Guarda dove vai

“È andata così” gli aveva detto, seduta accanto a lui su quella panchina verde, alzando appena le spalle e accennando un sorriso, di quelli che si stendono come un lenzuolo a coprire la malinconia, la stretta al cuore che invade voce occhi gambe mani, e ti rende burattino dei tuoi pensieri indomabili ridotti in briciole. Aveva guardato fisso davanti a sé: alberi rossi, finestre socchiuse, gente che passeggiava; aveva trattenuto il respiro per non frantumare ancora le sillabe già mutilate, e nascosto le mani tra le ginocchia strette. Aveva detto, è andata così, e sapeva di non poter ancora rispondere al così come così dove ma soprattutto così perché, di non aver saputo rispondere mai a quelle domande che erano gradini di una scala che non va in nessun luogo, che conduce a una porta sbarrata. È andata così, e non si può entrare, vietato l’accesso, e si era chiesta per molto tempo il perché di tutta quella strada per niente, per ritrovarsi a tirare una maniglia che cigola ma non cede. A cedere, alla fine, era stata lei, per un po’ si era seduta a terra, schiena allo stipite, e aveva aspettato, poi se n’era andata. Come vita vuole, come pulsione ordina, ché a camminare avanti con la testa voltata indietro alla lunga viene il torcicollo. Aveva lasciato dietro i silenzi e i rimpianti, quello sguardo umido e smarrito, ed erano passati i giorni i mesi gli anni, i Natali e i compleanni, e quei sogni ricorrenti che al mattino, aprendo gli occhi, si ostinavano a rimanere. Eppure si sopravvive, eccome.
“No, non dire queste cose. A me, le frasi fatte non piacciono” le aveva risposto, cercando, anche lui, con i suoi occhi grandi e blu, quella stessa gente insignificante da guardare, da seguire nei loro avanti e indietro, il filo su cui far camminare, un passo dopo l’altro, il suo sguardo vile, uno due tre e non voltarti, qualsiasi cosa ma non voltarti, non guardarla, non distrarti o cadi giù.
“Adesso, se vuoi, possiamo parlare del presente, di cosa fai, di come stai” aveva aggiunto dopo qualche secondo di silenzio, e si era voltato verso di lei, aveva accennato un sorriso con le sue labbra fini, aveva appoggiato il palmo delle sua mano sul suo ginocchio. Sembrava dirle su, scrolla le spalle, perché lui in questo era bravo, atletico, sciolto, ma lei aveva sempre avuto muscolatura più rigida, e dita come radici, affondate nella terra umida della dedizione. Ecco, aveva pensato; anche questa volta aveva deciso per entrambi, senza rendersene conto. Aveva ricucito, seppur con mano tremante, lo strappo, tappato con stracci arrotolati le fessure delle finestre da cui entravano gli spifferi gelati. Incredibile quanto fosse abile, leggero senza capacitarsene, a evitare le pozzanghere melmose della vita, a sporcarsi sempre così poco le suole. Gli aveva sorriso, perché non poteva fare altro, aveva raccolto le gambe al petto, riavviato con le dita i capelli corvini lucidi di sole, e aveva fatto cosa gli aveva chiesto: riassumere anni di vita in poche frasi, rassicurarlo sul fatto che, senza di lui, aveva comunque continuato a pensare al suo futuro, ad avere progetti. Quelli che lui aveva preferito non veder nascere e crescere, ma di cui ora voleva sapere i risultati. Trarre rapidi bilanci era sapone profumato per la sua coscienza.

L’indomani, non aveva pensato ad altro che a quel pomeriggio, sicura di essere la sola a farlo. Dormici su, dicono, e così era stato, si era buttata nel letto stanca, quella sera, muta dentro, come quando non solo non hai voglia di parlare ma non riesci neppure a pensare, ogni parola nella testa risulta pesante come un’ancora, dentro si arena, si aggancia al diaframma, e non si muove, nonostante il mare mosso. Sveglia latte caffè e acqua fredda sulla faccia, perché l’orologio continua a calcolare la vita in secondi minuti ore, e vai a spiegare agli altri che il ritardo è relativo se per anni aspetti, se sei indietro di un bel po’ perché certe immagini ancora ti rallentano il passo. Quell’incontro, atteso tutto quel tempo, anni che non le sarebbero tornati indietro mai, le aveva ficcato in borsa più domande che risposte, le sarebbe toccato portarle addosso per tutta la giornata, e ancora poi. Forse perché per esaurire i lasciti bisognerebbe avere il coraggio di stanarli con le giuste domande, ma lui, che avrebbe dovuto aiutarla, guidarla, lui che avrebbe dovuto, da sempre, sapere il perché di ogni cosa, si era lasciato risucchiare da quegli stessi fantasmi che credeva di aver esorcizzato, spettri di confusione, rimorsi e colpe cacciate sotto il tappeto, come la polvere che non vuoi aspirare; invaso, senza rendersene conto, pensando che tutto fosse sotto controllo, non vedeva pensando di vedere. Scrollava le spalle e camminava a passo sicuro, lui.
Ripensandoci, mentre girava le chiavi nella toppa e scendeva le scale, si era sorpresa a riderci su, sfogare la rabbia e il senso di fallimento in una risata breve a labbra appena dischiuse, accompagnata da un sospiro di smacco, l’aria che rapida senti uscire dalle narici quando pensi che per davvero ci si può parlare per ore, vicini, senza capirsi. No, non aveva capito niente. Non aveva voluto capire niente, perché la comprensione è sforzo e lo sforzo è dolore. Come sempre, le veniva da dire, come sempre era stato, anni passati a cercare di decifrare un suo gesto pronto a rivelarle che sì, due persone possono proprio diventare una sola, anche se non per sempre, che loro due erano stati una cosa sola, e invece niente, solo parole in aggiunta, strofe scarne che avevano introdotto lo stesso ritornello. Ché l’amore non basta a camuffare certi abissi, a correggere miopia e sordità. Ci si può amare e non capire, ci si ama perché non ci si capisce, altrimenti è devozione.

