#0 – Istantanee

L’estate è finita, e questa è la brutta notizia. La buona, invece, è che dopo un anno e mezzo dall’apertura di questo blog, il sole di questi mesi mi ha illuminata verso una nuova strada da percorrere.

Vi ricordate la rubrica quindicinale #dimartedì? Salutatela. Clinamen cambia format.

Chi mi ha seguita dall’inizio saprà quale significato cela la parola che dà il titolo all’intero blog: casualità, ma soprattutto lo straordinario nell’ordinario, l’evento non calcolabile che ci invita a leggere la realtà in maniera imprevista (leggete meglio qui).

La mia sfida personale, che spero vogliate condividere con me, è quella di cercare l’elemento speciale nella quotidiana e scontata routine. E se è vero, come sosteneva Georges Perec, che la nostra vita passa anche e soprattutto attraverso le cose che usiamo ogni giorno, perché non scrivere proprio di loro?

Una volta al mese sceglierò oggetto di uso quotidiano – ovviamente in ordine casuale, senza che tra essi ci sia la minima connessione logica – e proverò a raccontarvi qualcosa che, proprio a partire dalla sua banalità, tirerà fuori qualcosa di inedito.

Istantanee. Questo sarà il nome della mia rubrica, e sarà mensile, perché scrivere qualcosa di corto corto che colpisca subito subito, quasi come se scattassi una foto, non è affatto semplice e tutt’altro che rapido – ci va del tempo, e voglio prendere tutto quello che serve per scrivere qualcosa di buono. E poi un po’ di hype ci sta, no?

Questa, insomma, è l’idea di base. In mezzo potrebbero esserci delle sorprese, portate da qualcosa o qualcuno. Come quelle che porta il clinamen, ça va sans dire.

Se vorrete seguirmi, vi ringrazio già di cuore.
E.

Photo credit header (mod.):
http://www.thekavanaughreport.com

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Della shopper e di altri inizi

L’altro pomeriggio ero sul tram e di fronte a me, in piedi, c’era una signora che teneva per i manici una busta di carta, quella che in inglese si chiama shopper. Appena è entrata nel mio campo visivo, il mio cervello ha dapprima distolto l’attenzione dalla canzone che stavo ascoltando in cuffia, poi ha scartato tutte le mie domande esistenziali – il tram è un ottimo posto per riflettere – lasciando il campo libero a un solo interrogativo: chi ha inventato la shopper? Improvvisamente trovare la risposta a quel quesito era diventata una necessità, come quando ti chiedono “come si chiama quel film…?” e tu ce l’hai sulla punta della lingua e riportarlo alla memoria diventa urgentissimo.

Nel 2018, con uno smartphone, quasi tutti gli interrogativi che ci poniamo possono trovare risposta nel giro di qualche secondo. Infatti digitando su Google “chi ha inventato la shopper” ho trovato una pagina web sul packaging e la risposta alla mia domanda, seppur parziale.

Per farla breve, la storia delle buste comincia nel 1844 grazie al tessitore tedesco Freidrich Gottlob Keller, che inventa una pasta speciale per ottenere la carta a più basso costo, con cui produrle. Nel 1852 Francis Wolle inventa la prima macchina per produrre sacchetti, poi perfezionata nel 1870 da Margaret Knight, di modo che fossero a fondo piatto. Per merito dell’ingegnere Charles Stilwell, viene alla luce una macchina che produce borse dal fondo quadrato e fornite di pieghe laterali che rendevano l’apertura molto facile; i manici li aggiunge Walter H. Deubner nel 1926, gestore di una piccola drogheria nel Minnesota.*

Perché scrivere di tutto questo? Perché dovrebbe essere interessante? Tolto il fatto che se fossi ricca e non avessi bisogno di lavorare passerei il mio tempo a cercare le piccole curiosità del quotidiano, quello che sta dietro l’invenzione della shopper (come di qualsiasi altra cosa) è che alla fine se ne possono raccontare le tappe evolutive, ma non è possibile descrivere a parole il lampo di genio, il sorgere dell’idea, il germoglio che precede l’eureka. L’origine ci è preclusa.

