“Vino nuovo in una bottiglia vecchia”

Ricorrere ai buoni propositi è cattivo segno, perché chi li fa poi non li rispetta; invece chi agisce semplicemente nel modo giusto quando si presenta l’occasione non ha bisogno di dichiarazioni preliminari di buona volontà. Sono diversi anni che ho smesso di pensare ai buoni propositi la sera di capodanno […]. Ho scoperto da molto tempo ormai che, per quanto l’anno e i propositi siano nuovi, io sono sempre la stessa e non ha senso mettere il vino nuovo in una bottiglia vecchia.
Elizabeth von Arnim, Il giardino di Elizabeth

Questa citazione mi sembrava la migliore in assoluto per il primo articolo del 2018. Chi è sopravvissuto alle feste forse però di vino nelle bottiglie ne ha messo ben poco, quanto piuttosto le abbia svuotate. Capodanno è passato ormai da due settimane e, proprio come l’autrice di questo estratto, non mi sono azzardata a fare propositi, anche perché ultimamente è già tanto se mi azzardo a fare piani. “Dopo nemmeno un mese di 2018 posso già affermare di puntare tutto sul 2019” diceva un post di Insanity page, eppure in questo inizio, io qualcosa di positivo – poca roba eh – ce l’ho visto. E ve lo racconto in ordine di importanza.

#1. È cominciato un nuovo programma televisivo di Alberto Angela sulle meraviglie d’Italia, per bilanciare l’amarezza che gli italiani provano di fronte alla campagna elettorale e alle prossime politiche. Grazie, RAI.
#2. È nevicato: molta gente è andata in montagna, e chi come me è rimasto in città, per una settimana ha trovato parcheggio.
#3. Il count down al nuovo anno non l’ha fatto Gigi D’Alessio: è giusto che alcune certezze lascino spazio al nuovo vento della vita.
#4. Tommaso Paradiso (Thegiornalisti) ora duetta con Elisa, scongiurando per sempre ogni minima possibilità di essere indie ed evitando di condannarci a vane speranze di rinsavimento mentale.
#5. Anche quest’anno ci sarà Sanremo. E anche se i Pooh si sono ritirati, nessuno ha vietato a tre di loro di esibirsi per conto proprio, confermando che sarà un altro Sanremo come tutti gli altri, ovvero un revival.

A questo si aggiungono altre cose: il fatto che ho comprato degli attrezzi per fare ginnastica a casa e che ovviamente non ho ancora utilizzato, ma almeno ho fatto un passo avanti; Roberto Bolle che è stato finalmente in televisione e per me è stata l’ulteriore conferma che gli etero proprio non mi piacciono; la certezza di non avere nessuna certezza futura se non quella che non indosserò mai calze color carne; l’amara notizia che qualcuno, nel 2018, parla ancora di “razza bianca”, che a me il bianco ricorda un po’ l’alabastro che si usa per… a voi?
Poche cose ma ben definite, comunque. Per essere a metà Gennaio, stiamo già a cavallo.
Buon inizio a tutti,
E.

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Non è successo nel 2017

Oggi non è #dimartedì, però è il 31 dicembre, e come da tradizione un commento conclusivo sull’anno che se ne va lo scrivo sempre. Di solito lo faccio su Facebook, ma questo è stato l’anno in cui ho deciso di aprire Clinamen al pubblico, seppur senza pretese, per cui mi sembra giusto che sia questo lo spazio ad ospitare le mie considerazioni finali.

È stato un anno davvero difficile per me, chi mi conosce lo sa. Sono più le cose che ho perso di quelle che trovato. Certo, tutto potrebbe andar peggio, ben inteso, però a volte lamentela e semplice constatazione vanno di pari passo e dire che c’è chi sta peggio è sicuramente vero ma spesso inutile, perché in fondo ognuno pensa per sé e – vi svelo un segreto – fare il contrario è umanamente difficilissimo.

Quando termina un anno, non si sa perché c’è questa abitudine tutta strana del bilancio, come se le cose dovessero succedere in linea con il calendario. Siccome tutto quello che è accaduto quest’anno preferisco quasi dimenticarlo, ho deciso di concentrarmi su tutto quello che non è successo, magari funziona a vedere le cose da un’altro punto di vista.

