#04 – Occhiali

Non ricordo quando avevo strizzato gli occhi per la prima volta, cercando di leggere quello che la professoressa stava scrivendo alla lavagna, ma avevo tredici anni e per qualche tempo aveva deciso di ignorare la faccenda. Era l’età in cui le felpe large e i pantaloni a cavallo basso si accostavano ai primi ombretti sulle palpebre, nel tentativo di cercare quella nuova me che non capivo dove fosse nascosta e volevo farla uscire allo scoperto, tratteggiarla. Mi guardavo allo specchio e non mi piacevo, non capivo che era tutto normale, era l’inizio dei dubbi e dei forse, dei se e dei perché. Pensavo: Mi ci mancano solo gli occhiali, come se avessi già tutti gli acciacchi del mondo. Un giorno, però, quel fastidio aveva vinto: ero tornata a casa da scuola e l’avevo detto a mia madre, Non ci vedo bene. Mi aveva accompagnata dall’oculista con la rassegnazione di avermi trasmesso quel suo difetto che non mi sarei scacciata mai più. La visita aveva sancito un radicale cambio di abitudini nella mia vita: avrei indossato un paio d’occhiali, da quel giorno in poi, tutti i giorni, finché morte non ci separi, amen.
Fino ai quindici li ho sopportati, poi fino ai diciotto li ho ripudiati, portavo sempre le lenti a contatto. Stavo ancora cercando la mia me nascosta, pensavo che imboscando gli occhiali l’avrei trovata prima. Ho capito che le due cose erano distinte solo all’università, così erano tornati sul mio naso, un anno rettangolari, un anno ovali, l’altro anno rotondi. Un pomeriggio, in biblioteca, avevo alzato gli occhi dal libro e lui mi aveva sorriso e mi aveva detto Sembri un topolino, e io che l’amavo l’ho preso come un complimento.
Ogni tanto le lenti a contatto le metto ancora, sono convinta che non sempre si debba mostrare la propria autenticità, così mi libero dei miei dischi tondi, disegno una linea nera sugli occhi, pettino le ciglia, coloro le labbra. Non cerco più la nascosta me, celo invece quella che ho trovato. Dopo qualche ora, però, mi si appanna la vista, i miei occhi mi chiedono respiro e perdono, per non essere come vorrei che fossero. Io però non me la prendo più, li libero e inforco gli occhiali. Nulla sarebbe peggiore di essere un topolino cieco.

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#03 – Dizionario – Davide Astegiano

di Davide Astegiano

Con la testa impegnata a cercare qualche soluzione che abbia un benché minimo senso, lascio che il mio sguardo spazi sul tavolo da lavoro, la mia scrivania, e ti vedo. La mole, le pagine arruffate e sgualcite, la copertina rammendata da pezzi di scotch, sembri quasi la Venere di Urbino adagiata sul letto. Certo, una Venere di seconda mano.
Dicono che sei l’amico del traduttore e in parte è vero, però… però a volte un po’ ti si odia. Capita che manchi proprio quel lemma o quel significante che tanto faticosamente si va cercando, e la bestemmia diventa facile,così come è facile distrarsi quando la parola giusta proprio non ti viene alla mente. Come quando ti capitano espressioni assurde e al limite dell’intraducibile come smudge pots, boyo, o simpatici epiteti gergali dal significato oscuro.
Così ricorri alle armi pesanti. Tiri fuori tutta la famiglia. Quello delle collocazioni, quello analogico, etimologico e chi più ne ha più ne metta. Fai pure una ricerca incrociata su quelli online.
Ed ecco allora che capisci davvero perché il dizionario è tuo amico. Anche se a volte ti fa faticare, anche se a volte non trovi la parola che cercavi, ne trovi una a cui neanche stavi pensando: chi l’avrebbe mai detto che alla mia traduzione mancava proprio quella parola?
Il dizionario è un amico e, come capita con alcuni amici, a volte ti fa sudare un numero di camicie superiore a sette, ma restituisce, sempre.