Forse il motivo è semplice, l’origine di qualcosa è come un buco nero, una dimensione indescrivibile che non è ancora reale, ma che lo trasforma. Senza riferirsi per forza all’origine dell’universo, credo sia possibile riscontrare questa semplice verità nella vita di tutti i giorni. Come gli/le è venuto in mente?, ci domandiamo nella confusione. Conosciamo spesso gli effetti, ma risalire alla causa prima è un percorso arduo.
C’è poi un altro aspetto della questione: dall’idea al risultato, spesso il cammino è lunghissimo. Per una semplice busta, ci sono voluti anni. L’invenzione della shopper è un inno alla pazienza e alla tenacia.

Tutto questo per dire? Che è estate, tra poco ci sono le vacanze per tutti, andremo in posti nuovi e prestare attenzione ai dettagli potrebbe essere un modo per scoprire cose che non sapevamo, oppure può aiutarci a scovare quella novità anche in quei luoghi o quelle persone che ci paiono sempre uguali. Se è vero che l’origine ultima è oscura, è anche vero che nel mezzo c’è un sacco di roba che possiamo conoscere. Prestare attenzione può essere stancante a volte, portare sacrificio, ma non può mai essere diversamente. Banalmente, se non si comincia dalla prima riga di un libro, arrivare alla fine sarebbe impossibile.

Gli incipit arrivano dal nulla, ma portano sempre una storia; ascoltarla è una scelta.

Buone vacanze.
E.

*Fonte per l’articolo: Celvil.it

Versus

“Perché gliel’hai detto, Pia?”
“Massimo, i problemi, nella vita, vanno affrontati.”
“No, Pia: i problemi, nella vita, vanno risolti.”
La mafia uccide solo d’estate, I stagione, 2016

Mi sono appassionata a questa fiction, che forse in molti conoscete, per l’autenticità dei suoi personaggi. Questo #dimartedì comincia con lo scambio di battute fra due fratelli: Pia ha rivelato al marito Lorenzo che si è innamorata di un altro. Suo fratello Massimo le aveva consigliato di negare l’evidenza, ma Pia decide di prendersi la responsabilità dei suoi errori – o meglio delle sue fragilità, della sua umanità: è un errore innamorarsi di qualcuno? Chi non ha peccato, scagli la prima pietra – perché questo, pensa, è il modo giusto di affrontare la vita, mettendoci la faccia. Suo fratello invece è un po’ più omertoso, se non vigliacco: risolvere un problema può anche significare nasconderlo.

Blaise Pascal sosteneva che al mondo esistono solo due categorie di uomini: i giusti che si credono peccatori e i peccatori che si credono giusti. Forse è una visione troppo tranchante, perché i giusti in senso stretto non esistono, e infatti io preferisco invece la distinzione tra Pia e Massimo, tra chi i problemi li affronta e chi invece li insabbia, consapevole che non esiste una persona al mondo che non abbia mai scelto l’opzione sbagliata al momento sbagliato.

Sì, perché dire che ha ragione Pia è troppo facile. Scrivere un articolo moralista non è il mio scopo, sebbene io, di carattere, un po’ lo sia. Ci sono state molte volte in cui per risolvere un problema, magari un conflitto con un’altra persona, sarebbe stato meglio lasciare correre. Mi è successo, anche recentemente; poteva essere anche opportuno, ma mi lasciava un forte senso di irrisolto, con cui, per me, convivere è molto difficile.

Negli anni ho capito che tendenzialmente assomiglio molto a Pia e che ogni volta che mi comporto come Massimo sto un po’ male. Tuttavia, questo scambio di battute, mentre guardavo la fiction, mi ha fatto domandare: se la meritano tutti, la nostra integrità interiore? È giusto affrontare tutti i problemi e tutte le persone che ci fanno un torto con la stessa profondità o ci sono volte, invece, in cui restare in silenzio e semplicemente negare un saluto è più che sufficiente? Ma soprattutto, dove sta il confine? Non è che a furia di insabbiare, la nostra vita diventa un deserto? O, di contro, non è che a furia di prendere tutto di petto, il cuore un giorno ci scoppia?

Naturalmente non ho una risposta universale a questa domanda. Scrivo qui i miei dubbi, non il libretto d’istruzioni per risolverli. Il limite è sempre personale. Quello che posso dire è che alla lunga ci si scoraggia un po’, spesso si sceglie di essere come Massimo perché essere come Pia costa tanta fatica. Ogni fallimento resta solo un tentativo, ma se devo riprovarci prima dammi un buon motivo*, dice una canzone che ascolto spesso, e non a torto. Stancarsi è lecito. Basta saperlo, e non lasciare che diventi una condizione irreversibile.