Non è successo che la sottoscritta e le persone a me care sono state male fisicamente – psicologicamente stiamo male tutti, quindi non fa notizia.
Non è successo che mi sia mancata la voglia di uscire con i miei amici, fare cene e bevute e andare ai concerti, fingere di essere underground quando siamo solo under 30, e nemmeno di troppo.
Non è successo che ho perso la voglia di scrivere, anzi l’ho ritrovata ed è anche capitato che qualcuno ne abbia riconosciuto il talento. Poi se contiamo che si scrive soprattutto per espiare l’infelicità, forse non tutto è oro quel che luccica, ma tant’è.
Non è successo che ho smesso di farmi domande, cercare risposte, arrabbiarmi quando non ne trovavo o le trovavo sbagliate; non è successo che ho smesso di sentire il peso dell’ingiustizia, di considerarmi partecipe di certi mali di cui non avevo colpa, per senso di umanità.
Non è successo che mi sono innamorata della persona sbagliata accorgendomene quando era troppo tardi, non ho sfogliato cataloghi Ikea per comprare talami che sarebbero durati il tempo di montarli, o comprato macchine ingombranti per condividere alla fine solo l’ansia di non trovare parcheggio.
Non è successo che ho perdonato tutti coloro che mi hanno ferita, ma ho imparato a dire no (l’ho anche scritto qui), e ritengo sia una grande conquista.
Non è successo che mi sono pentita di tutto quello che ho fatto nell’ultimo anno, e nemmeno negli ultimi cinque o sei. Se non altro, fino a qui tutto bene.
Non è successo che mi sono messa a dieta.
Non è successo che non ho fatto viaggi. Seppur di pochi giorni, sono uscita dal guscio e dalla mia Torino amatissima e grigia per vedere altre strade. Alcune di queste mi mancano spesso.
Non è successo che ho smesso di chiedermi cosa mi riserverà il futuro e cosa posso fare per ottenere ciò che voglio.
Non è successo che non ho trovato cosa fare a capodanno, anche quest’anno lo festeggio, quindi insomma non è successo che l’essere radicale nelle scelte e nelle idee si sia riversato su cose che è giusto vadano prese alla leggera.
Non è successo, soprattutto, che il mio amato Leonardo Pieraccioni abbia smesso di fare film: il prossimo sarà nel 2018, e io non ho nessuna intenzione di perdermelo.

E niente, penso di aver finito. Volevo salutare la famiglia, gli amici, e tutti quelli che mi conoscono e che non mi stanno sul culo.
Buona fine, e buon inizio.
Ci rivediamo #dimartedì.
E.

Il brutto quarto d’ora di Ortega

“Mi ripete quanti anni ha?”
“Ventisei,” rispondo. Certo che la vita è crudele: ho passato un anno intero a rispondere venticinque, la cifra tonda, il traguardo raggiunto, “che bella giovinezza che si fugge tuttavia però io ancor la tengo stretta”, e adesso mi chiedono quanti anni ho e sto sempre per rispondere venticinque! e invece dalla bocca esce un ventisei, e la richiudo subito altrimenti mi parte la filippica ventisei, capisce, solo ieri erano venticinque, ventisei vuol dire trenta, e se le dico tutto quello che dovrebbe avere una ragazza di trent’anni che io non ho e non so quando avrò mai potremmo stare qui secoli, no macché figli, li vedo lontanissimi se non invisibili, e per vederli più lontani ancora levo gli occhiali, poi comunque bisognerebbe anche trovare qualcuno con cui farli, ma no, parlo di ben altro, quelle cose che anni fa erano ovvie e adesso sono “waiting for Godot”, comunque sì lo so, mancherebbero quattro anni, come dice? Sono giovane? Lo so, beh certamente, è tutto in salita e tutto da vivere, la vita è meravigliosa, voglio credere a un mondo dove essere giovani sia un pregio, come prego? Di che segno sono? Bilancia, sì sì penso sia un ottimo segno, mi si addice proprio, l’equilibrio, la diplomazia… non trova?

