Una buona notizia, lettori! #7

Ho scritto un racconto breve che parla di respiri, apnea e resistenza.

Si intitola Senza branchie ed è stato pubblicato dall’Agenzia e Rivista letteraria Pastrengo (MI) e potete leggerlo cliccando qui.

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#13 – Caffettiera – Fabrizio Defilippi

di Fabrizio Defilippi

Accendo la piastra elettrica, non so mai come regolarmi. La piccola caffettiera verde è nell’angolo della piastra. Ha lasciato un alone opaco sulla superficie nera, ma nessuno se ne preoccuperà più di tanto in casa.
I primi mesi mi sono disintossicato. Non è la prima volta che vado all’estero e me ne dimentico. Peccato capitale, non si impara mai nulla dal passato. La mattina non era certo la stessa cosa. Di caffè solubile non ho voluto sentire parlare.
Mentre la piastra si scalda e si illumina di rosso, apro la caffettiera per pulirla. Dentro c’è ancora un po’ di caffè del giorno prima. È da due persone o da una, secondo le abitudini. Di solito ne bevo tre quarti. A volte conservo il resto per il latte della colazione. Histoire de ne rien gaspiller.
Pulire il filtro è un’operazione delicata. Non c’è niente di più squallido di un lavandino bianco coperto di caffè in polvere. Lo estraggo e lo sbatto delicatamente contro la caldaia, cercando di non spargere caffè a destra e manca. Operazione riuscita, per una volta il lavandino resterà immacolato.
Il livello del caffè nel barattolo sta scendendo vertiginosamente. Una di queste mattine lo troverò vuoto e mi accorgerò che non ho un pacco nuovo da aprire.
È una sfida all’ultimo granello. La mano trema come se il cucchiaino fosse diventato improvvisamente un bisturi. Il filtro si stringe fino a farsi microscopico. Altro che centro di gravità permanente, le leggi della fisica non valgono più. Il danno è fatto, caffè dappertutto.
In cucina c’è anche una macchina del caffè, di quelle con la caraffa in plastica, all’americana. Sta lì a stagnare, a volte per giorni, una brodaglia sempre più nera. L’ho provato qualche volta, non fa per me.
Chiudo la caffettiera e la riapro subito. Sì, ho messo l’acqua. La piastra è calda e la piazzo su, facendo attenzione a lasciare il manico all’esterno, per evitare che si surriscaldi.
Abbiamo bisogno di rituali, penso. Questo non è certo originale, ma è pur sempre qualcosa. Lancio la caffettiera, torno in camera, metto in ordine velocemente, accendo il pc, apro la finestra per cambiare aria. Il tempo di una caffettiera e la vita riprende. Non è tanto il caffè in sé, ma il gesto. Con la cialda non sarebbe la stessa cosa. Quei tre minuti danno il là a qualcosa, riattivano le connessioni neurali.
Torno in cucina, giusto in tempo. Sposto la caffettiera e spengo la piastra, che resta rossa ancora per un po’. Una zolletta di zucchero e via.
Forse sto invecchiando e tra poco inizierò a mandare immagini di caffettiere di dubbio gusto agli amici. In fondo nemmeno la grande città può davvero cancellare il ricordo di quel ragazzo di paese che ero e che sono. Forse invece ho solo bisogno di un profumo noto da associare a casa, dovunque essa sia. Fa’ niente, a ognuno il suo piccolo rituale.

Fabrizio Defilippi (1991) piemontese, vive a Parigi e cerca nella filosofia le risposte all’imminente apocalisse ecologica. Scrive racconti e recensioni per La Biblioteca di Babele e di cinema per PopEye. Ama la montagna e le letture impegnate sotto l’ombrellone.

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Una buona notizia, lettori! #6

Condivido con voi un’altra bella notizia: la pubblicazione del mio racconto Una al giorno sul numero speciale collage della rivista letteraria «Carie».

Lo trovate a questo link, a p. 30 del numero scaricabile gratuitamente.

#12 – Plettri – Due Venti Contro [Giacomo Reinero]

di Due Venti Contro [Giacomo Reinero]

Ora ne conto quattro, ma se li guardassi tra cinque minuti potrebbero diventare tre, due o addirittura nessuno: spariti, scomparsi altrove. Li scelgo sempre grigi, sottili, scivolosi, talvolta schivi, quando pretendo da loro note che ancora non so. Si sono fatti posto tra i miei polpastrelli, insistentemente. Come i giovani amori, rigorosamente uno alla volta: giusto il tempo di abituarmici e decidono poi di incrinarsi, screpolarsi e salutare. Triangoli smussati, figure geometriche come lance in movimento, fondamentali per chi come me si rosicchia le punte delle dita. Talmente importanti da determinare, con la loro consistenza, il suono dello strumento.
Tengo i miei plettri nel portafoglio, tra i soldi e il mio corpo, sempre con me e questo vale molto di più di tutto quanto scritto: sono la speranza di un lavoro in cui credo, che s’incrina con loro, ma che in me non si spezza.