A proposito di canzoni: la distinzione tra Pia e Massimo a me pare tanto simile a quella tra chi, quando ascolta la musica, sceglie intenzionalmente la riproduzione di ogni brano e chi invece sceglie lo shuffle. No? Forse chi risolve i problemi senza affrontarli si fida più del destino, mentre invece chi non vuole lasciarsi sorprendere fa sempre il primo passo. Non sono sicura che sia una distinzione tra giusto e peccatore, piuttosto tra un’umana fragilità e un’altra.

* Il brano citato è di Funk Shui Project, Anestesia totale, 2015.

Come Dario Hübner

Il titolo dell’articolo di questo martedì è un po’ fuorviante: non starà mica scrivendo di calcio? No. Non me ne sono mai interessata e non ci capisco niente. I più perspicaci, invece, potrebbero aver subito capito: non starà mica scrivendo di musica? Sì. Non ci capisco molto ugualmente, ma un po’ più che di calcio. Che poi, non voglio davvero scrivere di musica, quanto più lasciarmici ispirare.

In questo mondo che
pieno di lacrime
Io certe volte dovrei fare
come Dario Hübner
E non lasciarti a casa mai
a consumare le unghie

Non troppi giorni fa è uscito il nuovo album di Calcutta, Evergreen, che ormai è quasi impossibile non conoscere. Ciò che avete letto poco sopra è il ritornello di Hübner, una delle sue tracce. Già dal primo ascolto mi è piaciuta subito, più di tutte, trasmettendomi tenerezza e malinconia, ma di quelle un po’ fuori dal coro, fuori dai cliché. Sembrava dare risposta a molti miei pensieri latenti, tranne a uno: chi è Hübner?

Ho deciso di fare una ricerca su Google, ho scoperto che è stato un calciatore del Brescia prima e del Piacenza poi – ecco perché non lo conoscevo: io, di calcio, appunto, non so niente. Ho voluto anche cercare però cosa avesse spinto Calcutta a dedicargli una canzone. In un’intervista a Radio Deejay (qui, minuto 4.40), Edoardo spiega che Dario Hübner è un personaggio speciale di un calcio leggendario ora inesistente, che si è distinto, oltre che per il suo talento, anche per una scelta controcorrente: lasciò Brescia per Piacenza, dove sarebbe stato più vicino alla sua famiglia, prediligendo gli affetti al lauto guadagno. In un secondo, è stato lampante il significato dell’intera canzone, dal linguaggio così semplice, che ci interroga su una questione attualissima: quanto siamo in grado davvero di fare come Dario Hübner?

Non è solo una questione di soldi, ben inteso, voglio prenderla in senso lato. Ascoltando quella canzone, ripenso spesso a tutte le cose per cui quotidianamente mi affanno – alle cose, appunto: la sicurezza di uno stipendio fisso, il lavoro dei sogni, quella casa che farebbe al caso mio, la macchina, una città più grande e più libertina, e tanto altro che mi renderebbe la vita sicuramente migliore. Poi conosco persone che hanno quello che io non ho, e sono infelici lo stesso. E non c’entra niente la questione del pane a chi non ha i denti, e viceversa; la verità è che queste cose sono più marginali di quanto si crede. Perché alla fine, quando la notte mi addormento, mica sogno il mio futuro loft che si affaccia sul Colosseo, e quant’altro. Rivedo occhi, risento frasi, ristringo mani. Che si sono allontanate o che ho allontanato perché non conoscevo troppo bene una storia come quella di Dario Hübner. E le unghie me le sono consumate parecchio, tutt’ora ci metto sopra lo smalto scuro perché si noti meno quella trascuratezza adolescenziale segno di tante cose.

Il mondo è pieno di lacrime, ma ciò che è importante è che dobbiamo porgerci il fazzoletto l’un l’altro. E se lo scrivo qui, non è per fare la morale a nessuno. È più un promemoria: non comprare lo smalto.

A volte ritornano

Questa notte ho fatto un sogno lunghissimo che aveva a che fare con il mio passato. A volte ritornano, e non a caso è il titolo di una raccolta di racconti di Stephen King. Sono rimasta tutto il giorno a cercare di scacciare conversazioni e volti della mia nottata, mentre una parte di me era perfettamente consapevole che lottare, in questi casi, serve sempre a molto poco. Bisogna allontanare le tante domande rispondendosi che la vita è lunga. È la conclusione a cui in definitiva sono giunta da un po’, ovvero l’accettazione totale di ciò che ormai se n’è andato per sempre. Anche se a volte ritorna nei sogni, ma solo per dirci che dobbiamo continuare a cercare di meglio.