Era un giorno come tutti gli altri, un giorno di sole pallido e caldo soltanto se hai la pazienza di fermarti per qualche istante, invitarlo tacitamente ad accarezzarti. Erano sempre gli stessi percorsi, sempre un piede davanti all’altro, le stesse strade, le facciate pallide, i balconi stretti, le finestre introverse. Insinuarvisi a passo lento era sempre la stessa musica, eppure era al contempo tutto diverso, differenti spartiti s’imponevano all’orecchio in ascolto. Stivali cappotto sciarpa e cappello, un passo davanti all’altro, camminava per le vie della sua città che pareva sopportare l’andirivieni della gente con leggerezza austera e silenziosa, come una lieve e scherzosa alzata di spalle. Anche quel giorno occorreva uscire di casa, conservare con forza una quotidianità preziosa, unica arma contro gli imprevisti, contro quell’imprevisto, contro quelle parole, contro le sue unghie che la notte, prima di addormentarsi, premevano sui palmi delle mani, creavano solchi tra quelle linee che, dicono, trattengano il segreto del futuro, la mappa del nostro peregrinare; e le nocche diventavano bianche, fuggivano il sangue che scorre, rigettavano il fluire della vita, imploravano una pausa.
Quei fiochi raggi solari, artefici di un’ombra rada che le camminava accanto, non avrebbero però mai preso il posto del calore di quella stretta di corpi. Quando le parole come acqua inquieta avevano raggiunto la staticità in prossimità della diga, muro di silenziosa protezione, muraglia contro l’invasione, ecco che inaspettatamente si erano trovati muti l’uno tra le braccia dell’altro, petto contro petto, guancia contro guancia e le unghie delle mani affondate sulla sua schiena larga e tra i capelli, una stretta tesa tra il dovere di congedarsi e il desiderio di tornare a quell’età più ingenua, dove molti perché potevano permettersi un letargo lunghissimo. Alla fine, l’aveva guardata come si guarda un esemplare unico nella sua specie, una rarità che si vorrebbe possedere ma che tocca lasciare nelle mani della natura, e se n’era andato. Era ciò che aveva atteso, e che più aveva temuto. Avrebbe di gran lunga preferito un semplice gesto della mano, che si congedasse come quelli con cui hai confidenza ma non hai più in ballo la vita; invece era stato così, incalcolato e improprio, tacito e totalizzante, come tapparsi il naso e stare in apnea. Aveva fatto male, un male che l’aveva raggiunta in ritardo, perché era stato istintivo, rapido e inatteso. L’aveva però sentito subito, e subito l’aveva intuito: non sarebbe accaduto più.