“Ventisei.”
Ci sono momenti che me ne sento sedici, altri che me ne sento ottanta. In fondo non contano gli anni, ma come li vivi, giusto? Non so bene perché sto scrivendo di anni, età, aspettative e squilibri mentali, forse perché l’anno 2017 è giunto al termine e niente, io ci tengo davvero a dire che è stato un anno di merda, e lo dice pure Paolo Fox, quindi stiamo in una botte di ferro. Non elencherò ancora i propositi per il nuovo anno, immagino avrò modo di farlo nel prossimo articolo, e non ho voglia di fare bilanci – c’è poco da bilanciare, vedi supra – semplicemente mi sono chiesta se esiste un’età in cui ci sentiamo adeguati a noi stessi, per quello che siamo stati e quello che vorremmo essere.

Quando andavo all’università – ma la tristezza di questa espressione come inizio paragrafo, dove la collochiamo? – mi sono imbattuta in Ortega y Gasset, nei suoi testi e in una sua frase che diceva che verso i trenta sappiamo già quali sono i limiti e i confini della nostra vita e che nel momento in cui ce ne accorgiamo passiamo un brutto quarto d’ora. E in quel momento – avevo circa tre anni in meno – avevo pensato che ansia, mentre adesso invece penso ma meno male, perché in fondo conoscere i propri limiti è importante e sacrosanto. Non è che possiamo fare tutto, dire tutto, vivere tutto, accettare o rifiutare tutto. A me un po’ mette ansia che non capisco se quel brutto quarto d’ora che dice Ortega per me è già arrivato, quando dico ventisei, oppure in fondo no, non li conosco ancora i miei limiti esistenziali.
Verso i trenta, diceva lui. Io aspetto. Tanto, ventiseitrenta… manca poco, eh.

«Basta vivere appena un poco per conoscere i nostri confini. A trent’anni, al più tondi, già riconosciamo i limiti all’interno dei quali si muoveranno le nostre possibilità. […] Allora diciamo “È questa la vita? Niente di più? Un ciclo inconcluso che si ripete, sempre identico?”
Ecco un’ora pericolosa per ogni uomo.»
Ortega y Gasset, Le Meditazioni del Chisciotte, 1914

 

Una buona notizia, lettori!

Alla faccia del fatto che il 13 porta sfortuna, sono lieta di annunciare che un mio racconto è stato apprezzato e pubblicato proprio oggi dalla rivista letteraria «Inutile».

Il racconto si intitola Inverno senza neve, e potete trovarlo qui, da leggere oppure ascoltare attraverso il podcast.

La buona editoria è fatta soprattutto di buone riviste letterarie, e di tutti coloro che ne fanno parte. Sono felice di aver conquistato questo piccolo spazio!

Ciao Frida

Il 25 novembre, pochi giorni fa, si celebrava la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Per questo, oggi mi faccio guidare da un’altra donna che non sono io per scrivere questo articolo. Non per raccontare una storia di violenza, affatto, ma anzi per portare l’esempio della sua vita, perché la risposta alla violenza cieca è sempre uno sguardo sulla vita, tenere duro con gli occhi, guardare avanti.
La donna che ho scelto è Frida Kahlo (Città del Messico, 1907-1954). Premetto che io di arte capisco poco niente. Mi piace quella contemporanea, se non altro perché ci sono meno crocifissi e donne velate. Soggetti più accattivanti, ecco. Come tutti quelli che non se ne intendono ma si sentono in colpa, vado a vedere le mostre. Un’estate torrida di tre anni fa sono stata a Roma, dove ce n’era una interamente dedicata a Frida. La curiosità mista alla necessità dell’aria condizionata mi hanno portata dentro e così mi sono innamorata della sua storia artistica e personale, forse più la seconda.

Frida è stata una donna dalla forza e dalla bellezza uniche al mondo. Scoprì la sua arte nel dolore, quando un grave incidente a 18 anni la costrinse all’immobilità per moltissimo tempo. Dipinse a letto molti autoritratti, in ognuno dei quali v’era molto di più del disegno del suo viso. C’era il suo mondo. Quello dentro, fatto di colori e forme ben migliori del reale.
Si innamorò del suo maestro, Diego Rivera. Ebbero un amore tormentato, bistrattato da tradimenti, passioni, gelosie. Durò tutta la vita, e fu grande e anticonvenzionale.