Davide Astegiano nasce a Torino il 1 settembre. Da sempre, anche durante la laurea in Biologia, coltiva la sua passione per la scrittura e la lettura. Dopo un master in traduzione editoriale apre il blog letterario Radical Ging con l’amico Marco Amici e, qualche mese più tardi, la literary newsletter Firmamento, con Danilo Zagaria. Al momento lavora in Università e nutre vecchi e nuovi progetti legati al mondo editoriale.

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#02 – Lampada

C’è stata l’età dei mostri, erano ovunque. Comparivano appena chiudevo gli occhi, di rimando schiudevano dalle bocche un ghigno che m’impediva di addormentarmi. Ogni minimo rumore era per me l’ordine di stare all’erta, di vigilare. Scricchiolii, cigolii – quei bisbigli della notte che entra nelle stanze, nelle case, nei palazzi, che ne accarezza materiali e strutture, alle mie orecchie erano tradimenti di presenze sospette. No, non potevo decisamente dormire al buio. Tenevo la luce sempre accesa, luce azzurra soffusa della mia lampada sul comodino. Eravamo alleate. Quando, vinta dal sonno, le mie palpebre cominciavano a calare pesanti, come i ponti levatoi dei castelli che scendono piano e accolgono i venuti, c’era lei a vegliare su di me. Silente, instancabile e luminosa, cacciava via tutti da sotto il mio letto, dall’interno dell’armadio, da dietro le tende.
E poi succede, cresci, e il tuo ultimo gesto della giornata è la pressione sull’interruttore della luce. Buio ti prego accoglimi, scricchiolii e cigolii accompagnatemi nel momento dell’abbandono e della dimenticanza. Ché i mostri hanno cambiato abitudini. Adesso sono alla luce del giorno, e per qualche ora io vorrei non vederli più.

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#01 – Spazzolino

“L’ho dimenticato. Posso usare il tuo?” mi chiede e la mia immediata reazione è quella di sgranare gli occhi.
“Come?”
“Massì, che sarà mai.”
Metteresti in bocca il mio spazzolino ripulendo i tuoi denti dai residui alimentari di tutta la giornata e dai tuoi vizi – tabacco, caffè – dopo che io ho fatto lo stesso – oppure prima? – e tutto questo che sarà mai.
“Assolutamente no,” rispondo. E chi se ne frega che ci conosciamo bene da anni. Voglio dire, a ognuno il suo tartaro. E no, baciarsi non è la stessa cosa. Probabilmente anche quello favorisce lo scambio di resti di colazioni pranzi cene e pause sigarette, ma mica così a fondo, mica così minuziosamente. Le setole sono roba sottile, fine. Fatta apposta per scavare dove null’altro riesce. Nessuno dovrebbe condividere le proprie setole con qualcun altro. Me le immagino cercare di farsi spazio tra i miei denti, quando me li lavo, io che li ho vicinissimi tra loro, spazio strettissimo tra uno e l’altro. Nel Vangelo, Gesù invita alla ricerca della via stretta e allora le setole del mio spazzolino sono la cosa più cristiana che mi attribuisco: ogni volta si sacrificano in vie strettissime, cercando di ripulire dal dannoso. Amen.
Restituisci al mio stupore uno sguardo accigliato, poi fai spallucce. “Userò il dito,” ribatti, e dal tuo tono di voce sento che mi ridicolizzi perché tanto se poi ti bacio me ne pentirò di quei tuoi denti poco puliti, ma io penso sul serio che preferisco un bacio poco pulito alla condivisione dello stesso mezzo di pulizia. Che poi è, a conti fatti, come funzionano le cose per tutto.

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#0 – Istantanee

L’estate è finita, e questa è la brutta notizia. La buona, invece, è che dopo un anno e mezzo dall’apertura di questo blog, il sole di questi mesi mi ha illuminata verso una nuova strada da percorrere.

Vi ricordate la rubrica quindicinale #dimartedì? Salutatela. Clinamen cambia format.

Chi mi ha seguita dall’inizio saprà quale significato cela la parola che dà il titolo all’intero blog: casualità, ma soprattutto lo straordinario nell’ordinario, l’evento non calcolabile che ci invita a leggere la realtà in maniera imprevista (leggete meglio qui).