Continuava a camminare, e le sue mani avevano preso un’iniziativa insolita, avevano frugato nella borsa e avevano estratto una sigaretta dal pacchetto. Non fumava mai prima di pranzo; non sapeva darne una spiegazione razionale, forse ché affrontare il mattino richiedeva già di per sé lo sforzo di una doppia inspirazione, eppure le sue labbra già ne trattenevano il filtro spugnoso. Se l’era accesa come quando qualcun altro lo fa per noi, era così distante da sé che avrebbe quasi potuto ringraziarsi per il gesto.
“Grazie, ma non fumo più. Ho smesso quando ho capito che avevo iniziato per noia” le aveva risposto, quando lei gli aveva offerto una sigaretta dal suo pacchetto. “Bisogna sempre capire perché si inizia a fare qualcosa, ti aiuta molto” ne aveva concluso, e lei aveva annuito senza ricambiare il suo sguardo. Certo, l’inizio. Avrebbe voluto dirgli che forse gli avrebbe fatto piacere sapere quello che già sapeva senza volerlo, che lei aveva iniziato quando lui se n’era andato, sperando che il fumo le corrodesse il male dentro, chiudesse un buco, lui che aveva capito prima di lei l’inizio di ogni cosa, ma che aveva invece trattato la loro fine disastrosa e rumorosa come una pazzia da zittire, da sedare, semplicemente. Un’anomalia da correggere, un’eccezione che conferma la regola. Erano stati lì, seduti una accanto all’altro, quel pomeriggio, e tra loro lo spazio stretto e vuoto della loro fine, un nulla in centimetri che però li rendeva divisi, li rendeva due, uno e uno, insieme e soli.  Com’è possibile, si chiedeva, passarsi attraverso e poi, nel raccontarselo, scoprire che ognuno ha sempre avuto in testa la sua storia. Parlarsi dopo anni di ricordi imbavagliati e doversi arrendere, ancora, alla mancanza di significato, a quell’attimo di pienezza da afferrare, fosse solo per gettarla via, lontano da sé, come un sassolino da far rimbalzare nell’acqua del lago; pensare a quell’intrecciarsi di mani che finiscono poi remissive nelle tasche, o ad additare l’errore dell’altro; piangere lacrime che cadono a terra e la inaridiscono, la bruciano quando invece dovrebbero far crescere piante e promesse. Com’è possibile, soprattutto, lasciare che giorni mesi anni insinuino trame di silenzio tra pelli che prima rabbrividivano al contatto, e che quelle trame diventino strade, lunghe miglia, e che quando un bel giorno s’incrociano per una beffa di probabilità, non succeda mai un confluire ma sempre un sovrapporsi?

Un rumore improvviso aveva investito il suo udito, ma era giunto in ritardo alla coscienza, come una voce estranea che giunge a svegliarci mentre stiamo dormendo. Lo stridere secco e arrogante della gomma sull’asfalto aveva risvegliato i suoi nervi prima dei suoi pensieri. Istantaneamente, i muscoli delle sue gambe si erano irrigidite, le punte dei piedi avevano accusato il peso del suo corpo, le sue braccia si erano sollevate all’altezza delle spalle in segno di resa. Un signore di mezza età dal fisico atletico, a cavallo di una bici, le mani contratte sui freni, le stava di fronte, il viso colto da un’espressione stupita e irritata.
“Il marciapiede è dall’altra parte!” l’aveva rimproverata, facendole segno con il braccio, il tono di voce perentorio e accusatore, e si percepiva che avrebbe voluto aggiungere molto altro. Di rimando, lei era a malapena riuscita a sostenere imbarazzata il suo sguardo, la bocca aperta dallo stupore, la sigaretta per terra, scivolata dalle dita qualche secondo prima, e ancora fumante.
“Mi scusi, io non…” aveva provato a balbettare, e rapidamente aveva lasciato guizzare il suo sguardo smarrito tutt’intorno. Sì, era proprio finita a camminare sulla pista ciclabile, senza volerlo. Si era voltata verso l’altro lato della strada, quello per i pedoni, poi di nuovo verso il ciclista, senza riuscire ad aggiungere altro che potesse discolparla.
“Sveglia! Guarda dove vai!” le aveva gridato, e aveva ripreso subito a pedalare, senza attendere risposta, come quando si scaccia una mosca invadente e si riprende a fare quello che si stava facendo, nonostante serva qualche secondo per sopire il fastidio.
Come aveva fatto a non accorgersene? L’aveva osservato allontanarsi, ferma lì, su quella strada stretta tinteggiata di rosso. Le sembrava di esser sorda, il fluire di persone e macchine pareva non produrre alcun suono. Un leggero pizzicorìo al naso l’aveva raggiunta, e la vista si era annebbiata, gli occhi inumiditi, la gola annodata come un laccio di scarpe e gli incisivi a catturare avidi il labbro inferiore.
Avrebbe voluto avere la forza di gridare. Gridargli che la vita non è come una stupida e banale pista ciclabile, che non c’è un percorso facilitato e unidirezionale segnato con un colore diverso, che cercare di andare avanti non è come pedalare, cambiare strada non è solo una questione di freni gomme e marce. Avrebbe voluto urlargli che per quanto si cerchi di guardare dove si va, a volte non si vede niente, nient’altro che le macerie della città dove abbiamo vissuto, rasa al suolo da terremoti inspiegabili, perché le nostre debolezze e le scelte degli altri pesano sul nostro cammino più di una calamità naturale, decidono il nostro procedere e il nostro fermarci, il nostro inginocchiarci a raspare tra i detriti, il nostro sperare di salvare ancora qualcosa, il nostro soffocare nella polvere, tossire, rialzarci e sporchi allontanarci.