Quando penso a Frida penso all’immensità della diversità. Guardo la foto della cartolina che ho acquistato al museo a Roma, l’ho appesa alla parete della mia stanza, e mi domando quanto deve essere stato difficile essere così diversa dalle altre. Chissà se lei immaginava che la sua storia sarebbe diventata, appunto, una storia, o se viveva senza pensare alla Frida icona del femminile che sarebbe comparsa in libri di storia di vario genere. Mi piace pensare che se ne fregasse. Altrimenti, le sue opere avrebbero perso l’originalità. Quando cominci a domandarti come ti vedono gli altri, cosa racconterebbero di te, come ti farebbero “storia”, diventa difficile pensare di muovere un passo con la naturalezza istintuale che è la vita.

Lo sguardo della cartolina è inimitabile, non ce ne sarà mai uno come il suo. C’è dentro quel sacrificio di darsi, ogni volta, totalmente: all’arte, alla politica, a Diego. Vorrei chiederle molte cose. Potessi parlarle, le domanderei perché l’amore deve essere per forza uno svuotarsi e riempirsi, freneticamente, come una cascata o una falda che rompe il terreno. Le domanderei se ha mai pensato “non ce la faccio”, cosa significa combattere, se sia meglio una vita breve ma intensa oppure lunga e serena, se si pente di qualcosa. E poi le chiederei qual è il suo colore preferito. Credo che mi direbbe di piantarla di vestirmi di nero. O forse no, magari invece sarebbe l’unica a capire che anche il nero è un colore.

Due fonti interessanti per conoscere Frida Kahlo:
breve documentario della RAI
biografia nell’Enciclopedia delle donne

 

 

Come l’edera

Si conoscevano da anni, e non si erano mai davvero raccontati. Non esisteva, tra loro, nessun “c’era una volta”. Raramente la loro bocca si muoveva seguendo il ritmo dei loro occhi, con i loro incroci, i loro balzi avanti e indietro, il loro scivolare, sfiorarsi, passare oltre, e poi ancora, lentamente, tornare; la parola arrancava, per poi fermarsi provata e imbarazzata al cospetto di quel ritmo di celate e virtuali carezze. La loro voce s’inchinava, si prostrava di fronte a quel linguaggio seppur muto, più ricco, così pieno, e mai chiassoso.

Non si erano mai confidati nulla, eppure non si nascondevano. Erano, l’uno per l’altra, l’eleganza di un libro aperto, ma preferivano non leggersi, se non catturando qualche lemma, la rapida corsa di una lettura veloce.
Cosa sarebbe accaduto se avessero deciso davvero di accostarsi, d’improvviso, a quelle pagine? Una violenza che occorreva fuggire, bendandosi reciprocamente gli occhi. La paura che oltre le loro sfumature confuse, i loro odori, i loro premurosi istinti, ci fosse un vuoto insopportabile, un’indomabile forza annichilente, impediva loro di varcare la soglia. Erano due solitudini irrimediabili, troppa era la loro voglia di aggrapparsi alla vita. Volevano salvarsi, rimanere in equilibrio sul filo di sentimenti trattenuti, o troppo invadente sarebbe stata l’onda anomala, troppo pericolante il ponte, troppo vertiginoso il dirupo. L’altro sarebbe diventato quel muro su cui risale, fedele, l’edera: sarebbe scomparso, per una certa brama inudibile, non avrebbe più visto un raggio di sole.

Dopo la discesa

Mi ricordo ancora quando sorrisi e cominciai a scivolare giù. E poi quando, prendendo velocità, in discesa, il mio sorriso divertito si trasformò in un urlo, in paura. Una volta a terra, prima di cominciare a piangere per il dolore, ci furono secondi di silenzio. Secondi in cui faticai a realizzare quello che era successo: ero caduta proprio quando non me lo aspettavo. Veramente, dopo essermi lasciata andare con i pattini a rotelle giù per una discesa di cemento con forte pendenza dove ero riuscita a tenermi in equilibrio poi ero caduta come una pera cotta proprio alla fine, quando ormai ero in piano, avevo frenato, e stavo praticamente per fermarmi?