La mia sfida personale, che spero vogliate condividere con me, è quella di cercare l’elemento speciale nella quotidiana e scontata routine. E se è vero, come sosteneva Georges Perec, che la nostra vita passa anche e soprattutto attraverso le cose che usiamo ogni giorno, perché non scrivere proprio di loro?

Una volta al mese sceglierò oggetto di uso quotidiano – ovviamente in ordine casuale, senza che tra essi ci sia la minima connessione logica – e proverò a raccontarvi qualcosa che, proprio a partire dalla sua banalità, tirerà fuori qualcosa di inedito.

Istantanee. Questo sarà il nome della mia rubrica, e sarà mensile, perché scrivere qualcosa di corto corto che colpisca subito subito, quasi come se scattassi una foto, non è affatto semplice e tutt’altro che rapido – ci va del tempo, e voglio prendere tutto quello che serve per scrivere qualcosa di buono. E poi un po’ di hype ci sta, no?

Questa, insomma, è l’idea di base. In mezzo potrebbero esserci delle sorprese, portate da qualcosa o qualcuno. Come quelle che porta il clinamen, ça va sans dire.

Se vorrete seguirmi, vi ringrazio già di cuore.
E.

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Della shopper e di altri inizi

L’altro pomeriggio ero sul tram e di fronte a me, in piedi, c’era una signora che teneva per i manici una busta di carta, quella che in inglese si chiama shopper. Appena è entrata nel mio campo visivo, il mio cervello ha dapprima distolto l’attenzione dalla canzone che stavo ascoltando in cuffia, poi ha scartato tutte le mie domande esistenziali – il tram è un ottimo posto per riflettere – lasciando il campo libero a un solo interrogativo: chi ha inventato la shopper? Improvvisamente trovare la risposta a quel quesito era diventata una necessità, come quando ti chiedono “come si chiama quel film…?” e tu ce l’hai sulla punta della lingua e riportarlo alla memoria diventa urgentissimo.

Nel 2018, con uno smartphone, quasi tutti gli interrogativi che ci poniamo possono trovare risposta nel giro di qualche secondo. Infatti digitando su Google “chi ha inventato la shopper” ho trovato una pagina web sul packaging e la risposta alla mia domanda, seppur parziale.

Per farla breve, la storia delle buste comincia nel 1844 grazie al tessitore tedesco Freidrich Gottlob Keller, che inventa una pasta speciale per ottenere la carta a più basso costo, con cui produrle. Nel 1852 Francis Wolle inventa la prima macchina per produrre sacchetti, poi perfezionata nel 1870 da Margaret Knight, di modo che fossero a fondo piatto. Per merito dell’ingegnere Charles Stilwell, viene alla luce una macchina che produce borse dal fondo quadrato e fornite di pieghe laterali che rendevano l’apertura molto facile; i manici li aggiunge Walter H. Deubner nel 1926, gestore di una piccola drogheria nel Minnesota.*

Perché scrivere di tutto questo? Perché dovrebbe essere interessante? Tolto il fatto che se fossi ricca e non avessi bisogno di lavorare passerei il mio tempo a cercare le piccole curiosità del quotidiano, quello che sta dietro l’invenzione della shopper (come di qualsiasi altra cosa) è che alla fine se ne possono raccontare le tappe evolutive, ma non è possibile descrivere a parole il lampo di genio, il sorgere dell’idea, il germoglio che precede l’eureka. L’origine ci è preclusa.

Forse il motivo è semplice, l’origine di qualcosa è come un buco nero, una dimensione indescrivibile che non è ancora reale, ma che lo trasforma. Senza riferirsi per forza all’origine dell’universo, credo sia possibile riscontrare questa semplice verità nella vita di tutti i giorni. Come gli/le è venuto in mente?, ci domandiamo nella confusione. Conosciamo spesso gli effetti, ma risalire alla causa prima è un percorso arduo.
C’è poi un altro aspetto della questione: dall’idea al risultato, spesso il cammino è lunghissimo. Per una semplice busta, ci sono voluti anni. L’invenzione della shopper è un inno alla pazienza e alla tenacia.