Una lacrima s’intrufolava tra le ciglia e si lasciava cadere, disegnando una riga sul suo zigomo che rifletteva la luce del sole e che richiamava sulla sua pelle il freddo dell’aria invernale. Il ciclista era ormai lontano dalla sua visuale. La solitudine del suo stare lì, immobile, a calpestare una strada che la voleva esclusa, le aveva gettato addosso un immenso senso di pesantezza, la sensazione di indossare un cappotto troppo pesante, di due taglie più grande, fradicio di pioggia. Aveva raccolto le poche energie per guardare di fronte a sé, fare quello che quell’uomo le aveva chiesto, banalmente, e quel palazzo giallo a quattro piani sull’angolo della via su cui si posava il suo sguardo confuso era la speranza di capirlo, una speranza spogliata ora di qualsiasi sogno e profondità, utopia e credo, ricondotta alla materialità delle cose, delle forme, delle luci.
Al primo piano, una signora che doveva aver passato la settantina, i capelli bianchi e un grembiule da casa blu elettrico sopra una maglia pesante, stava dando da bere alle piante sul suo balcone. L’inverno le aveva private di fiori e colori brillanti, ma silenziosamente, in quel movimento lento che doveva costarle la fatica della sua vecchia schiena curva, sollevava l’annaffiatoio e lasciava colare giù con premura quel getto d’acqua ben dosato, perché anche e soprattutto ciò che non può ancora rifiorire, ciò che è ancora sopito dalla violenza muta del gelo, deve bere la vita per nutrire e conservare la sua potenziale bellezza, quel dono che la primavera pretenderà puntuale.
Era stata lì a osservarla fino alla fine, quando aveva appoggiato l’annaffiatoio a terra, e una mano all’altezza dei reni e l’altra sul vetro, era rientrata in casa e aveva richiuso la finestra; poi, le mani in tasca, aveva ripreso a camminare, nella direzione opposta alla precedente, aveva attraversato la strada e aveva raggiunto la fermata del pullman sul quale avrebbe dovuto già essere salita da un pezzo.
Guarda dove vai.
Aveva sorriso debolmente, e si era infilata nelle orecchie le cuffie discrete da cui la musica ora confluiva superando i rumori del traffico, come un ospite dalla parlata esuberante seduto a una tavolata di chiacchiere monotone.
Ripensava alla signora, a quel lento prendersi cura di steli secchi di cui immaginava già, probabilmente il fiorire ciclico di petali colorate, promesse esili ma riconcilianti. Chissà se anche lei sarebbe riuscita a invecchiare così.

 

Questo racconto è stato pubblicato
nell’antologia Racconti torinesi, Historica edizioni, 2017.

 

 

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Una buona notizia, lettori! #4

Condivido con voi la pubblicazione del mio racconto Il poster, sulla rivista online «Narrandom», selezionato per raccontare una storia che avesse come tema la parola “limite”.
Lo trovate a cliccando qui.

E.

Indietro

Quando hai solo diciott’anni, quante cose che non sai
quando hai solo diciott’anni forse invece sai già tutto
non dovresti crescer mai.
Ligabue

Oggi è martedì, come ogni volta che scrivo qui, ma preferisco raccontare della mia domenica sera, anche perché oggi ho passato la mattinata all’ospedale per un prelievo del sangue e non credo che a qualcuno importi avere un resoconto dettagliato della faccenda. Ad ogni modo, domenica, cercando una cosa nel mio armadio bianco delle cianfrusaglie – di cui qui avevo anche scritto – mi sono imbattuta nella mia scatola contenente un mucchio di diari scritti nel periodo adolescenziale – che a volte mi chiedo se è poi davvero finito, ma questo è un altro discorso. Uno dopo l’altro, ho cominciato a sfogliarli e leggerli. Ho cominciato da quello più recente, fino a quello che per me è “il diario della svolta”, scritto tra i 16 e i 17 anni, perché quell’anno nella mia vita sono cambiate un bel po’ di cose.

Cosa ce ne frega dei tuoi diari, direte? E in effetti è un’ottima domanda. Non ho assolutamente intenzione di raccontarne qui il contenuto, però mentre leggevo ringraziavo me stessa per aver scritto così tanta roba apparentemente inutile, ma che a distanza di anni aiuta a ricostruire i pezzi della nostra vita con quella consapevolezza che all’epoca non avevo. Anche perché, se l’avessi avuta, penso che non avrei scritto proprio niente – e non in quel modo, ho beccato ahimè frasi con numeri al posto di lettere e x al posto di per e altre licenze ortografiche nate dall’esigenza tutta anni ’90 di far stare in un messaggio con pochi caratteri tutti i nostri pensieri (che ne sanno i duemila)…

Insomma, discutibili composizioni alfanumeriche a parte, che mi fanno sorridere se penso che “da grande” la mia maggiore occupazione finora è stata ed è in parte ancora quella di fare redazione ovvero di professione la grammar nazi, è stato incredibile rileggermi e ritrovarmi o sorprendermi di molte delle mie parole, alcune così piene di dolore che mi sono chiesta come ho fatto a sopravvivere a quell’età dove tutto è così intenso, dove non solo si impara a farsi delle domande, ma si capisce forse che spesso le risposte giuste non esistono e questo fa malissimo. Mi sono chiesta, ad esempio, per tre diari di fila molto fitti le ragioni di quell’addio, per poi scoprire anni dopo quello che avevo sempre sospettato, ovvero che a quelle vicende i perché razionali non ci sono.