Giacomo Reinero (1988), in arte Due Venti Contro, è un cantautore della scena pop torinese. Nel 2014 esordisce con l’album Va bene così, seguito da In fondo, nel 2016. Oggi è in attesa di pubblicare il suo terzo album, anticipato dal nuovo singolo Cornice. Qui, il suo canale YouTube e Spotify.

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#11 – Cuffiette

Tra le ragioni per cui devo ringraziare l’adolescenza, c’è quel fatto di aver scoperto che non devo fidarmi delle cose fatte per tutti: le taglie uniche, per esempio, o gli oggetti universali. All’inizio del liceo, ricordo di aver lottato a lungo contro alcune innovazioni tecnologiche, tra cui il lettore mp3 e le cuffiette, per cui nel mio zaino, ad accompagnare il mio tragitto di circa trenta minuti sul bus, c’era il lettore CD portatile, che ascoltavo con le cuffie grandi. Era tuttavia l’età in cui non esisteva una grande guerra, solo tante battaglie dalla durata breve, e infatti poi mi sono arresa, ho accettato in regalo quella piccola scatoletta da 256 mb dotata di auricolari, come tutti.
È stato lì che ho capito che non tutte le cuffiette per me sono uguali, anche se pretendono di essere universali. Il mio orecchio destro all’interno è più stretto, l’auricolare non ci sta e dopo qualche minuto cade. Ho impiegato anni a trovare il modello giusto, andando a tentoni, senza rivelare a nessuno questo mio ben nascosto difetto, se non a pochi eletti, a quegli amici stretti che in gita volevano sedersi accanto a me e ascoltare la stessa musica sul pullman, e allora dovevo rivelare che dovevano per forza cedermi la loro cuffietta sinistra. Perché?, chiedevano, L’altra non c’entra, rispondevo, e anche se ne ridevo, dentro di me pensavo ma perché a me, ‘sta cosa. Quando finalmente sono riuscita a trovare il modello adatto, l’ho ricomprato uguale ogni volta che si rompevano, fino a che, come tutte le cose belle, anche quella è finita: non le hanno più prodotte, e la ricerca è ripresa inesorabile, silenziosa e speranzosa, continua tutt’ora. In ogni caso, anche quel modello non era perfetto, diciamo che andava meglio di molti altri: mi ero decisa ad accontentarmi, non si può, mi dicevo, andare sempre avanti senza fermarsi mai. È la sottile arte del compromesso, di fronte alla semplificazione dell’universale, che perfino le cuffiette sanno essere una bugia bella e buona, perché ogni giorno si riannodano in maniera diversa.

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#10 – Quaderno – Donata Testa

“Squadernami”
di Donata Testa

Eccolo lì, il quaderno, copertina nera, fogli ingialliti, bordo rosso, appoggiato senza gioia sul ripiano di formica verde del tavolo, in cucina.
L’ha lasciato Giuseppe.
Giuseppe il nonno di Vince, il mio ragazzo.
Ha detto teloregalo tutto attaccato, quasi fosse Natale, quasi fosse ‘sto rettangolo un pacco consegnato dall’Amazon del paradiso.
E che me ne devo fare di un quaderno, Giuseppe? Cioè grazie, grazie mille, però io non uso più carta e penna da quando andavo a scuola, mille anni fa, cioè sarebbero una decina, gli anni, ma per me equivalgono a secoli.
Tranquilla Katia, è solo un vecchio quaderno, un cimelio di un tempo che non è più.
Potresti scriverci i tuoi pensieri.
Eh ma no, Giuseppe, quelli li twitto, li posto su istangram, facebook e gli altri social che frequento; sul mio blog, sulle riviste online con cui collaboro.
Figurati se mi riesce di scrivere un’altra volta a mano, eh no, e poi è lento, tutto estenuantemente lento.
Una perdita di tempo colossale.
E la lista della spesa?
Ma no, dai, nel cellulare c’è l’organizer, io lavoro solo lì.
Va bene signorina, allora strappa i fogli, uno a uno, e fai qualche origami.
O, se non sei capace, costruisci dei semplici aerei e lasciali volare, buttali dalla finestra, ma prima, se vuoi farmi un piccolissimo regalo, prima del lancio, scrivici dentro una parola, una sola.
Regalala all’aria, alla perpendicolare che accompagnerà la sua discesa.
E guardala andare.
E senti il tenue fremito della carta, il peso del suo segreto nascosto tra le ali, scritto nero su giallo.
Immagina qualcuno raccogliere il tuo foglio, la tua unica parola.
Lo vedi?
Bello, no?
Ecco, tieni, prendi la mia stilografica.
È una vecchia Aurora con un pennino d’oro, morbidissimo e tagliente che fa scivolar fuori le parole, una dietro l’altra, una appresso alla successiva, e senza nemmeno che uno se ne accorga.
Inchiostro nero bistro.
Una vera bellezza.
Prova.
Una parola.
Un foglio.
Una stilografica.
Continua da qui, Katia, riparti da qui.

