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Quando hai solo diciott’anni, quante cose che non sai
quando hai solo diciott’anni forse invece sai già tutto
non dovresti crescer mai.
Ligabue

Oggi è martedì, come ogni volta che scrivo qui, ma preferisco raccontare della mia domenica sera, anche perché oggi ho passato la mattinata all’ospedale per un prelievo del sangue e non credo che a qualcuno importi avere un resoconto dettagliato della faccenda. Ad ogni modo, domenica, cercando una cosa nel mio armadio bianco delle cianfrusaglie – di cui qui avevo anche scritto – mi sono imbattuta nella mia scatola contenente un mucchio di diari scritti nel periodo adolescenziale – che a volte mi chiedo se è poi davvero finito, ma questo è un altro discorso. Uno dopo l’altro, ho cominciato a sfogliarli e leggerli. Ho cominciato da quello più recente, fino a quello che per me è “il diario della svolta”, scritto tra i 16 e i 17 anni, perché quell’anno nella mia vita sono cambiate un bel po’ di cose.

Cosa ce ne frega dei tuoi diari, direte? E in effetti è un’ottima domanda. Non ho assolutamente intenzione di raccontarne qui il contenuto, però mentre leggevo ringraziavo me stessa per aver scritto così tanta roba apparentemente inutile, ma che a distanza di anni aiuta a ricostruire i pezzi della nostra vita con quella consapevolezza che all’epoca non avevo. Anche perché, se l’avessi avuta, penso che non avrei scritto proprio niente – e non in quel modo, ho beccato ahimè frasi con numeri al posto di lettere e x al posto di per e altre licenze ortografiche nate dall’esigenza tutta anni ’90 di far stare in un messaggio con pochi caratteri tutti i nostri pensieri (che ne sanno i duemila)…

Insomma, discutibili composizioni alfanumeriche a parte, che mi fanno sorridere se penso che “da grande” la mia maggiore occupazione finora è stata ed è in parte ancora quella di fare redazione ovvero di professione la grammar nazi, è stato incredibile rileggermi e ritrovarmi o sorprendermi di molte delle mie parole, alcune così piene di dolore che mi sono chiesta come ho fatto a sopravvivere a quell’età dove tutto è così intenso, dove non solo si impara a farsi delle domande, ma si capisce forse che spesso le risposte giuste non esistono e questo fa malissimo. Mi sono chiesta, ad esempio, per tre diari di fila molto fitti le ragioni di quell’addio, per poi scoprire anni dopo quello che avevo sempre sospettato, ovvero che a quelle vicende i perché razionali non ci sono.

Recentemente la rivista «Lahar magazine» ha pubblicato un mio racconto, I ciliegi, che ricorda la mia adolescenza, in particolare alcuni momenti che non compaiono nei miei diari, perché all’epoca forse ero troppo contrita per rendermi conto di alcune cose che mi hanno fatto bene e che mi hanno salvata. Ho raccontato di alcuni amici che mi avevano accolta tra loro e che mi facevano dimenticare momenti apparentemente impossibili da superare. Nei miei diari, però, il racconto di quelle serate non c’è. Non mi rendevo conto di alcune cose benefiche, come spesso accade a quell’età, quando le possibilità sono girato l’angolo ma non ce ne rendiamo conto.

Tutto questo per dire cosa, esattamente? Beh, innanzitutto grazie. A quelle persone lì e ad altre. E poi per dire che, nostalgia a parte, ripercorrere ogni tanto le proprie vicende personali ci aiuta a capire che siamo stati più forti di quanto pensiamo. Ci aiuta a ritrovare ideologie e speranze che oggi pensiamo vane, ma che invece sono ciò che ci ha portato fino a questo punto e che dobbiamo ricordare per andare avanti.
Nei miei racconti recentemente pubblicati, l’adolescenza è lo scenario privilegiato perché è l’età che non scende a compromessi. Dove finisce la tua libertà, inizia il curriculum vitae, dice una canzone del buon Frah Quintale. A quell’età non eravamo riassunti in un foglio o due, non volevamo esserlo, pretendevamo di non esserlo. In questo senso, guardarci indietro a volte, non può farci che bene.

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