#11 – Cuffiette

Tra le ragioni per cui devo ringraziare l’adolescenza, c’è quel fatto di aver scoperto che non devo fidarmi delle cose fatte per tutti: le taglie uniche, per esempio, o gli oggetti universali. All’inizio del liceo, ricordo di aver lottato a lungo contro alcune innovazioni tecnologiche, tra cui il lettore mp3 e le cuffiette, per cui nel mio zaino, ad accompagnare il mio tragitto di circa trenta minuti sul bus, c’era il lettore CD portatile, che ascoltavo con le cuffie grandi. Era tuttavia l’età in cui non esisteva una grande guerra, solo tante battaglie dalla durata breve, e infatti poi mi sono arresa, ho accettato in regalo quella piccola scatoletta da 256 mb dotata di auricolari, come tutti.
È stato lì che ho capito che non tutte le cuffiette per me sono uguali, anche se pretendono di essere universali. Il mio orecchio destro all’interno è più stretto, l’auricolare non ci sta e dopo qualche minuto cade. Ho impiegato anni a trovare il modello giusto, andando a tentoni, senza rivelare a nessuno questo mio ben nascosto difetto, se non a pochi eletti, a quegli amici stretti che in gita volevano sedersi accanto a me e ascoltare la stessa musica sul pullman, e allora dovevo rivelare che dovevano per forza cedermi la loro cuffietta sinistra. Perché?, chiedevano, L’altra non c’entra, rispondevo, e anche se ne ridevo, dentro di me pensavo ma perché a me, ‘sta cosa. Quando finalmente sono riuscita a trovare il modello adatto, l’ho ricomprato uguale ogni volta che si rompevano, fino a che, come tutte le cose belle, anche quella è finita: non le hanno più prodotte, e la ricerca è ripresa inesorabile, silenziosa e speranzosa, continua tutt’ora. In ogni caso, anche quel modello non era perfetto, diciamo che andava meglio di molti altri: mi ero decisa ad accontentarmi, non si può, mi dicevo, andare sempre avanti senza fermarsi mai. È la sottile arte del compromesso, di fronte alla semplificazione dell’universale, che perfino le cuffiette sanno essere una bugia bella e buona, perché ogni giorno si riannodano in maniera diversa.

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#04 – Occhiali

Non ricordo quando avevo strizzato gli occhi per la prima volta, cercando di leggere quello che la professoressa stava scrivendo alla lavagna, ma avevo tredici anni e per qualche tempo aveva deciso di ignorare la faccenda. Era l’età in cui le felpe large e i pantaloni a cavallo basso si accostavano ai primi ombretti sulle palpebre, nel tentativo di cercare quella nuova me che non capivo dove fosse nascosta e volevo farla uscire allo scoperto, tratteggiarla. Mi guardavo allo specchio e non mi piacevo, non capivo che era tutto normale, era l’inizio dei dubbi e dei forse, dei se e dei perché. Pensavo: Mi ci mancano solo gli occhiali, come se avessi già tutti gli acciacchi del mondo. Un giorno, però, quel fastidio aveva vinto: ero tornata a casa da scuola e l’avevo detto a mia madre, Non ci vedo bene. Mi aveva accompagnata dall’oculista con la rassegnazione di avermi trasmesso quel suo difetto che non mi sarei scacciata mai più. La visita aveva sancito un radicale cambio di abitudini nella mia vita: avrei indossato un paio d’occhiali, da quel giorno in poi, tutti i giorni, finché morte non ci separi, amen.
Fino ai quindici li ho sopportati, poi fino ai diciotto li ho ripudiati, portavo sempre le lenti a contatto. Stavo ancora cercando la mia me nascosta, pensavo che imboscando gli occhiali l’avrei trovata prima. Ho capito che le due cose erano distinte solo all’università, così erano tornati sul mio naso, un anno rettangolari, un anno ovali, l’altro anno rotondi. Un pomeriggio, in biblioteca, avevo alzato gli occhi dal libro e lui mi aveva sorriso e mi aveva detto Sembri un topolino, e io che l’amavo l’ho preso come un complimento.
Ogni tanto le lenti a contatto le metto ancora, sono convinta che non sempre si debba mostrare la propria autenticità, così mi libero dei miei dischi tondi, disegno una linea nera sugli occhi, pettino le ciglia, coloro le labbra. Non cerco più la nascosta me, celo invece quella che ho trovato. Dopo qualche ora, però, mi si appanna la vista, i miei occhi mi chiedono respiro e perdono, per non essere come vorrei che fossero. Io però non me la prendo più, li libero e inforco gli occhiali. Nulla sarebbe peggiore di essere un topolino cieco.