Recentemente la rivista «Lahar magazine» ha pubblicato un mio racconto, I ciliegi, che ricorda la mia adolescenza, in particolare alcuni momenti che non compaiono nei miei diari, perché all’epoca forse ero troppo contrita per rendermi conto di alcune cose che mi hanno fatto bene e che mi hanno salvata. Ho raccontato di alcuni amici che mi avevano accolta tra loro e che mi facevano dimenticare momenti apparentemente impossibili da superare. Nei miei diari, però, il racconto di quelle serate non c’è. Non mi rendevo conto di alcune cose benefiche, come spesso accade a quell’età, quando le possibilità sono girato l’angolo ma non ce ne rendiamo conto.

Tutto questo per dire cosa, esattamente? Beh, innanzitutto grazie. A quelle persone lì e ad altre. E poi per dire che, nostalgia a parte, ripercorrere ogni tanto le proprie vicende personali ci aiuta a capire che siamo stati più forti di quanto pensiamo. Ci aiuta a ritrovare ideologie e speranze che oggi pensiamo vane, ma che invece sono ciò che ci ha portato fino a questo punto e che dobbiamo ricordare per andare avanti.
Nei miei racconti recentemente pubblicati, l’adolescenza è lo scenario privilegiato perché è l’età che non scende a compromessi. Dove finisce la tua libertà, inizia il curriculum vitae, dice una canzone del buon Frah Quintale. A quell’età non eravamo riassunti in un foglio o due, non volevamo esserlo, pretendevamo di non esserlo. In questo senso, guardarci indietro a volte, non può farci che bene.

Io, Tonya

Stai zitta.
Stai ferma.
Come ti vesti.
Come parli.
Che modi sono.

Non conto le volte che ho sentito queste frasi da quando sono al mondo. Verso di me, verso altre. Verso altri, perché intendiamoci, non è che solo noi donne siamo vittime di “rimproveri da galateo”, di quelle etichette che ormai non più sottendono bensì palesano aspettative così sterili da sembrare spesso anche violente. Scrivo accordando al femminile perché sono una donna (e perché odio mettere /o, è proprio graficamente orribile), ma il femminismo, giuro, è fuori da questo articolo. Perché anche il femminismo, ultimamente, ci ha un po’ rotto i coglioni; veramente nel 2018 dobbiamo ancora porci come diverse per essere uguali? Dai.

Ad ogni modo, con quelle frasi lì, voglio in realtà consigliarvi di avvicinarvi a una storia di cui io, poco tempo fa, non sapevo niente, almeno non prima di vedere il film I, Tonya. Un film che già dalle prime scene si preannuncia veritiero come vero è il personaggio di Tonya Harding, pattinatrice sul ghiaccio, atleta americana uscita dalle scene nel 1994 dopo essere stata la prima al mondo a eseguire un triplo axel. Al di là della sua carriera sportiva, Tonya mi ha colpita come donna, per quella forza di non aver mai accettato di fingersi diversa da com’era: una semplice ragazza di periferia che conobbe il pattinaggio in tenera età e non lo abbandonò più, finché le fu concesso. Scoprì però che quel mondo, in realtà, le assomigliava ben poco, perché non bastava essere talentuose come lei di fatto era, ma occorreva rappresentare, sui pattini, un modello di giovane donna che potesse diventare un’icona per gli americani. Eleganza, candore, solidità emotiva, determinazione. Tutte cose che, a parte l’ultima, Tonya non possedeva. Non aveva soldi per comprare costumi pregiati, non aveva finito la scuola, la sua famiglia era disgregata e la sua relazione sentimentale sempre in procinto di finire in tragedia. No, Tonya non era decisamente il modello iconico femminile che l’America voleva, e infatti spesso e volentieri non ottenne i giusti punteggi perché “non basta saper pattinare bene” per vincere. Non si fermò. Cercò di essere sempre se stessa, facendo tesoro delle sole critiche che le arrivavano da chi le voleva bene, come la sua allenatrice, una donna così diversa da lei (iconica, forse) ma quanto più comprensiva.
Non finì bene, per Tonya. Non rimase sui pattini tutta la vita come sperava e non fu per colpa sua. Si fidò delle persone sbagliate, come spesso succede a molti, e la sua vita in pochi istanti si trasformò in quello che di più lontano pensava: una vita senza pattini. Tonya Harding, però, è ancora viva. È madre e moglie felice e credo abbia scoperto di sé stessa la cosa più importante: può essere autentica anche senza pattinare. Perché anche se noi siamo ciò che facciamo e che scegliamo, la vera chiave è saper ricominciare quando tutto va a rotoli. E soprattutto, isolarsi dal rumore di bocche che non ci stanno dando un suggerimento, ma ci stanno violando nel profondo con una superficialità che spesso è l’arma più tagliente.

