#16 – Specchio

Vorrei essere spregiudicata, intollerante, senza pietà. Davanti allo specchio mi osservo e mi chiedo come sarò da vecchia. Vorrei fare della saggezza fermezza, della vulnerabilità atarassia. Provo a indurire lo sguardo, lo svuoto di tutto, delle parole sentite e dette, dei sorrisi ancora addosso, dei gesti generosi, della malinconia del tuo volto, della compassione verso l’umano errore. Desidero che tu possa sentirlo addosso, come una pietra lanciata con forza, che tu possa spaventarti senza poter scappare, vedendola tagliare l’aria verso di te. Continuo a fissare le mie stesse pupille, e no, mi dico, non accadrà ancora, nessuno potrà più ferirmi, nessuno potrà più vedermi debole, rubarmi più parole per esprimere sentimenti che mi sono a lungo sforzata di domare. No, continuo a pensare, camminerò oltre, lascerò alle spalle ogni richiesta di ascolto, ogni tardivo pentimento, ogni silenzio d’imbarazzo. Non indugerò più, non inciamperò più, scalcerò via ogni nuda carne sul mio cammino.

Lo specchio però mi restituisce il rossore della congiuntiva, il tremore delle palpebre, le ciglia che trattengono un inizio di pianto, la gravità delle lacrime che vince, e loro che scivolano lente sugli zigomi. Tracciano un sentiero liquido sulle mie guance. È la via di una fiducia desiderosa di rigorgere, della pietà e dell’indulgenza. Mi chiede spazio, ma la cancello con il dorso della mano. Vorrei continuare a osservarmi come poco prima, lo sguardo da incendiario, i lineamenti impassibili. Ero io, e sono io anche adesso, che ho pianto un nano secondo, quanto basta perché questa immagine racchiuda la mia doppia verità.

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Photo credit:
Debbie Macomber

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