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Quando hai solo diciott’anni, quante cose che non sai
quando hai solo diciott’anni forse invece sai già tutto
non dovresti crescer mai.
Ligabue

Oggi è martedì, come ogni volta che scrivo qui, ma preferisco raccontare della mia domenica sera, anche perché oggi ho passato la mattinata all’ospedale per un prelievo del sangue e non credo che a qualcuno importi avere un resoconto dettagliato della faccenda. Ad ogni modo, domenica, cercando una cosa nel mio armadio bianco delle cianfrusaglie – di cui qui avevo anche scritto – mi sono imbattuta nella mia scatola contenente un mucchio di diari scritti nel periodo adolescenziale – che a volte mi chiedo se è poi davvero finito, ma questo è un altro discorso. Uno dopo l’altro, ho cominciato a sfogliarli e leggerli. Ho cominciato da quello più recente, fino a quello che per me è “il diario della svolta”, scritto tra i 16 e i 17 anni, perché quell’anno nella mia vita sono cambiate un bel po’ di cose.

Cosa ce ne frega dei tuoi diari, direte? E in effetti è un’ottima domanda. Non ho assolutamente intenzione di raccontarne qui il contenuto, però mentre leggevo ringraziavo me stessa per aver scritto così tanta roba apparentemente inutile, ma che a distanza di anni aiuta a ricostruire i pezzi della nostra vita con quella consapevolezza che all’epoca non avevo. Anche perché, se l’avessi avuta, penso che non avrei scritto proprio niente – e non in quel modo, ho beccato ahimè frasi con numeri al posto di lettere e x al posto di per e altre licenze ortografiche nate dall’esigenza tutta anni ’90 di far stare in un messaggio con pochi caratteri tutti i nostri pensieri (che ne sanno i duemila)…

Insomma, discutibili composizioni alfanumeriche a parte, che mi fanno sorridere se penso che “da grande” la mia maggiore occupazione finora è stata ed è in parte ancora quella di fare redazione ovvero di professione la grammar nazi, è stato incredibile rileggermi e ritrovarmi o sorprendermi di molte delle mie parole, alcune così piene di dolore che mi sono chiesta come ho fatto a sopravvivere a quell’età dove tutto è così intenso, dove non solo si impara a farsi delle domande, ma si capisce forse che spesso le risposte giuste non esistono e questo fa malissimo. Mi sono chiesta, ad esempio, per tre diari di fila molto fitti le ragioni di quell’addio, per poi scoprire anni dopo quello che avevo sempre sospettato, ovvero che a quelle vicende i perché razionali non ci sono.

Recentemente la rivista «Lahar magazine» ha pubblicato un mio racconto, I ciliegi, che ricorda la mia adolescenza, in particolare alcuni momenti che non compaiono nei miei diari, perché all’epoca forse ero troppo contrita per rendermi conto di alcune cose che mi hanno fatto bene e che mi hanno salvata. Ho raccontato di alcuni amici che mi avevano accolta tra loro e che mi facevano dimenticare momenti apparentemente impossibili da superare. Nei miei diari, però, il racconto di quelle serate non c’è. Non mi rendevo conto di alcune cose benefiche, come spesso accade a quell’età, quando le possibilità sono girato l’angolo ma non ce ne rendiamo conto.

