Una buona notizia, lettori! #9

Ho scritto un racconto breve che parla di equilibrio tra mente e corpo, di dolore e staticità, di fatica e di allenamento.

Si intitola La postura corretta ed è stato pubblicato per Il racconto del martedì nella rivista letteraria «Altri animali» e potete leggerlo cliccando qui.

Eccetera, eccetera

Ieri sono andata dalla fioraia a comprare dei fiori per mia madre. Ho aspettato in piedi dietro il plexiglass mentre confezionava il mazzo, abbiamo chiacchierato quei cinque minuti necessari a riempire il tempo dell’operazione, poi ho pagato, l’ho salutata sorridendo e sono uscita. Il mio sorriso, però, lei mica l’ha visto. Nemmeno io ho visto il suo, ho potuto soltanto intuirlo.
La stessa cosa era successa due giorni prima. Sono scesa dal tram e un cane al guinzaglio mi è passato accanto, con il suo padrone. Era davvero tenero e mentre mi zampettava vicino alle gambe gli ho sorriso. La mia espressione però è rimasta nascosta dalla mascherina che indossavo e se è vero che gli animali avvertono le nostre emozioni, non avrà potuto capire che non avevo affatto paura di lui, ma che avrei voluto anche accarezzarlo.

Vorrei riuscire a scrivere un racconto, ma da due mesi ormai qualsiasi ispirazione è morta, perché per raccontare una storia ci vuole una sorpresa. Ci vuole l’altro, che è sempre, nel bene o nel male, una sorpresa. Ci vuole la possibilità di riconoscere un sorriso e di mostrare il proprio, nel modo imprevedibile e immediato che l’atto di sorridere conquista. E prima del sorriso, ci va l’incontro. Le storie sono sempre narrazioni di un incontro.

Molti si stanno domandando che mondo sarà quello in cui vivremo dopo la pandemia, come se nel frattempo il mondo non sia sempre stato qui, continuando ad accoglierci, osservarci, ospitarci e godendo del silenzio delle nostre quarantene. Forse dovremmo pensare a come saremo noi, e a cosa siamo durante. Personalmente non trovo alcuna differenza da quello che è sempre stato: c’è chi può fare qualcosa di concreto e chi no, chi ci guadagna e chi ci perde, chi agisce e chi subisce, chi ricatta e chi è ricattato, chi è determinato e chi è confuso, chi ha paura e chi è negazionista, chi è ancora ricco e chi è ancora povero, chi aiuta gli altri e chi non lo fa. E sarà così anche dopo. Come potremmo riconoscere i giusti, se non ci fossero gli ingiusti? In fondo, la storia è sempre quella, così come l’umana natura.

Dal canto mio, mi faccio poche domande e non perché non mi interessi, ma perché l’altro, che non può starmi vicino in questo momento, che devo anzi allontanare, è diventato così distante che mi sfugge e d’altro canto, pensare a me sola, a progetti di vita individuale, a progetti dentro una bolla, senza considerare le variabili dell’interazione, mi pare un bel delirio di onnipotenza. Chi sono io, senza l’altro? Come posso pensare alla mia vita, all’accadere delle cose, alle promesse, se continuo ogni giorno a muovermi da A a B e da B ad A, senza la possibilità che tra quei due punti possa insinuarsi il caso, l’incontro, il sorriso?

Se è vero che stringere il cerchio della nostra socialità ci ha portati a capire chi consideriamo davvero importante e chi no, è pur vero anche che chiunque ora è imprescindibile nella nostra vita – il legame stabile – c’è stato un tempo in cui era uno sconosciuto, poi l’abbiamo visto, riconosciuto come speciale, probabilmente gli abbiamo sorriso, gli abbiamo parlato ed è nata una storia. Un racconto con protagonisti, comparse, luoghi, vicende.