Perché parlare di Tonya? Molti sono i motivi. Per me alcuni sono personali: la sua storia di determinazione e passione mi ricorda che più che pensare noi stessi per quello che facciamo (un lavoro, ma anche uno sport, un hobby, ecc.) dobbiamo pensarci per quella voglia stessa che ci guida nel farlo, così che quando qualcosa andasse male, quella fiamma ci salverà. E poi perché Tonya diceva un sacco di parolacce. E anche dire le parolacce è qualcosa da donna. La storia di Tonya ci riguarda tutti, indipendentemente da genere e sesso. È una storia che urla.
Non sta zitta.
Non sta ferma.
Si veste come le pare.
Parla come le pare.
E se vuole, ti manda a stendere.

Altri articoli su Tonya:
Doppiozero.com
MarieClaire.it

Una buona notizia, lettori! #3

Annuncio la pubblicazione del mio racconto I ciliegi nella rivista «Lahar Magazine» numero 40, a tema “buio”.

Potete leggere il mio racconto a questo link, mentre se cliccate qui potete leggere anche tutti gli altri.

E.

Cose scritte in giro

Negli ultimi tempi, scrivere qui mi sembra difficilissimo. Chi legge scorre lo sguardo su un articolo finito, ma prima che questo accada ci sto io qui a capire cosa scrivere e se può essere mai interessante, e spesso temo che non lo sia. Oggi la mia mente è un po’ occlusa, si dice che si scrive meno quando si è più felici, può darsi, in questo caso è una cazzata, si tratta solo di frenesia quotidiana. Impegni che spesso non vorrei, e che come ognuno su questa terra, mi tocca accettare.

Eppure, qualcuno non poco tempo fa mi ha detto che ho talento, riferendosi alla scrittura e al mestiere che facevo fino a poco tempo fa e che chissà, forse ricomincerò o forse non farò mai più – correggere testi. Diceva che ci va un’attitudine particolare a farlo, anzi diceva proprio “talento”, perché “attitudine” è il vocabolo che ho preferito usare io, in sostituzione. Ho paura del talento. Ti fa sentire così solo.
E quindi, per farla breve, cosa ci sarebbe di difficile nello scrivere, se hai attitudine? Eppure, dicevo, in questo periodo non mi riesce così bene parlare di me, preferisco le storie degli altri. Che poi se sono altri che inventi tu, un po’ parlano di te comunque, ma ti sembra di stancarti di meno. Per questo ho deciso che in questo articolo raccolgo, per chi mi legge e se le fosse perse, le cose migliori che ho scritto in giro ultimamente.

Eccovi la storia di Diego, che preferisce nascondersi tutto intero anziché mettersi in mostra a metà e non sa nemmeno lui quanto coraggio ci va a volte per voler scomparire.

Eccovi la storia di Pietro, che ai fantasmi del passato e ad assomigliare a qualcun altro sceglie se stesso e le sue fragilità, numerose ma luminose come le stelle del cielo.

Eccovi infine la storia di un ragazzo a cui non ho dato un nome, la sua esitazione e il passo lento di piedi di piombo del rivelare la parte di sé più scomoda eppur più preziosa e autentica.

Raccolgo i miei tre racconti migliori, che non parlano degli “ultimi”, ma di chi a volte un po’ “ultimo” si sente. Senza esserlo, perché non ci sono né ultimi né primi. Che poi è quello che avrei scritto in questo articolo di martedì in tutt’altro modo, se avessi avuto più ispirazione. Alla fine però non è andata male, da una storia di me e basta ne sono uscite tre, migliori.

Una buona notizia, lettori! #2

Cari lettori,
condivido con voi la contentezza di vedere il mio racconto L’imbucato pubblicato sul numero 5 della rivista e newsletter letteraria Firmamento.

Vi invito a seguire la loro attività e a leggere il mio racconto a questo link.

E.

Perché Burian ci fa bene

Due cose, questa settimana, scombussolano il nostro Bel Paese: il freddo e la fine imminente di una campagna elettorale così triste che forse è davvero un bene che per qualche giorno i media si occupino di lui, Burian, l’ondata di gelo siberiana che ha sconvolto le città dove “neve” è solo una parola sul vocabolario. Perché le elezioni ci inquietino tanto è palese, ma anche Burian non scherza; tuttavia, scelgo il secondo per questo breve articolo di martedì, per la sua sostanziale unicità e perché parlare di meteo spesso è assai meglio che parlare di politica.