Tutto questo per dire? Che è estate, tra poco ci sono le vacanze per tutti, andremo in posti nuovi e prestare attenzione ai dettagli potrebbe essere un modo per scoprire cose che non sapevamo, oppure può aiutarci a scovare quella novità anche in quei luoghi o quelle persone che ci paiono sempre uguali. Se è vero che l’origine ultima è oscura, è anche vero che nel mezzo c’è un sacco di roba che possiamo conoscere. Prestare attenzione può essere stancante a volte, portare sacrificio, ma non può mai essere diversamente. Banalmente, se non si comincia dalla prima riga di un libro, arrivare alla fine sarebbe impossibile.

Gli incipit arrivano dal nulla, ma portano sempre una storia; ascoltarla è una scelta.

Buone vacanze.
E.

*Fonte per l’articolo: Celvil.it

Guardate quei due

L’uno di fronte all’altro, i loro occhi si sorridevano con reciproca voglia di perdita. Erano così diversi. Simone era alto, esile, i capelli corvini lunghi sulle spalle, e sussurrava tra le labbra fini qualcosa che rendeva Riccardo così contento da elevarsi in punta di piedi e cercare con le mani il suo volto, trascinarlo a sé scoprendo i suoi denti bianchi tra la barba incolta e baciarlo con un’espressione felice, pregnante di quell’abbandono che solo chi si sente unico per l’altro e dimentica il mondo attorno a sé può lasciare accadere sul suo viso. Simone aveva inarcato la schiena, come uno stelo al vento si fletteva al quel soffio di tenerezza e passione.
Un gruppo di amici li attendeva più avanti, altra gente poco distante osservava la scena abbozzando un sorriso, come a dire “Ma guardate un po’ quei due.”
Simone e Riccardo: Gloria aveva immaginato che fossero quelli, i loro nomi. Il bicchiere di birra in una mano, la sigaretta tra le dita dell’altra, si era voltata per caso verso di loro. Aveva visto quell’amore dispiegarsi con purezza, noncurante delle malelingue e degli sguardi perplessi, stupiti, o sfuggenti, aggiranti.
Aveva sorriso anche lei. Qualcosa l’aveva turbata: aveva, anche lei, pensato come tutti “Ma guardate un po’ quei due”, ma si era sentita fiera di loro per il totale disinteresse che la loro complicità portava per tutto il resto. Aveva deciso di dare loro due nomi, per fare un passo oltre, o forse per riconoscere che non c’è nessun passo oltre da fare, che non esiste un oltre da superare, che non c’è un confine tra noi, loro, che parlare di tolleranza e compassione sarebbe, ancora una volta, violentare un bacio sentito in una piazza pubblica, in una sera qualunque della sua città.
Battezzandoli Simone e Riccardo, aveva come lasciato che la loro pura malizia amorosa le dicesse qualcosa, che la interrogasse. Da un anfratto buio inascoltato da tempo, era sorta quella domanda impertinente. Quand’era stata l’ultima volta che aveva baciato con così tanto trasporto qualcuno? Davanti a tutti, ridendo con denti e occhi e mani?
Aveva ricordato occhi blu, un colore profondo abituato a infrangersi sulle rocce, accarezzarle, tornare indietro. Corrodere la pietra, disperdendosi tra le sue pieghe ma ricomponendosi sempre, istintivamente, senza sforzo. E lei, da roccia maestosa a ciottolo indifeso. E farsi afferrare, poi, accontentare chi le chiedeva di saltellare sull’acqua, seguire una forza non sua, per un rimbalzo, due, tre, e ancora.
Simone le aveva mostrato in un attimo quel lontanissimo ricevere sempre pronto, Riccardo quel dare inesausto. Forse, loro due, invece, avrebbero funzionato. Forse non sarebbero stati forze avverse che si consumano, ma elementi fermi per una comune energia. Fiamma e stoppino, per consumarsi insieme, insieme illuminare, insieme viversi, e spegnersi, fino alla fine, senza residui.
Si presero la mano, “quei due”, e s’incamminarono con i loro amici, lontano dalla piazza gremita. Gloria aveva sorriso ancora, di più. Rispondere alla generalità, al pregiudizio e all’opinione solida ma vuota, come un muro in cartongesso, con un nome proprio, con nomi propri, con un bacio: ecco il segreto per difendere e creare. Mani sempre diverse si muovono intrecciandosi le une alle altre con la stessa comune forza, la forza di un abbandono senza nome perché in sé porta i nomi di tutti.
Si era chiesta cosa avrebbero pensato Simone e Riccardo se avessero visto lei, in quella piazza illuminata da lampioni notturni, abbandonarsi a un lungo bacio, gettarsi nel blu profondo, nuotarci rapida come una sirena.
Forse, le avrebbero detto “Stai attenta, tu.” Avrebbero forse pensato “Ma guardate un po’ quei due”? No, Gloria ne era sicura. Piuttosto, Riccardo avrebbe sorriso a Simone e gli avrebbe sussurrato “Chissà se sono felici come noi”. Poi, dita tra le dita, si sarebbero incamminati verso il locale per prendere qualcosa da bere. Avrebbero lasciato tintinnare i loro bicchieri per un brindisi, dimenticandosi di quella coppia che a breve si sarebbe poi dimenticata di se stessa.