Donata Testa (1955) è nata e vive a Torino. È insegnante e autrice di romanzi e racconti, tra i quali Bagagli a mano (2001), Il luogo del cuore (2006), Le culture intrecciate: Letteratura e migrazione (20017), Italia ama (2007), Sventola l’aquilone (2013), Il gusto di farlo. Raccontarsi senza veli (2015), Certi istanti (2016), Dalla prima all’ultima. Storia di una scolara poi prof (2018).

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#09 – Calendario

In alto a sinistra, all’altezza della seconda mensola sopra la scrivania, è appeso il calendario. Nel tempo, i muri della stanza hanno subito tanti cambiamenti, ma quel preciso punto è sempre stato suo – seduta lì, mi basta un rapido sguardo verso l’alto per avere sott’occhio i miei impegni mensili. Caselle bianche su sfondo colorato, da contare e riempire: ogni spazio è una possibilità di decidere, dicono.
Non riesco a vivere senza, anche se non mi è mai servito da promemoria. Buffo, visto che è proprio ciò a cui servirebbe. Ci scarabocchio sopra, con colori sempre diversi, orari luoghi ed eventi che ricorderei comunque, ma che mi tranquillizza relazionare gli uni con altri grazie a un’occhiata rapida – tengo sott’occhio me stessa, la me che ha da fare. È per questo che ogni anno compro un calendario, ha a che fare con la vigilanza, la sorveglianza del quotidiano, banale e ricorrente. Caselle da saltarci sopra, una dopo l’altra, quotidianità come il gioco dell’oca, vinci se dal primo del mese arrivi al fondo e non sei troppo stanco.
Non ci scrivo mai però tutte quelle cose che accadono un po’ quando gli pare e che non dipendono da me. Le immagino come le caselle salta un giro, sono quelle che quando ci capiti sopra ti pare di dover cominciare da capo: il ciclo, i sogni che ricorrono, i giorni che mancano a quella cosa di cui ho tanta paura, quella che invece non vedo l’ora arrivi e poi passa troppo in fretta. C’inciampo, però, come tutti, e poi rilancio il dado. Sul mio calendario restano bianche, che non è un colore, ma li contiene tutti. Neutralità che cela complessità, come luce di perdono, silenzio, segreto, armistizio.

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#08 – Moschettone – Fabio Soriente

di Fabio Soriente

22 kilonewton sul suo asse maggiore: è la sollecitazione massima che può sopportare un moschettone da alpinismo come quello che ho in mano. Potrebbe reggere il peso di un ippopotamo di medie dimensioni, in teoria, ma se l’ippopotamo vi si dondolasse resisterebbe decisamente meno. Non parliamo poi se la bestia cadesse da un paio di metri scaricandovi tutto suo il peso, ma per un essere umano è più che sufficiente – certo, a patto che il moschettone rimanga verticale, non sbatta contro la roccia e la leva rimanga chiusa: in condizioni ideali insomma.
A tutto questo, comunque, generalmente non penso quando sono in parete e ne attacco uno al chiodo. Può darsi che io ci pensi quando rimango attaccato alla roccia solo per due dita, sulla placchetta che in quell’istante è tutto il mio mondo, e ci resto aggrappato stringendo i denti, con le vene del braccio che esplodono, pur di non cadere. Ma sbaglio, perché il moschettone mi ha insegnato che nella vita bisogna buttarsi. Nel gergo dei climbers, cadere si dice “volare” e la paura di lasciarsi andare nel vuoto è vissuta quasi come una patologia da sconfiggere. A patto di saper come cadere, volare è fortissimo. Questo anellino di metallo smaltato mi ha insegnato che posso avere il controllo su moltissime cose, ma non su tutte, e che buttarsi aiuta a vivere con leggerezza, pur essendo abbastanza pesanti. Catarsi a buon mercato, insomma: 4,99 €.
Da quando l’ho capito, mi affido al moschettone e salgo sempre più su. Salgo per gridare in silenzio e a pieni polmoni quello che a terra non posso dire. Salgo per farmi male, finché mi reggono le gambe e le braccia. Salgo per sentirmi riposato.
Dopodiché scendo, più o meno con grazia, ci pensa lui tanto a insegnarmi anche la lezione della fiducia. Come quando giochi a lanciarti di spalle tra le braccia del partner, è la stessa cosa, anche se non puoi farlo nel salotto di casa.
Tornare alla quotidianità dopo – agli affetti, al lavoro, alle responsabilità – ha un gusto unico e tenere le chiavi di casa in quel moschettone acquista un senso che mi pare, in una parola, giusto.