Sono sincera, a me mancano proprio loro: gli sconosciuti. Mi manca tutta quella gente con cui avrei potuto parlare per la prima volta se non avessi dovuto barricarmi in casa e, nell’uscire per necessità, percorrere sempre la stessa identica strada. Mi mancano le deviazioni. Le strade secondarie. Gli inciampi. I locali affollati e “fammene un altro”. L’accendino che mi chiedono per accendere una sigaretta e che sempre presto. Le strette di mano di “piacere lui è amico mio”. Le voci in un concerto che fanno un coro. I “guarda, ti sta benissimo” di chi mi sta servendo in un negozio. I “è bellissimo, ma quanto ha?” alle mamme con un passeggino. Eccetera, eccetera.
Mi mancano loro, sì, tutti loro, gli eccetera. Chi passa e va, o chi magari nel sorriderti ti sta dicendo che vuole restare.

E perciò, aspetto.
Aspetto che torni il tempo degli eventi, il tempo dell’inaspettato. Quel tempo in cui non ero davvero padrona del mio tempo anche se me ne illudevo, in cui non decidevo tutto, in cui la tabella di marcia poteva venire stravolta.
Aspetto che tornino le storie, per poterle raccontare anche e soprattutto a tutti quei miei affetti stabili, che come me sono rimasti solo con pochi, ripetitivi e talvolta tristi resoconti.

State tutti bene.

E.

Scritto dalla stanza

C’è una cosa che, dopo qualche anno e qualche riconoscimento, ho capito di saper fare discretamente: raccontare storie. Se questo fa di me una scrittrice in senso lato non l’ho ancora capito, però quando dalle mie parole un personaggio comincia a scegliere da sé la sua strada relegando il mio compito a mera stesura, mi sento meno sola, più piena, perché quel percorso diventa anche il mio, e mio diventa anche il conforto.

È da un po’ che non scrivo una storia ben riuscita, forse perché ci sono momenti in cui abbiamo bisogno di raccontarci attraverso altri e momenti invece in cui siamo troppo occupati con noi stessi per volerci chiamare con un altro nome. Ci sono poi anche momenti in cui non sappiamo nemmeno più se vogliamo essere noi stessi o qualcun altro, se vogliamo andare di là o restare di qua, se vogliamo star fermi, camminare o correre, e la paura, si sa, immobilizza tutto, anche la penna.
Avevo scelto di non scrivere più in questo blog per qualche tempo, ma in periodi di crisi va in vacca la coerenza. Ho passato giorni col rifiuto di scrivere quello che sento perché significa dargli realtà, mentre se resta dentro ci si illude spesso di poterlo dominare nascondendolo. Oggi però, ho pensato che nei tempi difficili ognuno deve mettere sul piatto il meglio di sé o almeno provarci per darsi fiato e darne agli altri, e il mio meglio – accontentatevi – è questo. 

Ho passato anni a studiare le risposte dei filosofi sul senso della vita, sulla paura della morte, sull’insensatezza del mondo delle cose umane e poi in questi giorni di caos mi sento la testa vuota, come se nulla di quello che ho imparato a menadito possa venirmi davvero in soccorso. Leggere sui libri che la vita è fragile perché naturalmente aperta all’imprevedibile è una cosa – e può essere il bene o il male, po’ esse piuma o po’ esse fero –  ma la verità è che quando succede davvero, quando quell’imprevedibile ti entra in casa senza bussare e manda tutto all’aria, l’inquietudine arriva prima della comprensione e spesso se la mangia.

Non so cosa ci stia dicendo il mondo in queste settimane, perché mi tengo il beneficio del dubbio che a noi, il mondo, non debba dire proprio niente. Che siamo noi umani che gli abbiamo messo le parole in bocca, perché accettare che le cose semplicemente accadono è uno sforzo mica da poco. Ho anche considerato l’idea di pregare, per cercare di capire se il casino può essere un messaggio da decodificare dal basso verso l’Alto, ma chi voglio prendere in giro, come si prega davvero io l’ho dimenticato. Ci ho creduto tanto quando ero bambina e ogni sera prima di addormentarmi pregavo Dio che non si spegnesse il sole; ne avevo una paura nera, poi è passata, e con essa la naturalezza di fidarsi che qualcuno, corporeo o astratto, possa davvero prendersi cura di noi se glielo chiediamo per favore.