 

Questo racconto è stato pubblicato anche per La Biblioteca di Babele, il blog letterario per cui scrivo, a questo link. In generale, ci si può leggere tante belle cose (anche non mie), fateci un giro cliccando qui.

Versus

“Perché gliel’hai detto, Pia?”
“Massimo, i problemi, nella vita, vanno affrontati.”
“No, Pia: i problemi, nella vita, vanno risolti.”
La mafia uccide solo d’estate, I stagione, 2016

Mi sono appassionata a questa fiction, che forse in molti conoscete, per l’autenticità dei suoi personaggi. Questo #dimartedì comincia con lo scambio di battute fra due fratelli: Pia ha rivelato al marito Lorenzo che si è innamorata di un altro. Suo fratello Massimo le aveva consigliato di negare l’evidenza, ma Pia decide di prendersi la responsabilità dei suoi errori – o meglio delle sue fragilità, della sua umanità: è un errore innamorarsi di qualcuno? Chi non ha peccato, scagli la prima pietra – perché questo, pensa, è il modo giusto di affrontare la vita, mettendoci la faccia. Suo fratello invece è un po’ più omertoso, se non vigliacco: risolvere un problema può anche significare nasconderlo.

Blaise Pascal sosteneva che al mondo esistono solo due categorie di uomini: i giusti che si credono peccatori e i peccatori che si credono giusti. Forse è una visione troppo tranchante, perché i giusti in senso stretto non esistono, e infatti io preferisco invece la distinzione tra Pia e Massimo, tra chi i problemi li affronta e chi invece li insabbia, consapevole che non esiste una persona al mondo che non abbia mai scelto l’opzione sbagliata al momento sbagliato.

Sì, perché dire che ha ragione Pia è troppo facile. Scrivere un articolo moralista non è il mio scopo, sebbene io, di carattere, un po’ lo sia. Ci sono state molte volte in cui per risolvere un problema, magari un conflitto con un’altra persona, sarebbe stato meglio lasciare correre. Mi è successo, anche recentemente; poteva essere anche opportuno, ma mi lasciava un forte senso di irrisolto, con cui, per me, convivere è molto difficile.

Negli anni ho capito che tendenzialmente assomiglio molto a Pia e che ogni volta che mi comporto come Massimo sto un po’ male. Tuttavia, questo scambio di battute, mentre guardavo la fiction, mi ha fatto domandare: se la meritano tutti, la nostra integrità interiore? È giusto affrontare tutti i problemi e tutte le persone che ci fanno un torto con la stessa profondità o ci sono volte, invece, in cui restare in silenzio e semplicemente negare un saluto è più che sufficiente? Ma soprattutto, dove sta il confine? Non è che a furia di insabbiare, la nostra vita diventa un deserto? O, di contro, non è che a furia di prendere tutto di petto, il cuore un giorno ci scoppia?