Fabio Soriente (1990) vive a Torino, dove ha studiato Lettere, e lavora come redattore in uno studio editoriale. È co-founder della rivista letteraria “Lunario”, che vede la luce nel 2018. Alla passione per i libri affianca quella per le montagne e i luoghi incontaminati.

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#07 – Scatola

Erano anni che non riapriva la scatola. Aveva sciolto il fiocco di raso che la teneva chiusa e poi l’aveva rovesciata svuotandone il contenuto sul letto. Cartoline, lettere, biglietti d’auguri. Aveva deciso, in un pomeriggio di noia, che avrebbe tenuto soltanto i più importanti, per lasciare spazio. Per cosa, poi? Chissà, nella vita è sempre bene liberare un posto, pensava, presto o tardi qualcosa lo occuperà.
Aveva cominciato dai biglietti di compleanni, natali, pasque: aveva deciso che avrebbe tenuto solo quelli delle persone che ancora considerava importanti. Poi era passata alle lettere, ce n’erano molte che raccontavano il liceo, le amicizie, gli amori, i litigi. Ne aveva aperta una che non si aspettava di trovare. Chissà dov’era, adesso, E. Se lo ricordava, che avevano litigato? Lei stessa faticava a ripescare ogni dettaglio. Eppure, nel silenzio della stanza, aveva richiuso la lettera, l’aveva riposta nella scatola e aveva sentito gli occhi pizzicare di lacrime che fino a qualche istante prima non aveva mai pensato potessero scendere. Sapeva che arrivavano da quei giorni lontani, fino all’oggi, bagnavano il coraggio che spesso manca, ora, di scrivere parole come quelle, con se stessi dentro. Lacrime che dal foglio a quadretti di E., con i buchi ripiegato in quattro, facevano salti fino a tutte le parole che ogni giorno scrive e riceve, che della carta non hanno più bisogno, che sembrano più libere e invece sono ancora più costrette. Come si può dire, senza un foglio di carta, la verità? Per questo non diceva più niente. Le mancava l’illusione, adesso, che spedire significasse confessare.
Aveva buttato gli scarti nel cestino. Aveva chiuso la scatola, le aveva ridato il suo posto. È buffo come tra gli oggetti più importanti ci siano quelli che ne contengono altri. Come le lacrime, svelta se le era asciugata con il polso, che dalla calligrafia di E. erano andate più in là, contenendo tutto quello che aveva avuto un posto e quello che ancora non ce l’ha.

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#06 – Radio

Chiudo la portiera e avvio il motore, premo sul tasto di accensione e qualche istante dopo la pubblicità di un centro commerciale invade l’abitacolo.
Non ascolto mai la radio, se non quando, per sbaglio, non ho altra possibilità migliore di coprire silenzi scomodi. Mi sono convinta negli anni che lei lo abbia capito, e perciò le rare volte che mi capita di accenderla mi fa ascoltare sempre quello che non voglio: musica noiosa, il giornale orario, l’info traffico, i messaggi promozionali. Tanti, troppi messaggi promozionali. E poi non c’è niente da fare, questa cosa che sono gli altri a scegliere cosa devo ascoltare proprio non mi va giù.

Io e la radio siamo figlie di due tempi diversi, ma è proprio lei, come oggetto, a parlarmi della tenera distanza tra me e mio padre. Lui, invece, la radio la ascolta sempre. Come si faceva una volta, ascolta ancora le partite di calcio, alla radio: mentre tutti si adeguano a Sky Sport, lui resiste, indossa le cuffie, si siede sul divano e ascolta. Immagina la partita, sopporta la pubblicità, accetta la musica che arriva quando la ascolta mentre lavora. Non oserebbe cambiare stazione ogni due minuti come faccio io, così come non oserebbe interrompere continuamente qualcuno che parla. Quando la accende e fa girare con il dito la rotellina per cercare la frequenza nel suono gracchiante, gli vedo una pazienza che non conosco, per errore la scambio per resilienza, ma quanto mi sbaglio, forse.

Sono le diciotto e due minuti, bentrovati al giornale orario…

Visto? Con sveltezza, clicco altri due tasti e avvio il lettore USB, lasciando che sia la musica da me selezionata ad accompagnarmi mentre guido. La mia libera scelta deve esprimersi attraverso i file mp3 nella mia autoradio: e lo penso sul serio, tanto vero quanto grottesco – se rileggo questa frase per quello che, è subito dopo averla scritta.

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