Io non so perché
ma ti muovi dentro me
e non so se tornerai
io non credo cambierai
e non sai di gelosia
nella mia mente sei comunque mia
faccio come il nevischio, sai
avermi non potrai.
Verdena, Nevischio, dall’album Endkadenz, 2015

Sulle note di questa canzone di cui ho riportato i versi, tempo fa avevo scritto questo pezzo. Era l’estratto di qualcosa di più lungo che non possiedo più, è il frutto di un taglio che è diventato un altro racconto che ora viaggia per sé. L’ho ripescato per caso, e ho pensato che fosse perfetto per la mia giornata di oggi. A volte è proprio dai tagli che troviamo le parole giuste, proprio in quelle che pensavamo di non dover dire mai.

Le serviva una sigaretta, in mancanza d’altro, in mancanza di chiarezza. Si era incamminata verso il cortile  e l’aveva accesa. Mentre il fumo grigio usciva dalle sue labbra, si era ricordata di quell’amico premuroso che tempo prima le aveva chiesto com’è possibile continuare ad aver voglia di metterci la faccia quando sai di aver raggiunto, e poi perso, l’apice del donarsi e del rompersi.
“La vita è ancora lunga. Tutto qui” gli aveva risposto. Sì, era così, doveva esserlo per forza. Certe risposte occorre sceglierle. E non si trattava di perdono, di superficialità, di vendetta. É una semplice questione di resti, di ciò che rimane da ciò che vale, del fatto che certe esperienze occorre imparare ad ammaestrarle, perché cancellarle è impossibile. È un tacito accordo che si fa con tutte quelle storie che avremmo potuto scrivere e che si fermano a metà, di cui dobbiamo strappare il foglio per non farci troppo male riguardandole.
Quando la penna non scrive più, spesso prima del previsto, l’unica cosa da fare è davvero prenderne un’altra, farla scorrere su un nuovissimo foglio bianco. Senza aggiungere niente, come non si aggiunge nulla alla constatazione del troppo caldo o del troppo freddo, della pioggia o del sole, della salute o della malattia. Occorre accettare le calamità naturali, i limiti invalicabili, i solidi confini. Forse sono gli unici a essere giusti, perché non chiedono di esserlo. Con certe storie, con certe persone, è esattamente la stessa cosa. Con lui. A volte, dietro un muro, ciò che si nasconde è soltanto un altro muro, pensava. Nessun panorama mozzafiato, solo un’altra barriera dove sbattere ancora il naso.
Aveva schiacciato il mozzicone nel posacenere, si era incamminata all’interno, al suo tavolo. Aveva sorriso tra sé e sé. Gli errori non si correggono, ma, seppur amara, la certezza del non ritorno è una garanzia di salvezza. La terra franata è pur sempre terra. Se piove, spunterà un germoglio.

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Quando hai solo diciott’anni, quante cose che non sai
quando hai solo diciott’anni forse invece sai già tutto
non dovresti crescer mai.
Ligabue

Oggi è martedì, come ogni volta che scrivo qui, ma preferisco raccontare della mia domenica sera, anche perché oggi ho passato la mattinata all’ospedale per un prelievo del sangue e non credo che a qualcuno importi avere un resoconto dettagliato della faccenda. Ad ogni modo, domenica, cercando una cosa nel mio armadio bianco delle cianfrusaglie – di cui qui avevo anche scritto – mi sono imbattuta nella mia scatola contenente un mucchio di diari scritti nel periodo adolescenziale – che a volte mi chiedo se è poi davvero finito, ma questo è un altro discorso. Uno dopo l’altro, ho cominciato a sfogliarli e leggerli. Ho cominciato da quello più recente, fino a quello che per me è “il diario della svolta”, scritto tra i 16 e i 17 anni, perché quell’anno nella mia vita sono cambiate un bel po’ di cose.