Naturalmente non ho una risposta universale a questa domanda. Scrivo qui i miei dubbi, non il libretto d’istruzioni per risolverli. Il limite è sempre personale. Quello che posso dire è che alla lunga ci si scoraggia un po’, spesso si sceglie di essere come Massimo perché essere come Pia costa tanta fatica. Ogni fallimento resta solo un tentativo, ma se devo riprovarci prima dammi un buon motivo*, dice una canzone che ascolto spesso, e non a torto. Stancarsi è lecito. Basta saperlo, e non lasciare che diventi una condizione irreversibile.

A proposito di canzoni: la distinzione tra Pia e Massimo a me pare tanto simile a quella tra chi, quando ascolta la musica, sceglie intenzionalmente la riproduzione di ogni brano e chi invece sceglie lo shuffle. No? Forse chi risolve i problemi senza affrontarli si fida più del destino, mentre invece chi non vuole lasciarsi sorprendere fa sempre il primo passo. Non sono sicura che sia una distinzione tra giusto e peccatore, piuttosto tra un’umana fragilità e un’altra.

* Il brano citato è di Funk Shui Project, Anestesia totale, 2015.

Come Dario Hübner

Il titolo dell’articolo di questo martedì è un po’ fuorviante: non starà mica scrivendo di calcio? No. Non me ne sono mai interessata e non ci capisco niente. I più perspicaci, invece, potrebbero aver subito capito: non starà mica scrivendo di musica? Sì. Non ci capisco molto ugualmente, ma un po’ più che di calcio. Che poi, non voglio davvero scrivere di musica, quanto più lasciarmici ispirare.

In questo mondo che
pieno di lacrime
Io certe volte dovrei fare
come Dario Hübner
E non lasciarti a casa mai
a consumare le unghie

Non troppi giorni fa è uscito il nuovo album di Calcutta, Evergreen, che ormai è quasi impossibile non conoscere. Ciò che avete letto poco sopra è il ritornello di Hübner, una delle sue tracce. Già dal primo ascolto mi è piaciuta subito, più di tutte, trasmettendomi tenerezza e malinconia, ma di quelle un po’ fuori dal coro, fuori dai cliché. Sembrava dare risposta a molti miei pensieri latenti, tranne a uno: chi è Hübner?

Ho deciso di fare una ricerca su Google, ho scoperto che è stato un calciatore del Brescia prima e del Piacenza poi – ecco perché non lo conoscevo: io, di calcio, appunto, non so niente. Ho voluto anche cercare però cosa avesse spinto Calcutta a dedicargli una canzone. In un’intervista a Radio Deejay (qui, minuto 4.40), Edoardo spiega che Dario Hübner è un personaggio speciale di un calcio leggendario ora inesistente, che si è distinto, oltre che per il suo talento, anche per una scelta controcorrente: lasciò Brescia per Piacenza, dove sarebbe stato più vicino alla sua famiglia, prediligendo gli affetti al lauto guadagno. In un secondo, è stato lampante il significato dell’intera canzone, dal linguaggio così semplice, che ci interroga su una questione attualissima: quanto siamo in grado davvero di fare come Dario Hübner?

Non è solo una questione di soldi, ben inteso, voglio prenderla in senso lato. Ascoltando quella canzone, ripenso spesso a tutte le cose per cui quotidianamente mi affanno – alle cose, appunto: la sicurezza di uno stipendio fisso, il lavoro dei sogni, quella casa che farebbe al caso mio, la macchina, una città più grande e più libertina, e tanto altro che mi renderebbe la vita sicuramente migliore. Poi conosco persone che hanno quello che io non ho, e sono infelici lo stesso. E non c’entra niente la questione del pane a chi non ha i denti, e viceversa; la verità è che queste cose sono più marginali di quanto si crede. Perché alla fine, quando la notte mi addormento, mica sogno il mio futuro loft che si affaccia sul Colosseo, e quant’altro. Rivedo occhi, risento frasi, ristringo mani. Che si sono allontanate o che ho allontanato perché non conoscevo troppo bene una storia come quella di Dario Hübner. E le unghie me le sono consumate parecchio, tutt’ora ci metto sopra lo smalto scuro perché si noti meno quella trascuratezza adolescenziale segno di tante cose.