Il cosmo intero ci sta chiedendo di abbattere il capitale, quindi? La natura maligna si sta incazzando, per dimostrarci che Leopardi – che al liceo, due palle così – aveva ragione? L’uomo invece ha un’occasione unica nella storia per dimostrare la sua forza d’adattamento e la sua vittoria sulle altre forme di vita? O infine, Dio ci sta punendo, è l’Apocalisse e si salverà solo chi non compra mascherine in maniera compulsiva?
Boh.
Ognuno ne scelga una e ci creda, se lo fa star meglio. Io sono giorni che mi sveglio con un nodo alla gola e un mattone sul petto, perché la mia mania del controllo e la mia tendenza a razionalizzare il tragico sta vacillando non poco e a dubbi esistenziali si sommano inesorabili i disagi della vita pratica, come tenersi stretto un lavoro, non farsi fagocitare dalla depressione generata dalla mancanza degli affetti, scegliere quale sia la necessità più necessaria per dover uscire di casa, ripetersi ogni giorno che andrà tutto bene – non ci credevo nemmeno quando dovevo dare l’esame sapendo di aver studiato, figurati –  capire che ne sarà di tutte quelle cose che stavo cominciando a volere, a fare, dove vanno a finire i sorrisi nuovi per le persone nuove, i desideri grandi e piccoli, i viaggi, i piani.

I piani. Anche i più disorganizzati, i sognatori o gli immaturi ne hanno uno, seppur incompleto, seppur abbozzato, seppur spesso rinnegato, corretto, rivisto. Anche io ne avevo qualcuno, ne ho qualcuno, traballante, e cerco di tenerlo su, di difenderlo come si scongiura il soffio del vento sul castello di carte, affondando le mani arrossate e secche, senza guanti, nella candeggina che uso per lavare parti di casa e di stanza che nemmeno il cambio di stagione mi portava a considerare come esplorabili. Piani diventati ripiani, da spolverare, tenere puliti per tempi migliori. Lo faccio perché pulire e mettere ordine mi illude di poter vincere questa mosca cieca. Se però arriverò a cucinare o a stirare, preoccupatevi.

Non so se questi giorni in cui non possiamo davvero sbrigliare i pensieri oltre le 24 ore riuscirò a scrivere una storia nuova. Intanto, ho scritto questo e già mi sento meglio, e pure qualcuno di voi che lo ha letto, forse. Lascio qui la piccola mappa virtuale dei posti dove potete trovare le mie storie passate,  e qui invece tutto questo posto chiamato Clinamen, perché se siete arrivati al fondo, magari avete voglia di leggere ancora.

La scrittura è il simbolo della nostra umana natura. In forme sempre nuove, non possiamo separarcene. È davvero l’unico motivo per cui penso che l’uomo abbia un po’ di diritto a permanere su questo pianeta. Può tornare utile per curare questi giorni malati, non smettere di scrivere: per gli altri, per noi.

State tutti bene.

E.

Una buona notizia, lettori! #8

Ho scritto un racconto breve che parla di amore, attesa, coraggio e paura quando non si riescono a distinguere.

Si intitola A chi piace, aspetti ed è stato pubblicato nel numero 5 della rivista letteraria «Crack» e potete leggerlo cliccando qui.

#16 – Specchio

Vorrei essere spregiudicata, intollerante, senza pietà. Davanti allo specchio mi osservo e mi chiedo come sarò da vecchia. Vorrei fare della saggezza fermezza, della vulnerabilità atarassia. Provo a indurire lo sguardo, lo svuoto di tutto, delle parole sentite e dette, dei sorrisi ancora addosso, dei gesti generosi, della malinconia del tuo volto, della compassione verso l’umano errore. Desidero che tu possa sentirlo addosso, come una pietra lanciata con forza, che tu possa spaventarti senza poter scappare, vedendola tagliare l’aria verso di te. Continuo a fissare le mie stesse pupille, e no, mi dico, non accadrà ancora, nessuno potrà più ferirmi, nessuno potrà più vedermi debole, rubarmi più parole per esprimere sentimenti che mi sono a lungo sforzata di domare. No, continuo a pensare, camminerò oltre, lascerò alle spalle ogni richiesta di ascolto, ogni tardivo pentimento, ogni silenzio d’imbarazzo. Non indugerò più, non inciamperò più, scalcerò via ogni nuda carne sul mio cammino.