Quello che mi affascina di Burian e degli agenti atmosferici in generale è il carattere dell’imprevedibilità. L’altra sera cenavo e pensavo, guardando il telegiornale, a quanto il genere umano sia limitato, piccino e impotente di fronte alla natura, che ogni tanto salta su e cerca di riportarci al nostro posto in ultima fila. Fa un freddo cane, non è possibile, ma tant’è, diamoci una calmata (calma, ma non sangue freddo: in questo caso sarebbe eccessivo). Io, per altro, faccio parte di quella categoria di persone che la prende un po’ male se qualcosa crea un imprevisto e talvolta, di conseguenza, un contrattempo. Non oso pensare al mio umore se abitassi a Roma, in questi giorni. È proprio questo che mi spinge a riflettere su Burian, a quanto sia importante, ogni tanto, distendersi. Alla fine, reagire di fronte alla neve a marzo (sì, febbraio è durato un secondo) è una chiara metafora dell’atteggiamento verso la vita: ci sono persone a cui l’elemento sorpresa turba, alcune che invece ci ridono sopra.

In un suo articolo del 10 febbraio 1932, il filosofo Bertrand Russell scrive di una nebbia a Londra così fitta che non si vedeva a un palmo dal naso. Non che a Londra non siano abituati, ma le conseguenze, racconta, furono inaspettate: “una nebbia ordinaria è un semplice fastidio, ma una nebbia così tremenda da non riuscire a vedere i propri piedi porta conforto anche ai più malinconici.” (B. Russell, Il trionfo della stupidità. Saggi americani 1931-1935). Sulla metropolitana e per le strade, le persone sconosciute cominciarono a parlare tra loro – cosa rara, dice – e nel socializzare si scambiarono storie di vita ben più fitte della nebbia: “tutti ridono, tutti sono gioviali – almeno finché la nebbia non si dirada – quando tutti tornano a essere cittadini sobri, gravi e responsabili.” Da questo episodio, Russell traccia una descrizione psicologica dell’imprevisto, sottolineando come le persone tendano, in situazioni che creano contrattempi, a essere esaltate: in parte per l’elemento sorpresa, in parte perché

c’era comunque un altro elemento – ossia il fatto che tutti si sentivano allo stesso modo. Come regola generale, ognuno di noi si preoccupa solo di ciò che lo riguarda; […] ma ci sono occasioni in cui un sentimento comune trascina un’intera folla.

Insomma, gli imprevisti e i contrattempi, vuole dirci Russell, possono aprire uno spazio inaspettato di condivisione. Sta a noi, però, scegliere se renderlo positivo o negativo. Per esempio, ho scoperto che il gruppo musicale torinese Eugenio in via di gioia ha deciso di trasformare il ritardo sul treno in un concerto. Sicuramente Russell avrebbe apprezzato. Forse questo Burian, tanto freddo, in fondo, non è.

Tra i cassetti

Chi mi legge sa che mi lamento spesso della mia età, di questo confine tra il “ma sei ancora giovanissima” e il “piantala, che l’adolescenza è finita da un pezzo”, perché mi è troppo difficile capire se sto dalla parte giusta della carreggiata, se quando dico “no” è un capriccio o un consapevole e sacrosanto diritto di replica. Soprattutto però detesto la mia età perché non capisco quando e quanto sia giusto mettermi a piangere. Giorni fa per esempio mi è successo e mi sono tappata la bocca per non fare rumore.

Che poi, direte, ma che paranoia è, piangi se vuoi piangere, stop. Certo, non fa una piega, ma andiamo su, alzi la mano chi, sorpassata da un po’ la maggiore età e tolta dalla macchina la P del neopatentato non si vergogni di piangere quando gli succede, che magari lo fa in silenzio, senza che nessuno veda o senta. Quando è stata l’ultima volta che avete pianto, senza preoccuparvi un po’ di cosa avrebbe pensato qualcuno se vi avesse visti? Poi magari è solo un problema mio, e ci sta se mi consigliate la neuro. Però l’altro giorno ero sul tram e un bambino si è messo a piangere perché suo padre aveva rifiutato di portarlo a mangiare la pizza. In quell’istante ho pensato a quante volte da bambina ho fatto scenate per cose che dopo pochi minuti già non m’interessavano più. A quante volte ho pianto e singhiozzato e gridato e battuto i piedi per una pizza, un gelato, una bambola, un vestito, e dopo il no dei miei genitori, che all’inizio pareva una tragedia, trascorrevano quei dieci minuti, mezz’oretta, e tutto tornava come prima. Tutto uguale.
E la pizza? Ma quale pizza.