Cosa ce ne frega dei tuoi diari, direte? E in effetti è un’ottima domanda. Non ho assolutamente intenzione di raccontarne qui il contenuto, però mentre leggevo ringraziavo me stessa per aver scritto così tanta roba apparentemente inutile, ma che a distanza di anni aiuta a ricostruire i pezzi della nostra vita con quella consapevolezza che all’epoca non avevo. Anche perché, se l’avessi avuta, penso che non avrei scritto proprio niente – e non in quel modo, ho beccato ahimè frasi con numeri al posto di lettere e x al posto di per e altre licenze ortografiche nate dall’esigenza tutta anni ’90 di far stare in un messaggio con pochi caratteri tutti i nostri pensieri (che ne sanno i duemila)…

Insomma, discutibili composizioni alfanumeriche a parte, che mi fanno sorridere se penso che “da grande” la mia maggiore occupazione finora è stata ed è in parte ancora quella di fare redazione ovvero di professione la grammar nazi, è stato incredibile rileggermi e ritrovarmi o sorprendermi di molte delle mie parole, alcune così piene di dolore che mi sono chiesta come ho fatto a sopravvivere a quell’età dove tutto è così intenso, dove non solo si impara a farsi delle domande, ma si capisce forse che spesso le risposte giuste non esistono e questo fa malissimo. Mi sono chiesta, ad esempio, per tre diari di fila molto fitti le ragioni di quell’addio, per poi scoprire anni dopo quello che avevo sempre sospettato, ovvero che a quelle vicende i perché razionali non ci sono.

Recentemente la rivista «Lahar magazine» ha pubblicato un mio racconto, I ciliegi, che ricorda la mia adolescenza, in particolare alcuni momenti che non compaiono nei miei diari, perché all’epoca forse ero troppo contrita per rendermi conto di alcune cose che mi hanno fatto bene e che mi hanno salvata. Ho raccontato di alcuni amici che mi avevano accolta tra loro e che mi facevano dimenticare momenti apparentemente impossibili da superare. Nei miei diari, però, il racconto di quelle serate non c’è. Non mi rendevo conto di alcune cose benefiche, come spesso accade a quell’età, quando le possibilità sono girato l’angolo ma non ce ne rendiamo conto.

Tutto questo per dire cosa, esattamente? Beh, innanzitutto grazie. A quelle persone lì e ad altre. E poi per dire che, nostalgia a parte, ripercorrere ogni tanto le proprie vicende personali ci aiuta a capire che siamo stati più forti di quanto pensiamo. Ci aiuta a ritrovare ideologie e speranze che oggi pensiamo vane, ma che invece sono ciò che ci ha portato fino a questo punto e che dobbiamo ricordare per andare avanti.
Nei miei racconti recentemente pubblicati, l’adolescenza è lo scenario privilegiato perché è l’età che non scende a compromessi. Dove finisce la tua libertà, inizia il curriculum vitae, dice una canzone del buon Frah Quintale. A quell’età non eravamo riassunti in un foglio o due, non volevamo esserlo, pretendevamo di non esserlo. In questo senso, guardarci indietro a volte, non può farci che bene.

Io, Tonya

Stai zitta.
Stai ferma.
Come ti vesti.
Come parli.
Che modi sono.

Non conto le volte che ho sentito queste frasi da quando sono al mondo. Verso di me, verso altre. Verso altri, perché intendiamoci, non è che solo noi donne siamo vittime di “rimproveri da galateo”, di quelle etichette che ormai non più sottendono bensì palesano aspettative così sterili da sembrare spesso anche violente. Scrivo accordando al femminile perché sono una donna (e perché odio mettere /o, è proprio graficamente orribile), ma il femminismo, giuro, è fuori da questo articolo. Perché anche il femminismo, ultimamente, ci ha un po’ rotto i coglioni; veramente nel 2018 dobbiamo ancora porci come diverse per essere uguali? Dai.