Lo specchio però mi restituisce il rossore della congiuntiva, il tremore delle palpebre, le ciglia che trattengono un inizio di pianto, la gravità delle lacrime che vince, e loro che scivolano lente sugli zigomi. Tracciano un sentiero liquido sulle mie guance. È la via di una fiducia desiderosa di rigorgere, della pietà e dell’indulgenza. Mi chiede spazio, ma la cancello con il dorso della mano. Vorrei continuare a osservarmi come poco prima, lo sguardo da incendiario, i lineamenti impassibili. Ero io, e sono io anche adesso, che ho pianto un nano secondo, quanto basta perché questa immagine racchiuda la mia doppia verità.

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Debbie Macomber

#15 – Sciarpa – Lea Mazzei

di Lea Mazzei

D’inverno è facile. Siamo tutti bravi a camminare sprofondati nei cappotti, coi visi scivolati dentro sciarpe di lana morbida, più o meno voluminose, diversamente avvolte, spesso malinconicamente colorate. Per strada non ci si volta a guardare quanto è coperto chi ci passa accanto.
Il disagio è adesso: 40 gradi esterni, 18 interni in negozi, ristoranti, uffici: tutti passano con disinvoltura dall’estate per strada all’autunno del supermercato o del tavolino del bar. Io no. Io e la mia sciarpa no. Noi restiamo insieme. Cambia vestito anche lei: più leggera, più allegra e colorata, più morbida e disordinata ma sempre accoccolata attorno al collo, rassicurante quanto la coperta per Linus. E diventiamo extraterrestri in terra del sud, dove il sole brucia di più, il mare è il vicino di casa e coprirsi troppo è un pugno nell’occhio.
“Sono entrato in un negozio e ho chiesto qualcosa che assomigliasse ad una carezza”, mi ha detto una volta Qualcuno con un pacchettino in mano. Incartato con la carta assorbente gialla, quella che nei pub fa da tovaglietta ma che è troppo bella per non essere usata altrove, e tenuto insieme da un fiocco fatto con lo spago e molta dolcezza. Dentro c’era una pashmina, morbida, sottile, di un arancio così pieno che veniva voglia di berlo. Che bello, ho pensato, posso toccarla, questa carezza, e portarla con me dove voglio, quando voglio, anche se tu te ne scorderai, sarai lontano o non avrai più voglia di farmela.
Le mie sciarpe solo le carezze di quando cammino sola, di quando qualcuno mi manca in silenzio. E che importa se è ferragosto.

Lea Mazzei (1983) ha studiato giurisprudenza ma le sue passioni più grandi sono la letteratura e fotografia. Quest’ultima diventa di tanto in tanto un lavoro. Ama andare in moto e, dal Salento, tornare a Torino come si torna a Casa. Nel 2014 è stata vincitrice della prima edizione del concorso letterario nazionale “Il colore delle donne”, pubblicando nell’antologia A.A.V.V, Il colore delle donne, Ananke lab 2014.

 

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#14 – Ombrello

Mi dici spesso di prendere l’ombrello prima di uscire, perché hai visto le previsioni e sai che alle quattro del pomeriggio pioverà. Io do un’occhiata fuori dalla finestra, vedo un cielo azzurro su cui dorme qualche nuvola e decido che non me lo porterò dietro nemmeno stavolta. Ti ho spiegato che non è una questione di ottimismo, so bene che anche la giornata migliore, d’estate, può trasformarsi in alluvione in pochi secondi. Penso che sia piuttosto il fatto che, semplicemente, al meteo non ci penso quasi mai, per distrazione, quella stessa distrazione quotidiana che ti fa sorvolare sullo scioglimento dei ghiacciai, la scomparsa di alcune specie animali, il surriscaldamento globale. La sveglia, al mattino, suona lo stesso, che piova o ci sia il sole. Come non ho soluzione alcuna per un sacco di catastrofi mondiali, così non ho l’ombrello in borsa. Che c’entra, mi dici. E invece c’entra, perché quella stessa distrazione è quella che fa scorrere tutto in avanti, che mi fa pensare che, sole o pioggia, bene o male, alcune emozioni bisogna comunque sentirle, alcune verità dirle, alcune azioni farle. A volte, se sono fortunata, qualcuno affianco a me, più previdente, apre l’ombrello e mi fa stare sotto. È quella, forse, la vera soluzione a pioggia e male: che non tutti abbiano un ombrello, ma che tutti possano lo stesso ripararsi.