Eppure, così andò. Avevo circa dieci anni e un’incoscienza che avevo proprio voglia di liberare dalle briglie quell’estate in quel paesino di montagna, dove c’era quella strada che diventava una lunga discesa tra la chiesa e il parco giochi. Avevo indossato i pattini a rotelle (quelli con una fila sola, i roller-blade, mica roba da dilettanti!) e mi ero lanciata giù. Ancora non mi spiego come mio padre non me l’avesse impedito con ogni sua forza. I primi cinque secondi erano stati libertà pura. Non mento se dico di ricordarmi ancora quell’emozione. Furono però subito inghiottiti dalla paura di cadere, perché la strada era pure un po’ irregolare e io stavo andando troppo veloce e se avessi frenato sarebbe andata peggio. Ero troppo piccola per pensare quello che penserei adesso per molto meno (i cinque piani del mio palazzo senza ascensore, ad esempio), ovvero “adesso muoio”; no, non avevo affatto paura di morire, ma pensavo che mi sarei fatta molto male. Avevo ragione, ma successe in quella maniera stupida – ero riuscita a tenermi in piedi e a rallentare fino quasi a fermarmi, per poi cadere sulla ghiaia con le ginocchia nude, come se fossi caduta praticamente da ferma – che non potevo crederci. Mi ricordo così nitidamente la me che, inginocchiata, in quei pochi istanti che precedono l’arrivo della sensazione acuta di dolore e bruciore, pensa qualcosa come “ma no, così no, però”. Poi, c’è stato un mese vissuto lunghissimo che non riuscivo a piegare le gambe, le mie due ferite tonde e larghe come due albicocche che temevo non si sarebbero rimarginate mai più. Chiaramente, sono guarita. Come tutti, come sempre.

La nostra memoria ci inganna, la nostra identità del passato è frutto di un’elaborazione che spesso con la realtà delle cose ha poco a che fare, però voglio concedermi il lusso di dire che quella fu la mia prima incoscienza. E che a pensarci ora, mi sembra un episodio davvero buffo. Non so perché ho voluto scriverne oggi, forse perché mi sembra una buona metafora di come vanno spesso le cose. Noi diamo un input, però alla fine decidiamo molto poco di tutto quel che accade durante e dopo. Alle volte facciamo quello che non dovremmo, pensiamo di cascare di faccia in corsa e invece cadiamo quando ci sembrava di averla scampata miracolosamente. Nel silenzio della nostra incredulità. Ricordo anche che durante la lenta guarigione passavo le giornate a medicarmi e maledirmi. Stolta bambina, tutta colpa mia.

No, non terminerò dicendo che dalle incoscienze si capiscono tante cose. Io ne avevo capita una soltanto: la prossima volta i pattini a rotelle li avrei usati in piano. E non saprei nemmeno dire se quei pochi istanti di leggerezza mentre prendevo velocità sono valsi la paura dei restanti e il male fisico per un mese. Probabilmente no, o forse sì, che importa. Si può cadere anche da fermi, per cui in fin dei conti decidere di lanciarsi giù per strade ripide con i pattini o non farlo cambia davvero poco, a volte. Se non l’avessi fatto, la mia vita sarebbe stata la stessa, in quel caso. Quel giorno conserva però l’unicità dell’attimo in cui avevo deciso di provarci, senza pensare “sto decidendo di provarci”. Solo a dieci anni puoi fare certe cose o non farle senza che questo diventi un macigno. Per la cronaca, la cosa più strana è che io, con i pattini, non sono stata mai capace di andare bene all’indietro, mentre nel procedere in avanti me la cavavo assai bene. Ancora non ho capito se ‘sta cosa vale anche senza.

Lettera a X

Vorrei dirti che il tempo esiste, o se non esiste comunque ci serve, e ci serve per vivere. 

Vorrei dirti che il passato non è il lato migliore di noi, semplicemente è l’unico che conosciamo.

Vorrei dirti che le cose non si capiscono con il senno di poi; le avevi già capite, il presente è il miglior interprete, tutto quello che viene dopo sono solo rimpianti che parlano e che tentano di modellarti insistentemente il volto che vedi allo specchio.

Vorrei dirti che tu sai sempre il motivo di tutto, ma effettivamente fingere di non saperlo è sempre più comodo.