Ad ogni modo, con quelle frasi lì, voglio in realtà consigliarvi di avvicinarvi a una storia di cui io, poco tempo fa, non sapevo niente, almeno non prima di vedere il film I, Tonya. Un film che già dalle prime scene si preannuncia veritiero come vero è il personaggio di Tonya Harding, pattinatrice sul ghiaccio, atleta americana uscita dalle scene nel 1994 dopo essere stata la prima al mondo a eseguire un triplo axel. Al di là della sua carriera sportiva, Tonya mi ha colpita come donna, per quella forza di non aver mai accettato di fingersi diversa da com’era: una semplice ragazza di periferia che conobbe il pattinaggio in tenera età e non lo abbandonò più, finché le fu concesso. Scoprì però che quel mondo, in realtà, le assomigliava ben poco, perché non bastava essere talentuose come lei di fatto era, ma occorreva rappresentare, sui pattini, un modello di giovane donna che potesse diventare un’icona per gli americani. Eleganza, candore, solidità emotiva, determinazione. Tutte cose che, a parte l’ultima, Tonya non possedeva. Non aveva soldi per comprare costumi pregiati, non aveva finito la scuola, la sua famiglia era disgregata e la sua relazione sentimentale sempre in procinto di finire in tragedia. No, Tonya non era decisamente il modello iconico femminile che l’America voleva, e infatti spesso e volentieri non ottenne i giusti punteggi perché “non basta saper pattinare bene” per vincere. Non si fermò. Cercò di essere sempre se stessa, facendo tesoro delle sole critiche che le arrivavano da chi le voleva bene, come la sua allenatrice, una donna così diversa da lei (iconica, forse) ma quanto più comprensiva.
Non finì bene, per Tonya. Non rimase sui pattini tutta la vita come sperava e non fu per colpa sua. Si fidò delle persone sbagliate, come spesso succede a molti, e la sua vita in pochi istanti si trasformò in quello che di più lontano pensava: una vita senza pattini. Tonya Harding, però, è ancora viva. È madre e moglie felice e credo abbia scoperto di sé stessa la cosa più importante: può essere autentica anche senza pattinare. Perché anche se noi siamo ciò che facciamo e che scegliamo, la vera chiave è saper ricominciare quando tutto va a rotoli. E soprattutto, isolarsi dal rumore di bocche che non ci stanno dando un suggerimento, ma ci stanno violando nel profondo con una superficialità che spesso è l’arma più tagliente.

Perché parlare di Tonya? Molti sono i motivi. Per me alcuni sono personali: la sua storia di determinazione e passione mi ricorda che più che pensare noi stessi per quello che facciamo (un lavoro, ma anche uno sport, un hobby, ecc.) dobbiamo pensarci per quella voglia stessa che ci guida nel farlo, così che quando qualcosa andasse male, quella fiamma ci salverà. E poi perché Tonya diceva un sacco di parolacce. E anche dire le parolacce è qualcosa da donna. La storia di Tonya ci riguarda tutti, indipendentemente da genere e sesso. È una storia che urla.
Non sta zitta.
Non sta ferma.
Si veste come le pare.
Parla come le pare.
E se vuole, ti manda a stendere.

Altri articoli su Tonya:
Doppiozero.com
MarieClaire.it

Cose scritte in giro

Negli ultimi tempi, scrivere qui mi sembra difficilissimo. Chi legge scorre lo sguardo su un articolo finito, ma prima che questo accada ci sto io qui a capire cosa scrivere e se può essere mai interessante, e spesso temo che non lo sia. Oggi la mia mente è un po’ occlusa, si dice che si scrive meno quando si è più felici, può darsi, in questo caso è una cazzata, si tratta solo di frenesia quotidiana. Impegni che spesso non vorrei, e che come ognuno su questa terra, mi tocca accettare.

Eppure, qualcuno non poco tempo fa mi ha detto che ho talento, riferendosi alla scrittura e al mestiere che facevo fino a poco tempo fa e che chissà, forse ricomincerò o forse non farò mai più – correggere testi. Diceva che ci va un’attitudine particolare a farlo, anzi diceva proprio “talento”, perché “attitudine” è il vocabolo che ho preferito usare io, in sostituzione. Ho paura del talento. Ti fa sentire così solo.
E quindi, per farla breve, cosa ci sarebbe di difficile nello scrivere, se hai attitudine? Eppure, dicevo, in questo periodo non mi riesce così bene parlare di me, preferisco le storie degli altri. Che poi se sono altri che inventi tu, un po’ parlano di te comunque, ma ti sembra di stancarti di meno. Per questo ho deciso che in questo articolo raccolgo, per chi mi legge e se le fosse perse, le cose migliori che ho scritto in giro ultimamente.

Eccovi la storia di Diego, che preferisce nascondersi tutto intero anziché mettersi in mostra a metà e non sa nemmeno lui quanto coraggio ci va a volte per voler scomparire.

Eccovi la storia di Pietro, che ai fantasmi del passato e ad assomigliare a qualcun altro sceglie se stesso e le sue fragilità, numerose ma luminose come le stelle del cielo.

