle briglie quell’estate in quel paesino di montagna, dove c’era quella strada che diventava una lunga discesa tra la chiesa e il parco giochi. Avevo indossato i pattini a rotelle (quelli con una fila sola, i roller-blade, mica roba da dilettanti!) e mi ero lanciata giù. Ancora non mi spiego come mio padre non me l’avesse impedito con ogni sua forza. I primi cinque secondi erano stati libertà pura. Non mento se dico di ricordarmi ancora quell’emozione. Furono però subito inghiottiti dalla paura di cadere, perché la strada era pure un po’ irregolare e io stavo andando troppo veloce e se avessi frenato sarebbe andata peggio. Ero troppo piccola per pensare quello che penserei adesso per molto meno (i cinque piani del mio palazzo senza ascensore, ad esempio), ovvero “adesso muoio”; no, non avevo affatto paura di morire, ma pensavo che mi sarei fatta molto male. Avevo ragione, ma successe in quella maniera stupida – ero riuscita a tenermi in piedi e a rallentare fino quasi a fermarmi, per poi cadere sulla ghiaia con le ginocchia nude, come se fossi caduta praticamente da ferma – che non potevo crederci. Mi ricordo così nitidamente la me che, inginocchiata, in quei pochi istanti che precedono l’arrivo della sensazione acuta di dolore e bruciore, pensa qualcosa come “ma no, così no, però”. Poi, c’è stato un mese vissuto lunghissimo che non riuscivo a piegare le gambe, le mie due ferite tonde e larghe come due albicocche che temevo non si sarebbero rimarginate mai più. Chiaramente, sono guarita. Come tutti, come sempre.

La nostra memoria ci inganna, la nostra identità del passato è frutto di un’elaborazione che spesso con la realtà delle cose ha poco a che fare, però voglio concedermi il lusso di dire che quella fu la mia prima incoscienza. E che a pensarci ora, mi sembra un episodio davvero buffo. Non so perché ho voluto scriverne oggi, forse perché mi sembra una buona metafora di come vanno spesso le cose. Noi diamo un input, però alla fine decidiamo molto poco di tutto quel che accade durante e dopo. Alle volte facciamo quello che non dovremmo, pensiamo di cascare di faccia in corsa e invece cadiamo quando ci sembrava di averla scampata miracolosamente. Nel silenzio della nostra incredulità. Ricordo anche che durante la lenta guarigione passavo le giornate a medicarmi e maledirmi. Stolta bambina, tutta colpa mia.

No, non terminerò dicendo che dalle incoscienze si capiscono tante cose. Io ne avevo capita una soltanto: la prossima volta i pattini a rotelle li avrei usati in piano. E non saprei nemmeno dire se quei pochi istanti di leggerezza mentre prendevo velocità sono valsi la paura dei restanti e il male fisico per un mese. Probabilmente no, o forse sì, che importa. Si può cadere anche da fermi, per cui in fin dei conti decidere di lanciarsi giù per strade ripide con i pattini o non farlo cambia davvero poco, a volte. Se non l’avessi fatto, la mia vita sarebbe stata la stessa, in quel caso. Quel giorno conserva però l’unicità dell’attimo in cui avevo deciso di provarci, senza pensare “sto decidendo di provarci”. Solo a dieci anni puoi fare certe cose o non farle senza che questo diventi un macigno. Per la cronaca, la cosa più strana è che io, con i pattini, non sono stata mai capace di andare bene all’indietro, mentre nel procedere in avanti me la cavavo assai bene. Ancora non ho capito se ‘sta cosa vale anche senza.

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