Vorrei dirti che tutto quello che avevi e che non hai più, in fondo rimarrà sempre. Ci si mette moltissimo a capire che non bisogna farne un incubo.

Vorrei dirti che prima che tutto quello che c’è scritto qui possa divenire tuo, passerà ancora troppo tempo, e che nel frattempo la tua vita andrà avanti e che tu lo voglia o no, sarai tu a guidarla, e che devi però accettarne tutte le conseguenze del caso.

Vorrei dirti che spesso dopo una porta chiusa non si apre affatto un portone, ma che anche una piccola feritoia a volte è meglio di passaggi più agevoli ma già fin troppo conosciuti.

Vorrei dirti che la paura non è altro che una sorella minore e che siamo noi ad insegnarle a vivere.

Vorrei dirti che anche se continui a negare, tutto un giorno verrà fuori. Forse per ora negare é la tua mossa migliore, ma tutto torna indietro, e di solito fa un gran botto.

Vorrei dirti che le persone a cui pensi ti mancheranno sempre, perchè a loro sole hai regalato un pezzo d’anima, e sempre ti ritroverai, quando e se incrocerai il loro sguardo, a scrutare te stesso. E sempre sarà un salto nel vuoto.

Vorrei dirti che sicuramente stai sbagliando, ma è solo sbagliando che si trova la via.

Vorrei dirti che forse ciò che più ci serve sono i no, per imparare ad accettarli e imparare a dirli.

Vorrei dirti che spesso le cose sono semplici e banali, e che soffriamo proprio per questo. 

Vorrei dirti che le cose più belle della vita sono quelle a cui non facciamo più caso.

Vorrei dirti che ci devi essere sempre, anche nella fuga. 

Vorrei dirti che c’è ancora tanto da imparare, ma tu sai che per ora basta, che per ora è tutto qui. Tocca studiare. Tocca solo studiarlo par coeur.

Campar cent’anni

Sono stata a lungo combattuta su cosa scrivere questo martedì. L’ispirazione, però, è come il temporale estivo: arriva quando meno te l’aspetti e t’inzuppa. Probabilmente sarà un altro sproloquio noioso che mi farà perdere qualche lettore prima della decima riga, però mi va proprio di raccontare questa faccenda.
A cena con i miei genitori, questa sera (poco prima), stavo parlando del mio lavoro. Anzi, dei miei lavori, ne faccio più di uno, a cadenze alterne, e con nessuno di questi mi pago l’indipendenza – d’altronde, cosa può un giovane laureato con merito, al giorno d’oggi? – e parla che ti riparla, cercando di scartare i mille luoghi comuni, racconto loro che oggi, lavorando, ho lasciato trapelare il mio disaccordo circa un’azione altrui. Non era che una minuzia, non ci sono state discussioni di nessuna sorta, semplicemente è risultato palese il mio disappunto, dal mio solo sguardo e qualche sillaba. Non ho agito per orgoglio o spocchia, ma per senso di giustizia, voglio dire, qualcuno dovrà pur dire qualcosa, ogni tanto.
Non ho raccontato questo episodio per accaparrarmi briciole di gloria o pacche sulle spalle quando invece l’unica cosa che vorrei sarebbe non girare come una trottola da una realtà lavorativa all’altra (a prescindere dal merito), però insomma, che mi facessero notare, i miei genitori, che avrei fatto meglio a stare zitta, questo proprio no. Anche perché la giustificazione è stata: anche se hai ragione, tu devi fregartene, non è compito tuo. Insomma, il buon vecchio mantra fatti i cavoli tuoi che campi cent’anni. Ribatto con l’altrettanto buon vecchio meglio un giorno dal leone che cento da pecora, che tradotto poi significa: ma cent’anni di cavoli propri, non saranno mica noiosi, al netto delle aspettative? Mi avessero poi dato un motivo per farmi sentire in torto, l’avrei accettato, ma la filosofia del china la testa e chiudi la bocca, enunciata persino da chi mi ha messa al mondo, anche no. Alla fine, mi sono alzata da tavola in malo modo, esprimendo il mio parere in maniera, questa volta, davvero stizzita, senza proprio nessun filtro.