Eccovi infine la storia di un ragazzo a cui non ho dato un nome, la sua esitazione e il passo lento di piedi di piombo del rivelare la parte di sé più scomoda eppur più preziosa e autentica.

Raccolgo i miei tre racconti migliori, che non parlano degli “ultimi”, ma di chi a volte un po’ “ultimo” si sente. Senza esserlo, perché non ci sono né ultimi né primi. Che poi è quello che avrei scritto in questo articolo di martedì in tutt’altro modo, se avessi avuto più ispirazione. Alla fine però non è andata male, da una storia di me e basta ne sono uscite tre, migliori.

Una buona notizia, lettori! #2

Cari lettori,
condivido con voi la contentezza di vedere il mio racconto L’imbucato pubblicato sul numero 5 della rivista e newsletter letteraria Firmamento.

Vi invito a seguire la loro attività e a leggere il mio racconto a questo link.

E.

Perché Burian ci fa bene

Due cose, questa settimana, scombussolano il nostro Bel Paese: il freddo e la fine imminente di una campagna elettorale così triste che forse è davvero un bene che per qualche giorno i media si occupino di lui, Burian, l’ondata di gelo siberiana che ha sconvolto le città dove “neve” è solo una parola sul vocabolario. Perché le elezioni ci inquietino tanto è palese, ma anche Burian non scherza; tuttavia, scelgo il secondo per questo breve articolo di martedì, per la sua sostanziale unicità e perché parlare di meteo spesso è assai meglio che parlare di politica.

Quello che mi affascina di Burian e degli agenti atmosferici in generale è il carattere dell’imprevedibilità. L’altra sera cenavo e pensavo, guardando il telegiornale, a quanto il genere umano sia limitato, piccino e impotente di fronte alla natura, che ogni tanto salta su e cerca di riportarci al nostro posto in ultima fila. Fa un freddo cane, non è possibile, ma tant’è, diamoci una calmata (calma, ma non sangue freddo: in questo caso sarebbe eccessivo). Io, per altro, faccio parte di quella categoria di persone che la prende un po’ male se qualcosa crea un imprevisto e talvolta, di conseguenza, un contrattempo. Non oso pensare al mio umore se abitassi a Roma, in questi giorni. È proprio questo che mi spinge a riflettere su Burian, a quanto sia importante, ogni tanto, distendersi. Alla fine, reagire di fronte alla neve a marzo (sì, febbraio è durato un secondo) è una chiara metafora dell’atteggiamento verso la vita: ci sono persone a cui l’elemento sorpresa turba, alcune che invece ci ridono sopra.

In un suo articolo del 10 febbraio 1932, il filosofo Bertrand Russell scrive di una nebbia a Londra così fitta che non si vedeva a un palmo dal naso. Non che a Londra non siano abituati, ma le conseguenze, racconta, furono inaspettate: “una nebbia ordinaria è un semplice fastidio, ma una nebbia così tremenda da non riuscire a vedere i propri piedi porta conforto anche ai più malinconici.” (B. Russell, Il trionfo della stupidità. Saggi americani 1931-1935). Sulla metropolitana e per le strade, le persone sconosciute cominciarono a parlare tra loro – cosa rara, dice – e nel socializzare si scambiarono storie di vita ben più fitte della nebbia: “tutti ridono, tutti sono gioviali – almeno finché la nebbia non si dirada – quando tutti tornano a essere cittadini sobri, gravi e responsabili.” Da questo episodio, Russell traccia una descrizione psicologica dell’imprevisto, sottolineando come le persone tendano, in situazioni che creano contrattempi, a essere esaltate: in parte per l’elemento sorpresa, in parte perché

c’era comunque un altro elemento – ossia il fatto che tutti si sentivano allo stesso modo. Come regola generale, ognuno di noi si preoccupa solo di ciò che lo riguarda; […] ma ci sono occasioni in cui un sentimento comune trascina un’intera folla.

Insomma, gli imprevisti e i contrattempi, vuole dirci Russell, possono aprire uno spazio inaspettato di condivisione. Sta a noi, però, scegliere se renderlo positivo o negativo. Per esempio, ho scoperto che il gruppo musicale torinese Eugenio in via di gioia ha deciso di trasformare il ritardo sul treno in un concerto. Sicuramente Russell avrebbe apprezzato. Forse questo Burian, tanto freddo, in fondo, non è.

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