Il mondo è pieno di lacrime, ma ciò che è importante è che dobbiamo porgerci il fazzoletto l’un l’altro. E se lo scrivo qui, non è per fare la morale a nessuno. È più un promemoria: non comprare lo smalto.

A volte ritornano

Questa notte ho fatto un sogno lunghissimo che aveva a che fare con il mio passato. A volte ritornano, e non a caso è il titolo di una raccolta di racconti di Stephen King. Sono rimasta tutto il giorno a cercare di scacciare conversazioni e volti della mia nottata, mentre una parte di me era perfettamente consapevole che lottare, in questi casi, serve sempre a molto poco. Bisogna allontanare le tante domande rispondendosi che la vita è lunga. È la conclusione a cui in definitiva sono giunta da un po’, ovvero l’accettazione totale di ciò che ormai se n’è andato per sempre. Anche se a volte ritorna nei sogni, ma solo per dirci che dobbiamo continuare a cercare di meglio.

Io non so perché
ma ti muovi dentro me
e non so se tornerai
io non credo cambierai
e non sai di gelosia
nella mia mente sei comunque mia
faccio come il nevischio, sai
avermi non potrai.
Verdena, Nevischio, dall’album Endkadenz, 2015

Sulle note di questa canzone di cui ho riportato i versi, tempo fa avevo scritto questo pezzo. Era l’estratto di qualcosa di più lungo che non possiedo più, è il frutto di un taglio che è diventato un altro racconto che ora viaggia per sé. L’ho ripescato per caso, e ho pensato che fosse perfetto per la mia giornata di oggi. A volte è proprio dai tagli che troviamo le parole giuste, proprio in quelle che pensavamo di non dover dire mai.

Le serviva una sigaretta, in mancanza d’altro, in mancanza di chiarezza. Si era incamminata verso il cortile  e l’aveva accesa. Mentre il fumo grigio usciva dalle sue labbra, si era ricordata di quell’amico premuroso che tempo prima le aveva chiesto com’è possibile continuare ad aver voglia di metterci la faccia quando sai di aver raggiunto, e poi perso, l’apice del donarsi e del rompersi.
“La vita è ancora lunga. Tutto qui” gli aveva risposto. Sì, era così, doveva esserlo per forza. Certe risposte occorre sceglierle. E non si trattava di perdono, di superficialità, di vendetta. É una semplice questione di resti, di ciò che rimane da ciò che vale, del fatto che certe esperienze occorre imparare ad ammaestrarle, perché cancellarle è impossibile. È un tacito accordo che si fa con tutte quelle storie che avremmo potuto scrivere e che si fermano a metà, di cui dobbiamo strappare il foglio per non farci troppo male riguardandole.
Quando la penna non scrive più, spesso prima del previsto, l’unica cosa da fare è davvero prenderne un’altra, farla scorrere su un nuovissimo foglio bianco. Senza aggiungere niente, come non si aggiunge nulla alla constatazione del troppo caldo o del troppo freddo, della pioggia o del sole, della salute o della malattia. Occorre accettare le calamità naturali, i limiti invalicabili, i solidi confini. Forse sono gli unici a essere giusti, perché non chiedono di esserlo. Con certe storie, con certe persone, è esattamente la stessa cosa. Con lui. A volte, dietro un muro, ciò che si nasconde è soltanto un altro muro, pensava. Nessun panorama mozzafiato, solo un’altra barriera dove sbattere ancora il naso.
Aveva schiacciato il mozzicone nel posacenere, si era incamminata all’interno, al suo tavolo. Aveva sorriso tra sé e sé. Gli errori non si correggono, ma, seppur amara, la certezza del non ritorno è una garanzia di salvezza. La terra franata è pur sempre terra. Se piove, spunterà un germoglio.

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