C’è da dire che è un mondo difficile e che, come tutti i genitori con figli della mia generazione, i miei sono costantemente afflitti dal peso di non vedere un futuro per la loro prole, però rido se penso a quando, ascoltando le notizie sul precariato, mi viene fatto notare che noi giovani dovremmo “scendere in piazza e farci valere”, ma poi alla fine dei conti lo dobbiamo fare con la bocca cucita. O mi sbaglio? Probabilmente se sapessero che sto raccontando tutto questo sul web, mi inviterebbero a non farlo. E se poi qualcuno leggesse? (e per qualcuno, ci siamo capiti).

Ma che legga. Cosa volete che vi dica, che legga. Se bastasse un articolo come questo a rovinarmi la reputazione da qui ai prossimi anni, vorrebbe dire che stiamo messi male davvero e che ci sarebbe rimasto ben poco da fare.
Ogni giorno mi alzo al mattino e penso: ma voi, da noi, cosa volete? E il problema maggiore è che quando mi chiedo voi chi e noi chi, manco mi so rispondere. In fin dei conti, non penso che la ragione stia da nessuna parte davvero in questa storia, come tante altre, ed è questo il dramma.
Che se è vero che la ragione si dà ai fessi, è anche vero che tra paura e mediocrità il confine è labilissimo. In mezzo, ci sta il rischio. Quello di ogni giorno, anche senza scendere in piazza.

Per Bartleby è no

Anni fa lessi un libro di Herman Melville che, seppur in poche pagine, riuscì a scatenarmi molte riflessioni esistenziali. S’intitola Bartleby lo scrivano: una storia di Wall Street, e l’ho anche recensito qui. Per chi non conoscesse la storia, la faccio breve: Bartleby è un copista, che di fronte alle richieste del suo capo, risponde “Preferirei di no” (I would prefer not to, nella formulazione originale). Non è che faccia casino, si metta a sbraitare, danneggi l’azienda o decida alla fine di licenziarsi, no. Bartleby resta dov’è, ogni giorno entra in ufficio e semplicemente non adempie al suo compito, con cortesia.

Ora, questo classico della letteratura è stato ed è suscettibile di diverse interpretazioni. A prescindere da tutte, oggi scrivo del copista di Wall Street perché il suo personaggio, a mio avviso, nasconde una rivoluzione di pensiero e un grande insegnamento, che oggi più che mai occorrerebbe non dimenticare: Bartleby dice no, preferirei di no. Prima ancora di negarsi per manifestare chissà quale ideologia e difendere chissà quali principi politico-filosofici, Bartleby erige silenziosamente un muro tra sé e ciò che non gli somiglia. Prima ancora di sapere cosa vuole davvero, per cosa lotta, egli sa per cosa non vuole lottare.

Non è vero che l’energia della vita passa obbligatoriamente attraverso l’affermazione; saper rifiutare ciò che, anche solo a sensazione, anche un po’ inconsciamente, non ci piace, non ci somiglia, è il processo più sacrosanto per essere se stessi. Dire no, spesso, richiede coraggio, molto coraggio.
Così, posso immaginare ora di essere Bartleby. E a prescindere da quale croce metterò sulla scheda elettorale delle prossime politiche, nel momento in cui dico no già mi sento più libera.
Questo martedì, mi faccio allora aiutare da lui a scrivere cinque frasi che spesso sento e a cui voglio dire no d’ora in poi. Frasi che tutti abbiamo sentito almeno una volta. E che sentiremo ancora.

#1. Hai ragione, ma lo sai come sono fatto/a.
#2. Se rifiuti, qualcun altro prenderà il tuo posto.
#3. È andata così, non è colpa di nessuno.
#4. Non farti troppe domande.
#5. È una guerra tra poveri, non fare il capriccioso.

Ecco, queste cinque frasi, a me, fanno davvero un po’ perdere la ragione. E non perché saprei sempre dare una risposta migliore, ma perché sono frasi che per me significano l’assoluta mancanza d’intenzione di dare una vera risposta. E se è vero che saper dire no è davvero utile e pragmatico, aggiungerci un vaffanculo, a volte, è anche bellissimo.
Non è vero che dobbiamo sempre stare ad ascoltare tutti, no. Preferirei di no.

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