Tutto questo per dire cosa, esattamente? Beh, innanzitutto grazie. A quelle persone lì e ad altre. E poi per dire che, nostalgia a parte, ripercorrere ogni tanto le proprie vicende personali ci aiuta a capire che siamo stati più forti di quanto pensiamo. Ci aiuta a ritrovare ideologie e speranze che oggi pensiamo vane, ma che invece sono ciò che ci ha portato fino a questo punto e che dobbiamo ricordare per andare avanti.
Nei miei racconti recentemente pubblicati, l’adolescenza è lo scenario privilegiato perché è l’età che non scende a compromessi. Dove finisce la tua libertà, inizia il curriculum vitae, dice una canzone del buon Frah Quintale. A quell’età non eravamo riassunti in un foglio o due, non volevamo esserlo, pretendevamo di non esserlo. In questo senso, guardarci indietro a volte, non può farci che bene.

Una buona notizia, lettori! #3

Annuncio la pubblicazione del mio racconto I ciliegi nella rivista «Lahar Magazine» numero 40, a tema “buio”.

Potete leggere il mio racconto a questo link, mentre se cliccate qui potete leggere anche tutti gli altri.

E.

Tra i cassetti

Chi mi legge sa che mi lamento spesso della mia età, di questo confine tra il “ma sei ancora giovanissima” e il “piantala, che l’adolescenza è finita da un pezzo”, perché mi è troppo difficile capire se sto dalla parte giusta della carreggiata, se quando dico “no” è un capriccio o un consapevole e sacrosanto diritto di replica. Soprattutto però detesto la mia età perché non capisco quando e quanto sia giusto mettermi a piangere. Giorni fa per esempio mi è successo e mi sono tappata la bocca per non fare rumore.

Che poi, direte, ma che paranoia è, piangi se vuoi piangere, stop. Certo, non fa una piega, ma andiamo su, alzi la mano chi, sorpassata da un po’ la maggiore età e tolta dalla macchina la P del neopatentato non si vergogni di piangere quando gli succede, che magari lo fa in silenzio, senza che nessuno veda o senta. Quando è stata l’ultima volta che avete pianto, senza preoccuparvi un po’ di cosa avrebbe pensato qualcuno se vi avesse visti? Poi magari è solo un problema mio, e ci sta se mi consigliate la neuro. Però l’altro giorno ero sul tram e un bambino si è messo a piangere perché suo padre aveva rifiutato di portarlo a mangiare la pizza. In quell’istante ho pensato a quante volte da bambina ho fatto scenate per cose che dopo pochi minuti già non m’interessavano più. A quante volte ho pianto e singhiozzato e gridato e battuto i piedi per una pizza, un gelato, una bambola, un vestito, e dopo il no dei miei genitori, che all’inizio pareva una tragedia, trascorrevano quei dieci minuti, mezz’oretta, e tutto tornava come prima. Tutto uguale.
E la pizza? Ma quale pizza.

Non era mica grave piangere. È così strano, “da grandi” invece. Si piange così poco.
Magari per una tragedia vera, o se riguardiamo Bambi o Dumbo (ma come abbiamo fatto da bambini a sopravvivere a cartoni animati di quel genere?), per una piccolezza che ci fa esplodere, che da l’input al manifestarsi della nostra disperazione per qualcosa che, non si capisce perché, era rimasto così tanto tempo incastrato dentro. E che è uscito fuori perché hai smarrito la tua maglia preferita.
Allora gridi “Ma dove c*** l’ho messa?”
Allora sbatti i pugni contro qualcosa che faccia rumore.
Allora magari accade.
Cinque minuti. Poi, miracolosamente ritrovi la maglia. La risposta che cercavi però, quella rimane ancora in chissà quale cassetto. Ti metti quella maglia e indossandola indossi la consapevolezza del fatto che anche dopo aver pianto non hai trovato la soluzione. Per quello un po’ ti vergogni, e ti dai della cretina.
Sì. Piangere da grandi è davvero un gran casino. Ciò di cui ci vergogniamo è sempre un gran casino.

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