Non era mica grave piangere. È così strano, “da grandi” invece. Si piange così poco.
Magari per una tragedia vera, o se riguardiamo Bambi o Dumbo (ma come abbiamo fatto da bambini a sopravvivere a cartoni animati di quel genere?), per una piccolezza che ci fa esplodere, che da l’input al manifestarsi della nostra disperazione per qualcosa che, non si capisce perché, era rimasto così tanto tempo incastrato dentro. E che è uscito fuori perché hai smarrito la tua maglia preferita.
Allora gridi “Ma dove c*** l’ho messa?”
Allora sbatti i pugni contro qualcosa che faccia rumore.
Allora magari accade.
Cinque minuti. Poi, miracolosamente ritrovi la maglia. La risposta che cercavi però, quella rimane ancora in chissà quale cassetto. Ti metti quella maglia e indossandola indossi la consapevolezza del fatto che anche dopo aver pianto non hai trovato la soluzione. Per quello un po’ ti vergogni, e ti dai della cretina.
Sì. Piangere da grandi è davvero un gran casino. Ciò di cui ci vergogniamo è sempre un gran casino.

Il pepe in tavola

Si dice che l’essere umano si distingua dal resto della fauna per le sue facoltà cognitive. Pensare ci rende uomini sapiens – d’accordo anche Cartesio – e la darei per buona, se non fosse che a volte incappi in certe conversazioni che preferiresti parlare a un trifoglio. Il pensiero, la ricerca di risposte a domande varie ed eventuali nascerebbe dalla nostra capacità di dare alla nostra vita uno scopo, di sentirci parte di un mondo. Chiunque abbia aperto un libro di filosofia al liceo, saprà che “la filosofia nasce dalla meraviglia”: che bello il sole, la luna, le piante, gli scoiattoli… Come mai cotanta roba attorno a noi?

E però, quella non era meraviglia – come ci ricorda Emanuele Severino, bensì thauma, ovvero terrore, paura. Il nostro originario stupore, secondo Aristotele, il nostro domandarci “O mondo, come funzioni? Come ci dobbiamo comportare con te?” nasce dall’orribile ansia di sentirci troppo piccoli rispetto a esso. Pensiamo, dunque, perché abbiamo paura.

Sono passati secoli, eppure, anche se ormai sappiamo molto bene cosa siano il sole, la luna, le piante e gli scoiattoli, continuiamo ad aver paura. E quindi a pensare a come fare per cavarcela.
Perché questo preludio? Perché un giorno qualcuno mi regalò un libro piccolo piccolo ma che conteneva una grande domanda: Che cosa faresti, se non avessi paura?, e me lo aveva regalato proprio perché io, in quel momento, di paura ne avevo tanta. E pensavo tantissimo. Senza venirne a capo, naturalmente. In effetti, credo che i periodi della vita in cui siamo più subissati di pensieri siano quelli in cui ci sentiamo smarriti, in cui la coperta è troppo corta e l’inverno ancora tutto da vivere. Insomma, ripenso spesso a quella domanda del libro (anche perché mica ho smesso, di aver paura). Se la paura è ciò che innesta il pensiero, è anche vero che dovremmo, con il pensiero, cercare di piantarla di avere paura. O no? Cosa farei, se non avessi paura? allora diventa il titolo della mia lista, per rispondere alla domanda.

Se non avessi paura, mi metterei a ridere. Sempre, anche rotolandomi per terra.
Se non avessi paura, farei un respiro profondo.
Se non avessi paura, a volte piangerei fino a non avere più lacrime da asciugare. Le lascerei scorrere fino all’esaurimento.
Se non avessi paura, ti direi che mi dispiace.
Se non avessi paura, smetterei di ascoltare troppo gli altri.
Se non avessi paura, andrei in quella città che tanto mi piace e ci starei da sola per un pochino. Giusto il tempo di mangiare tutto e vedere certe cose in silenzio.
Se non avessi paura, ti direi “no” più spesso.
Se non avessi paura, mi farei un tatuaggio.
Se non avessi paura, continuerei a fare quello che sto facendo, smettendo di aver paura nel mentre.
Se non avessi paura, scriverei un romanzo.
Se non avessi paura, ogni tanto passeggerei senza occhiali.
Se non avessi paura, non porterei l’orologio.
Se non avessi paura, non ti penserei più. 

Soprattutto, però, se non avessi paura non scriverei questa lista. Non baderei a dove metto i piedi, a cosa guardo, a cosa dico, e finirei per fare un sacco di cose di cui mi pentirei. Aveva ragione Aristotele, la paura è fertile. Non bisogna sbarazzarsene.

Se non avessi paura, sarei sempre orgogliosa di avere paura.
È giusto averne un po’ sempre, come il pepe in tavola.

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