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Una buona notizia, lettori! #7

Ho scritto un racconto breve che parla di respiri, apnea e resistenza.

Si intitola Senza branchie ed è stato pubblicato dall’Agenzia e Rivista letteraria Pastrengo (MI) e potete leggerlo cliccando qui.

#13 – Caffettiera – Fabrizio Defilippi

di Fabrizio Defilippi

Accendo la piastra elettrica, non so mai come regolarmi. La piccola caffettiera verde è nell’angolo della piastra. Ha lasciato un alone opaco sulla superficie nera, ma nessuno se ne preoccuperà più di tanto in casa.
I primi mesi mi sono disintossicato. Non è la prima volta che vado all’estero e me ne dimentico. Peccato capitale, non si impara mai nulla dal passato. La mattina non era certo la stessa cosa. Di caffè solubile non ho voluto sentire parlare.
Mentre la piastra si scalda e si illumina di rosso, apro la caffettiera per pulirla. Dentro c’è ancora un po’ di caffè del giorno prima. È da due persone o da una, secondo le abitudini. Di solito ne bevo tre quarti. A volte conservo il resto per il latte della colazione. Histoire de ne rien gaspiller.
Pulire il filtro è un’operazione delicata. Non c’è niente di più squallido di un lavandino bianco coperto di caffè in polvere. Lo estraggo e lo sbatto delicatamente contro la caldaia, cercando di non spargere caffè a destra e manca. Operazione riuscita, per una volta il lavandino resterà immacolato.
Il livello del caffè nel barattolo sta scendendo vertiginosamente. Una di queste mattine lo troverò vuoto e mi accorgerò che non ho un pacco nuovo da aprire.
È una sfida all’ultimo granello. La mano trema come se il cucchiaino fosse diventato improvvisamente un bisturi. Il filtro si stringe fino a farsi microscopico. Altro che centro di gravità permanente, le leggi della fisica non valgono più. Il danno è fatto, caffè dappertutto.
In cucina c’è anche una macchina del caffè, di quelle con la caraffa in plastica, all’americana. Sta lì a stagnare, a volte per giorni, una brodaglia sempre più nera. L’ho provato qualche volta, non fa per me.
Chiudo la caffettiera e la riapro subito. Sì, ho messo l’acqua. La piastra è calda e la piazzo su, facendo attenzione a lasciare il manico all’esterno, per evitare che si surriscaldi.
Abbiamo bisogno di rituali, penso. Questo non è certo originale, ma è pur sempre qualcosa. Lancio la caffettiera, torno in camera, metto in ordine velocemente, accendo il pc, apro la finestra per cambiare aria. Il tempo di una caffettiera e la vita riprende. Non è tanto il caffè in sé, ma il gesto. Con la cialda non sarebbe la stessa cosa. Quei tre minuti danno il là a qualcosa, riattivano le connessioni neurali.
Torno in cucina, giusto in tempo. Sposto la caffettiera e spengo la piastra, che resta rossa ancora per un po’. Una zolletta di zucchero e via.
Forse sto invecchiando e tra poco inizierò a mandare immagini di caffettiere di dubbio gusto agli amici. In fondo nemmeno la grande città può davvero cancellare il ricordo di quel ragazzo di paese che ero e che sono. Forse invece ho solo bisogno di un profumo noto da associare a casa, dovunque essa sia. Fa’ niente, a ognuno il suo piccolo rituale.

Fabrizio Defilippi (1991) piemontese, vive a Parigi e cerca nella filosofia le risposte all’imminente apocalisse ecologica. Scrive racconti e recensioni per La Biblioteca di Babele e di cinema per PopEye. Ama la montagna e le letture impegnate sotto l’ombrellone.

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Una buona notizia, lettori! #6

Condivido con voi un’altra bella notizia: la pubblicazione del mio racconto Una al giorno sul numero speciale collage della rivista letteraria «Carie».

Lo trovate a questo link, a p. 30 del numero scaricabile gratuitamente.

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